24 Mag 2021

La storia di Atucà, l’indio Guaranì che ha sfidato i potenti del mondo

Vi proponiamo la nostra intervista ad Atucà, indio del popolo Guaranì che ha vissuto la sua esistenza a metà fra la grande foresta amazzonica e le città sudamericane ed europee. Il suo radicamento, la sua spiritualità, la sua formazione culturale e il suo impegno per difendere la cause degli oppressi sono una spina nel fianco per i nemici delle popolazioni native.

Ci sono tante cose che si potrebbero dire su Atucà, Figlio del Vento. Nel corso della sua vita, infatti, è stato ballerino, architetto, attivista, guerriero e Capo Cacique. Ha lottato – e continua a lottare – per difendere il suo popolo, il popolo Guaranì, e le terre stuprate dalle deforestazioni, dagli allagamenti e dalle violenze attuate in virtù degli interessi economici. O ancora, terre poste sotto alla campana di vetro dei Parchi Naturali, sottratte agli indigeni in nome di un ambientalismo di corte vedute.

Dopo essere nato e cresciuto nelle terre a cavallo fra Brasile e Argentina ora Atucà vive in Italia, dove opera come artigiano realizzando archi, frecce, tamburi e altri oggetti appartenenti alla sua cultura. Assieme alla Dott.ssa Giuliana Gellini, psicologa e psicoterapeuta emotiva, è impegnato nella progettazione e nella realizzazione del Centro per pratiche di recupero emotivo e spirituale della persona, in Friuli. Attraverso l’associazione Piccolo Grande Albero, infine, condivide gli antichi saperi del suo popolo per innescare processi di consapevolezza culturale e di cambiamento, a partire dalle scuole.

«La mia storia è una di migliaia», ha esordito Atucà. Eppure, nell’incontrarlo, la prima impressione è quella di essere di fronte a una vita eccezionale, fuori dal comune. L’esistenza di Atucà ha inizio in una terra dominata dalla bellezza delle cascate di Iguazù, sul fiume Paranà, dove il popolo Guaranì vive da tempi antichi in una profonda connessione con la foresta e con ogni essere vivente, assorbendo e restituendo energia in uno scambio continuo, in equilibrio. È qui e in quegli anni che si radicano nella sua mente i ricordi più belli, più profondi, ma anche i primi incontri con la violenza e l’ingiustizia, che diventeranno via via familiari al suo popolo.

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Durante la scuola primaria impara a scrivere, a raccontare le vicende del suo popolo, e impara anche il significato della parola povero. «In selva non avevamo niente, è vero – racconta al riguardo – eppure non ci mancava niente. Era tutto bello». A dieci anni il suo racconto “Una tarde violenta” riceve un riconoscimento. È una storia autobiografica che rievoca il suo primo incontro con la violenza dell’uomo bianco. Atucà scrive anche altre storie, tutte ambientate nella selva argentina di Corrientes, attorno al Monte de Espinillos, in cui riporta la vita della sua comunità, gli indigeni, e della loro simbiosi con la natura, ma anche della discriminazione subita.

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Quando, sul fiume Paranà viene costruita la grande diga di Itaipù, nel giro di pochi anni vengono allagate le terre indigene dei Guaranì. «Le comunità vicine alla diga sono state cacciate via dai mercenari, armati e gonfi di violenza», ricorda Atucà. «In quel periodo molte comunità scomparvero e tante persone furono divise». Anche Atucà viene separato dalla sua comunità e dalla sua terra, ma è fortunato, perché grazie ad una parentela viene adottato da una famiglia in città e in questo modo è al sicuro. «Mi è stato cambiato il nome». Se per Atucà il cambio di nome è vissuto come un’umiliazione, siamo anche di fronte ad una strategia ben precisa. La perdita del nome indigeno, infatti, rende impossibile avanzare diritti sulle terre d’origine. Cancella, di fatto, l’identità.

Atucà, però, a quell’identità non vuole rinunciare. Così, nell’adolescenza, alterna gli studi in città con i ritorni nella foresta. «Durante le vacanze – racconta – trovavo il modo di andare alla frontiera con il Brasile, in selva. Lì mi trovavo con un gruppo di indio, che mi accoglievano con curiosità. Ero un po’ come un antropologo, perché raccontavo loro della società, delle macchine, dei rumori che facevano. E loro erano sorpresi, perché nella loro vita avevano visto solo cavalli, caimani, giaguari, puma, gatti di montagna, scimmie, pappagalli… Per loro il mondo era quello. E i suoni erano altri: il frusciare delle foglie, lo scorrere del fiume, ma soprattutto il canto degli uccelli, di centinaia di uccelli, che danno vita ad un universo di suoni straordinari».

Tornando regolarmente nella selva, Atucà prende sempre più confidenza con la spiritualità Guaranì e con i rituali che la caratterizzano, come il rito per diventare guerriero. «È un rito semplice, ma profondo. Per prima cosa bisogna scegliere le due persone della comunità che ti accompagneranno. È una scelta che si fa a occhi chiusi, toccando la mano, annusando, sentendo il proprio cuore. Queste due persone saliranno su una canoa, nel fiume. Tu, invece, dovrai nuotare controcorrente, finché avrai forze in corpo. Quando non ce la farai più, non prima e non dopo, le due persone ti tireranno su dal fiume. Cosa è successo? È successo che hai conosciuto da vicino la morte. Hai capito che è una cosa forte e che devi rispettare tutte le forme di vita. Dopo quella sofferenza diventi più comprensivo, più sensibile al dolore degli altri. E sai che le mani, gli odori, il sentire e il percepire le persone è una cosa importante, vitale. Questo è il rito».

A cavallo fra i due mondi, Atucà studia architettura a Buenos Aires. «Sapevo che era importante acquisire le conoscenze della società, ma per me era come spostarmi ancor più lontano dalle mie radici, dalla mia cultura», racconta. Dopo essersi specializzato nella progettazione di parchi giochi per bambini e aver lavorato un po’, Atucà decide quindi di tornare ancora una volta nella foresta. Lì crea una comunità, sceglie una compagna e ha il suo primo figlio. Ma anche questa volta la comunità viene sfasciata da un’incursione, e le terre occupate per questioni economiche.

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Atucà dunque parla, denuncia. Partecipa alla Conferenza sui Cambiamenti Climatici dell’ONU, a Rio de Janeiro. «Eravamo più di 200 Capi. Siamo arrivati lì con grandi sacrifici per parlare, per portare la nostra voce. Ci dicevano che unendoci e raccontando, avremmo potuto farci ascoltare dalle autorità bianche, che avrebbero riconosciuto i nostri diritti. Quella sera ho parlato davanti a tutti delle menzogne delle autorità, della violenza che viene rivolta verso le donne, i bambini, gli anziani del nostro popolo, da uomini con fucili, con coltelli, con machete, con lanciafiamme. Di come, quando non vogliamo andarcene, ci avvelenano l’acqua, gli animali, così da non farci bere né mangiare».

In quell’occasione, più di trenta gruppi indigeni tra il Mato Grosso, San Paolo, Porto Allegre e il capo delle comunità Xavante di Santa Cruz Jusue Tsimrihu Xavante, lo avevano riconosciuto come leader indigeno e Capo Cacique, chiedendogli di farsi messaggero della situazione indigena. «Come conseguenza per le mie parole venni preso da alcune persone e messo in un buco, al buio, per tanto tempo. Sono finito lì perché ciò che dicevo non piaceva, perché avevo studiato, perché capivo delle cose. E un indio non può essere colto, non può sapere, non può parlare, va messo a tacere. Quando mi hanno fatto uscire, molto tempo dopo, ero affamato, gonfio per le punture di insetti. Ci avevo creduto, sperato, ma la mia idea di parlare, di denunciare, non aveva funzionato».

Oggi, i Guaranì, sono rimasti in pochi, ma continuano a resistere. In particolare, Lupo Solitario e altri amici di Atucà, stanno lottando per riprendere un territorio che da tempi antichi apparteneva ai Guaranì e che oggi è entrato a far parte di un Parco Naturale. «Lì gli indigeni non possono entrare. Se poi li trovano a prendere dei semi dagli alberi per fare artigianato, li fanno detenere perché “stanno distruggendo la natura”. Sembra un’assurdità, invece è reale», ha raccontato.

Ospite non gradito in alcuni luoghi del Brasile, Atucà è infine scappato in Italia. «Quando sono arrivato, per guadagnarmi da vivere, sono andato a ballare, portando in giro la mia danza indigena. Poi ho lavorato come muratore, ho lavato tante macchine in strada, ho pulito vetri, curato giardini. Tutto ciò che si può fare, insomma, per fare pulito, per fare bello. Poi ho incontrato alcune persone che mi hanno dato la possibilità di lavorare, di presentare la mia cultura».

Così, nel 2004 ha inizio il suo impegno per la diffusione della conoscenza della cultura Guaranì e delle sue popolazioni. È invitato all’Università di giurisprudenza del Salento dove, coordinato dal professor Michele Carducci, terrà due lezioni sulla cultura indigena all’interno di un master. La sua testimonianza oggi, figura in diverse tesi di laurea. Ha fondato l’Associazione Piccolo Grande Albero e, insieme a Roberta Pizzi, desidera diffondere i valori della cultura indigena soprattutto nelle scuole. Il sogno che condividono è quello di dare vita, a Bologna, ad un centro permanente per la custodia della cultura Guaranì.

«Vorrei realizzare un centro per far vedere alle persone le nostre maschere giganti, che vanno fino a terra. Mostrare loro come si balla, che cosa significa, fare esperienza della nostra cultura e spiritualità millenaria. Qual è il rispetto che noi esprimiamo per la natura attraverso quella danza. Che cosa vuol dire l’acqua, l’albero per noi», ha spiegato. «Vorremmo, in questi centri, quello in Friuli e quello a Bologna, proporre tutta quella cultura che oggi viene tanto invocata e che parla di rispetto dell’ambiente, di custodia spirituale del creato, del vivere in comunità e di quel sapere curativo e di autoguarigione a cui la scienza oggi si sta avvicinando, ma che i nostri popoli praticano da sempre».

In Friuli la proposta è quella di una residenzialità con esperienza immersiva nei boschi vicino a Cividale del Friuli. A Bologna, invece, l’Associazione Piccolo Grande Albero sta attrezzando un laboratorio per la realizzazione di tamburi rituali indigeni, frecce, archi e tanto altro ancora. «Sarà un luogo nel quale Atucà produrrà e insegnerà tutto ciò che desidera, e costituirà il cuore di questo Centro permanente per la custodia della cultura Guaranì», ha spiegato Roberta Pizzi. Un progetto ambizioso che in questi anni di grande risonanza mediatica per l’Amazzonia acquista un alto valore simbolico e ci interpella sulla responsabilità di custodire non solo le nostre radici culturali ma le radici di tutte le culture che caratterizzano la diversità e la bellezza del genere umano. «Per realizzare tutto questo abbiamo bisogno di attivare sinergie, ampliare la nostra rete, incontrare persone sensibili e desiderose di contribuire alla nascita del progetto» ha aggiunto Roberta.

Chi volesse contattare Atucà può scrivere a: piccolograndealbero@gmail.com.

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