22 Ott 2021

Milarepa, il collettivo che recupera i muretti a secco liguri

Scritto da: Valentina D'Amora

Recuperare e ricostruire i muri a secco crollati in Liguria e organizzare giornate divulgative sul paesaggio terrazzato, piccoli interventi di ingegneria naturalistica e manutenzione del verde. Questo e molto altro fa Milarepa, un collettivo di artigiani la cui missione è condividere conoscenze e consapevolezza sul ruolo passato, presente e futuro dei muri in pietra a secco.

La Spezia - Moltissimi paesaggi della Liguria sono stati modellati da un’arte millenaria che testimonia la solidità di pratiche che sin dalla preistoria disegnano e progettano spazi sia per la quotidianità che per le coltivazioni, ottimizzando allo stesso tempo i materiali naturali del territorio. Sono i muretti a secco, dichiarati nel 2018 patrimonio dell’umanità Unesco.

Dal 2014 un collettivo di artigiani è impegnato nell’attività di sensibilizzazione sul paesaggio terrazzato ligure: Milarepa promuove e divulga metodi e tecniche per il ripristino e la manutenzione a regola d’arte di muretti a secco in tutta la regione, soprattutto nel levante, e partecipa anche a iniziative di altri appassionati di muri a secco, con corsi di perfezionamento sia in Italia che all’estero.

RECUPERARE I TERRAZZAMENTI PER SALVAGUARDARE IL TERRITORIO

«La Liguria è la regione italiana con la maggiore superficie lineare di muri a secco», spiega Andrea Scotti, formatore del collettivo e muragliere. «Non c’è angolo della regione, sia in costa che sulle prime due barriere montane, che non sia coperto da terrazzamenti».

Quanto sono estesi? L’Università di Padova nel 2016 ha presentato una prima mappatura nazionale in occasione del III Incontro mondiale sui paesaggi terrazzati: il prof. Mauro Varotto ha stimato che in Liguria i muretti a secco si estendano tra i 480.000 e i 800.000 chilometri lineari. «Oggi il muretto a secco è diventato una specie di “fashion”, ma quello che noi ci impegniamo a fare è un’opera di restauro del territorio, quindi non ne costruiamo ex novo».

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Andrea Scotti Muretti a secco
Andrea Scotti

In questa direzione, il collettivo – di cui attualmente fanno parte tre persone – sta chiedendo da anni l’istituzione di una scuola proprio dedicata alla formazione su quest’arte secolare. «La muratura a secco è una disciplina che potrebbe canalizzare forza lavoro verso altre branche di ricerca, come la geologia e l’idrologia, attivando una dinamo economica in cui i giovani riuscirebbero a recuperare un mestiere antico e importantissimo in una regione come la Liguria».

Un lavoro che verrebbe coordinato con altre aree geografiche dove i muretti a secco sono molto impiegati, come Valtellina, Veneto, Friuli, Trentino: «Se potessimo contare su questo strumento inizieremmo a formare i ragazzi, costruendo un’industria che potrebbe andare a servire l’agricoltura, riconvertendo in orti e coltivazioni l’85% dei terreni liguri, ormai abbandonati».

IL MURETTO A SECCO: LE CARATTERISTICHE

L’arte dei muretti a secco è il “saper fare” costruzioni in pietra, senza altri materiali se non talvolta la terra secca. Sono diverse le tipologie di muretti: «Parliamo di manufatti che riguardano sentieri, case, muri perimetrali, orti».

Andrea sottolinea che l’intento del collettivo è quello di ripristinare i muri, non costruirne di nuovi, il tutto senza usare il cemento: «Un muretto in cemento ha una vita media che oscilla tra i 25 e i 30 anni. Il punto debole è che un muro costruito con questo materiale è più sottile ed economico, ma è un manufatto con una tensione unica, che cade tutto insieme, come una carta da gioco».

E uno a secco? «Dura cinquecento anni. Il motivo è molto semplice: nella massicciata non c’è nessuna linea uniforme e in tutti i punti le pietre sono dissipatori di forza». Per questo in Liguria sono ancora in piedi muri che risalgono ai primi del ‘300. «La vita di un muro a secco quindi è di circa 600 volte superiore rispetto a uno in cemento e su questo non c’è dubbio».

Dal punto di vista idrogeologico poi, con il cemento il livello di propagazione dell’acqua è molto inferiore: «Durante forti piogge, l’acqua trova il modo di passare tra gli anfratti. Certo, insieme all’acqua scorre anche un residuale microscopico di terra, ma prima di “cuocere” (termine tecnico, ndr) un muretto a secco passano secoli».

Sono più solidi e duraturi, ma hanno anche bisogno di un mantenimento costante; per questo è importante riconvertire i terreni abbandonati in coltivazioni: «Solo rinsaldando questo legame con la terra si può garantire anche una permanente vigilanza dello stato dell’arte dei muri». Ogni muretto è unico e custodisce dentro di sé la storia di una tradizione secolare ma anche un efficace strumento di salvaguardia del territorio.

Muretti a secco LIGURIA
Muretti a secco

«Fino agli anni ‘30 del 900, la nostra era un’economia di sussistenza che coinvolgeva tutta la collettività e questo comportava il mantenimento delle fasce, dei sentieri e delle creuze, tutte attività in cui l’intera comunità era coinvolta. Oggi, con lo spezzettamento delle proprietà, ogni problema è sempre “del vicino”. In questo senso, c’è bisogno di cambiare mentalità».

PROGETTI FUTURI

Nel cassetto c’è un progetto di ripristino ambientale di un passo all’interno della valle del Gentile. Si chiama il “Passo del Barbiere” ed è un’antica via di comunicazione tra Camogli e San Rocco, ora purtroppo protagonista di frane e smottamenti. Andrea Scotti ha progettato di recuperarla, coinvolgendo il Comune di Camogli, la facoltà di Architettura di Genova e diversi altri soggetti. Per ora però è ancora tutto fermo.

Il progetto vuole riportare in auge la tecnica del muretto a secco sulle murature di monte e di valle del passo e anche sulla sua pavimentazione. Si tratterebbe di un modello sperimentale ed esportabile anche in altri contesti all’interno del piano di definizione del nascente Parco Nazionale di Portofino.

Proiettare questo investimento sui prossimi decenni porterebbe vantaggi da svariati punti di vista: a livello economico, ambientale e anche della conoscenza del territorio. «Ormai i vecchi sentieri, le antiche canalizzazioni sono dimenticate, chi le conosce più?».

Tra gli obiettivi infatti c’è anche lo sviluppo di un piano di gestione sistemica delle foreste, delle acque e dei manufatti in pietra a secco, simbolo di un’antica economia di sussistenza: «Oggi, vorremmo che quell’economia diventasse circolare, per ristabilire un equilibrio tra il territorio, la sua produttività e i manufatti di cui siamo eredi e di cui dovremmo essere i custodi per le prossime generazioni».

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