14 Dic 2021

La schiavitù delle giornaliste afghane

Scritto da: Emanuela Sabidussi

Il giornalista Mosè Carrara, che da anni si occupa di temi legati ai diritti e ai soprusi internazionali, ci racconta qual è la situazione del giornalismo in Afghanistan, soffermandosi in particolare sulla condizione in cui si trovano le donne giornaliste, già in grande difficoltà prima del ritorno dei talebani.

Imperia - Sabato scorso si è tenuto a Ventimiglia l’evento “Fidapa terra convegno sulla realtà delle donne afgane“. Tra i relatori vi era anche Mosè Carrara, giornalista che si occupa da anni di temi legati all’immigrazione e ai diritti internazionali, ma soprattutto di persone che in diverse parti del mondo si trovano inconsapevolmente a far parte di un grande disegno dettato dal potere, dall’economia globale e da cambiamenti climatici che peggiorano ancor di più la loro situazione.

Ho rivolto qualche domanda a Mosè per capire cosa lo muove e smuove nel suo lavoro quotidiano di ricerca e il motivo per cui ha scelto, tra tanti temi possibili, di parlare proprio della situazione delle giornaliste afgane all’evento appena passato.

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Mosè Carrara, giornalista
Ci racconti il tuo percorso, Mosè?

Vengo dalla ricerca. Ho studiato diritto all’università in Italia e antropologia sociale in Francia, occupandomi di “mondi” rom e delle politiche ufficiali a essi riservate. Ho poi effettuato indagini sul campo in Africa subsahariana, ho scritto per alcune riviste di contesti africani e immigrazione e attualmente collaboro come freelance con un paio di testate.

Nel loro insieme, queste esperienze mi aiutano a tener ferma la convinzione che un approccio alla realtà fattuale rivolto alla testimonianza e capace di far dialogare le discipline, intrecciando dati e conoscenze, sia la base necessaria per un buon giornalismo.

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Mi hai raccontato esserti occupato in passato del tema dell’immigrazione. Ce ne parli?

L’Africa mi ha dato una grande lezione. Contro l’immobilismo di rappresentazioni vetero-coloniali confluite nell’immaginario diffuso contemporaneo è una terra in continua mutazione, dove il cambiamento sociale si accompagna a un’elevata mobilità umana e alla capacità di far propri e riadattare elementi della cultura e del pensiero. Il Mediterraneo diventa un limes esterno, scaturito da una logica che vede nella mobilità, anziché una necessità (migliorare la propria condizione o anche solo sopravvivere) e una fonte di mutuo arricchimento, un “pericolo” che ha fatto la fortuna di ministri, capi di Stato e segretari di partito.

Agli antipodi della prospettiva spinelliana, la “Fortezza Europa” ci indica che la politica dei muri ha messo radici in un tempo segnato dalla paura e dal torpore di fronte agli orrori commessi. Questo mi ha spinto a scrivere di immigrazione e a intervistare diversi esperti in materia: giuristi, analisti geopolitici, diplomatici, operatori di ONGe giornalisti.

Occorre incrociare i dati statistici e di expertise per seguire il fenomeno a livello extraeuropeo e per cogliere, in un secondo tempo, le falle di sistema: un’accoglienza carente nella gran parte delle situazioni esclude dai rigidi canali della protezione internazionale, che dipende da regole UE mai riformate e policies statali improntate, prima che sui diritti inalienabili dei sopravvissuti al viaggio, ad esternalizzare la gestione del fenomeno.

Migranti economici, climatici, richiedenti asilo non riconosciuti o respinti sono risorse per la criminalità organizzata e i Governi lo sanno. Ancora, provo vergogna e rabbia verso l’ormai abituale circolazione di notizie sulle morti in mare, per quello che accade tra Messico e Stati Uniti o, più recentemente, agli afghani sul confine tra Polonia e Bielorussia o in Grecia, Austria e Croazia. Per tutto questo, continuerò a scrivere di migrazioni rivolto alle persone, non ai flussi.

Per l’incontro di sabato hai scelto un tema molto particolare: il giornalismo al femminile. Perché tra tanti hai ritenuto essere un tema importante da trattare?

L’idea di avviare una ricerca sul Medio Oriente esteso era nell’aria da tempo. I giornalisti sono una categoria particolare di scomparsi e la loro vita oggi nel mondo sembra contare davvero poco. Nonostante la frequente tendenza a sottrarre un’identità politica agli Stati che nella loro storia travagliata cadono nelle mire delle superpotenze, la vicenda afghana è emblematica per la resistenza e l’autodeterminazione della sua società civile, in particolare delle donne.

La questione di genere è imprescindibile, non solo per le variazioni di grado nell’imposizione dei valori islamici all’interno del corpo sociale, ma anche per la capacità delle donne afghane di far sentire la propria voce attraverso canali associativi e istituzionali. Così è stato – dopo la Costituzione del 1964, che riconosceva il suffragio universale e l’elettorato passivo per le donne, e poco prima della “Rivoluzione d’aprile” – per l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA, 1977).

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Dopo il silenzio imposto dal regime talebano, dai primi anni 2000 si assiste a una progressiva rinascita del giornalismo. Solo nella capitale Kabul, in base ai dati offerti da Reporter senza frontiere (RSF), nel 2020 erano presenti 108 canali mediatici che davano lavoro a 4940 persone. 1080 erano donne, 700 delle quali giornaliste.

Qual è la situazione oggi giorno del giornalismo femminile nel Paese?

Riprendendo il report di RSF e del CPAWJ (il Centro per la protezione delle giornaliste afghane”, partner nazionale di RSF), in settembre a Kabul erano meno di un settimo le donne che ufficialmente lavoravano per i media. Delle 510 impiegate nei gruppi di riferimento, solo 76, delle quali 39 giornaliste, esercitavano ancora. Questi dati hanno verosimilmente subito un’ulteriore contrazione, mentre non è possibile stabilire numeri certi per le province e le zone rurali, dove al controllo talebano si alterna quello di gruppi affiliati all’Isis o ad altre reti terroristiche, come il network Haqqani. Molte giornaliste titolari di posizioni di vertice hanno lasciato il Paese.

Hai parlato anche dei falsi miti sorti durante il ventennio di occupazione americana. Ci fai qualche esempio, raccontandoci la verità legata ad essi?

Preferendo adottare la prospettiva di una fonte interna, formata da cittadine afghane, che offra una lettura fondata sull’esperienza diretta di un ventennio di occupazione da parte delle forze NATO, riprendo alcuni passaggi tratti dagli statement della RAWA, con questa premessa: guardando alla storia degli “imperi”, di nome e di fatto, sappiamo che la “pace civile” (prerogativa per l’esercizio della cittadinanza) non corrisponde alla “stabilizzazione” e che i principali interessi americani non erano l’importazione dell’ordine giuridico occidentale, ma il controllo di una regione strategica (oggi nel mirino di Russia, e Cina, senza dimenticare “vicini” come l’Iran, il Pakistan e l’India).

La riabilitazione dei talebani come interlocutori politici e l’accordo di Doha del 29 febbraio 2020 ne sono una conferma: “Una banda fondamentalista – affermava l’Associazione Rivoluzionaria già l’8 marzo 2002 – non può essere combattuta schierandosi e sostenendone un’altra. Nella guerra contro i talebani e Al-Qaeda, gli Stati Uniti hanno assistito l’Alleanza del Nord” (la cd. resistenza del Panshir) fornendo armi ad alcuni famigerati signori della guerra. Così facendo, gli USA stanno di fatto favorendo i peggiori nemici del nostro popolo”.

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Donne afghane – immagine di Hisour.com

Il costo della guerra in Afghanistan e Iraq, a tacere delle decine di migliaia di vite umane sacrificate (47.245 solo tra i civili), supera i 2000 miliardi di dollari, secondo i dati pubblicati ad agosto da Linda Bilmes dell’Università di Harvard e dalla sua équipe di ricerca. Altri miti continueranno a crearsi, al servizio dei poteri in gioco sullo scacchiere internazionale. Credo però che le libertà raggiunte dalle donne in alcune stagioni di questa storia sofferta non possano cancellarsi con un colpo di spugna, neppure sotto l’egida delle nuove alleanze tra gruppi criminali e talebani al governo.

La terza parte del tuo intervento l’hai definita una “lezione dal presente”, con una riflessione che mirava al futuro. Di cosa si tratta?

L’intervento è stato dedicato alle donne rimaste sul territorio, in particolare a quelle giornaliste che, meno fortunate o escluse dai media nazionali di riferimento – come Tolo News, dove l’informazione continua a funzionare e le giornaliste “possono lavorare, a patto di non violare i principi e i valori dell’Islam”, secondo le sinistre rassicurazioni di alcuni portavoce governativi –, scrivono i loro servizi da casa o da posti segreti ritenuti più sicuri. Questa è la lezione più importante: non solo il coraggio di restare, ma il credere che ne valga la pena, che il giornalismo in Afghanistan non sia “morto”, come hanno affermato diversi professionisti del settore.

Nella costante incertezza per le sorti della professione e, prima ancora, per la propria incolumità personale, non bisogna spegnere i riflettori, impiegando ogni mezzo. Nell’inerzia della comunità internazionale, un segno importante arriva dalle reti professionali di giornalisti pronti ad accogliere e supportare i colleghi.

Da comuni cittadini possiamo sostenere la situazione afghana attuale, secondo te? Se sì, in che modo?

Facendo rete e dando il più possibile visibilità ai soggetti più colpiti, anche fisicamente, dal regime e dal collasso economico e a chi si sforza di sopravvivere e lavorare mentre è in atto una gravissima crisi umanitaria, destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi. Prendo ancora a riferimento le parole di una donna, Massouda Jalal, medico e già Ministro per gli Affari femminili, più volte candidata alle presidenziali e figura emblematica nella vita pubblica afghana degli ultimi vent’anni: “È in atto una guerra contro le donne (…)”, scrive. “Serve un governo inclusivo, trasparente, sostenuto dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale, che dia metà del potere alle donne. (…) Servono aiuti, l’ONU deve imporre che siano le donne a distribuirli”.

Se per il giornalismo indipendente è vitale il concetto di contropotere in atto, per le donne che in Afghanistan stanno stringendo i fili della Storia, mi viene in mente una sola parola: cittadine.

Fonti:
www.open.online/2021/09/01/afghanistan-giornaliste-donne-rsf/
https://rsf.org/fr/actualites/sur-700-femmes-journalistes-kaboul-avant-le-15-aout-moins-de-100-sont-encore-en-activite
www.hisour.com/it/womens-rights-in-afghanistan-37352/
www.radiobullets.com/rubriche/rawa-donne-libere-afghanistan/
www.rawa.org/rawa/2021/10/07/afghan-women-s-fight-for-freedom-and-democracy-will-never-fail.html

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