28 Mar 2022

Verso l’allentamento delle restrizioni in Italia: prospettive e riflessioni del Comitato Docenti Contro il Green Pass

Scritto da: Benedetta Torsello

Dopo ritardi e rinvii anche l’Italia traccia finalmente la propria road map per uscire dallo stato di emergenza, ma i segni lasciati da questi ultimi due anni non spariranno facilmente a colpi di nuovi decreti legge. Riflettendo su quanto accaduto proviamo a capire cosa ci aspetta insieme al professor Carlo Lottieri, esponente del Comitato Docenti Contro il Green Pass.

Risale alla scorsa settimana la notizia di un graduale allentamento delle restrizioni anche nel nostro paese, a partire dalla fine dello stato di emergenza che scadrà tra pochi giorni, il 31 marzo. Alcune anticipazioni su quanto discusso dal Governo chiariscono quali saranno le principali novità riguardanti l’uso del green pass sui luoghi di lavoro, per l’accesso ai mezzi di trasporto e ai servizi in generale.

Carlo Lottieri, professore di Filosofia del Diritto all’Università di Verona, ha definito come «una bolla di isteria» quella in cui stiamo vivendo da due anni a questa parte e da cui non sarà semplice uscire persino allo scadere dell’attuale stato di emergenza. La nostra società, sostiene Lottieri, è cambiata molto più di quanto possiamo renderci conto: basti pensare che perfino «un diritto fondamentale come quello di disporre di sé è oggi contestato, sulla base della celebrazione di una scienza di Stato che non ammette contraddittori».

La scala temporale su cui queste trasformazioni si possono apprezzare potrebbe talvolta farci sfuggire l’entità del cambiamento stesso. Eppure la lezione di Hayek ci insegna che la strada verso la schiavitù è fatta proprio di graduali privazioni e compressioni dei diritti personali: “La libertà – scriveva il pensatore austriaco – non si perde mai da un giorno all’altro”. Alla vigilia di un nuovo possibile scenario futuro, abbiamo raccolto le riflessioni del professor Lottieri, membro del Comitato Docenti Contro il Green Pass.

È di questi giorni la notizia di una road map che guiderà l’Italia fuori dallo stato di emergenza, in netto ritardo rispetto a molti altri paesi. Come commenta questa procrastinazione del nostro Governo?

L’Italia è in ritardo rispetto agli altri paesi perché il Governo aveva investito in questa narrazione drammatica della situazione nazionale. Ha dovuto tenere ferma la barra, soprattutto per poter giustificare provvedimenti molto pesanti, come quelli ai danni dei lavoratori. Ma ciò che mi colpisce di più – come lo stesso Draghi ha dichiarato – è il fatto che l’insieme delle strutture predisposte dagli ultimi decreti, a partire dal green pass, non verrà eliminato.

L’idea è che potremmo trovarci nel prossimo futuro in situazioni analoghe. Credo proprio che l’Italia si stia avviando a ridefinire il potere di controllo in termini molto diversi rispetto ad altri paesi. E quindi il sistema di monitoraggio della nostra vita, che il green pass ben rappresenta, è stato introdotto sulla base di un’emergenza, ma non scomparirà: è stato incardinato alla vita quotidiana.

green pass 2
L’incapacità di portare avanti un dialogo costruttivo è sintomo di un cambiamento radicale della nostra società. Cos’altro è cambiato profondamente in questi ultimi due anni?

Quello che maggiormente mi ha fatto riflettere in questi ultimi due anni è che siamo disposti ad accettare che esista una verità di stato, una verità ufficiale. Vale come risposta da dare di fronte al virus, ai problemi internazionali e via dicendo. E quindi c’è sempre meno la possibilità di un dialogo e di un confronto. Persino molti docenti vengono ripresi dai propri dipartimenti o università se affermano qualcosa di scomodo.

Sono cresciuto in un mondo che non era così, in cui i docenti universitari avevano le idee più diverse, le esponevano e portavano avanti a titolo unicamente personale e pagavano le conseguenze in termini di reputazione se dicevano qualcosa di infondato. Quando crollò il muro di Berlino, ad esempio, tutti i sostenitori del marxismo subirono un danno di immagine, in un certo senso. Era crollato il mondo in cui avevano creduto fino a quel momento, ma nessuna università si sarebbe mai permessa di distinguersi dai propri docenti, che parlavano sempre e comunque a titolo personale. Credo dunque che quanto sta avvenendo sia molto preoccupante.

Cosa si nasconde dietro la tendenza a ridicolizzare chi espone una tesi diversa? Perché si perde improvvisamente di credibilità?

È esattamente così: si costruisce una verità ufficiale, la si presenta come necessaria e scientifica – spesso abbiamo assistito a una strumentalizzazione della scienza, usata in modo pretestuoso per distinguere ciò che è vero da ciò che è falso – e si mettono da parte tutti quegli studiosi che sostengono tesi diverse da quella approvata. È stato imbastito un sistema di esclusione perfetto.

Questo è molto illiberale, perché in una società realmente aperta, tutte le tesi minoritarie devono trovare spazio. Le minoranze permettono di vedere le cose da una prospettiva diversa. Nessuno ha la verità in tasca: ognuno di noi offre una propria lettura sempre parziale della realtà e dall’incontro di queste visioni scaturisce un processo che ci permette di comprendere meglio la realtà stessa. Oggi siamo invece di fronte a una marginalizzazione dei dissidenti. Abbiamo innescato un palese meccanismo discriminatorio che deriva dal fatto di aver accettato una verità di Stato.

Si potrebbe parlare di una deriva dogmatica della scienza?

Non credo che la scienza in quanto tale abbia conosciuto questa deriva. Ritengo che la politica abbia preteso attraverso una serie di apparati di definire ciò che è scientifico. Il politico si candida a essere il peritus peritorum, “colui che ha la facoltà di stabilire chi è competente”. Così la politica ha nominato il CTS e tutti gli altri istituti con l’obiettivo di dire le cose come stanno, senza contraddittorio. In questo quadro molti scienziati si sono sentiti sotto pressione: esprimere la propria posizione – soprattutto se divergente rispetto agli interessi della politica – è diventato molto “costoso”.

Si è creato un vero e proprio meccanismo intimidatorio. Nella rappresentazione generale di questi ultimi due anni abbiamo avuto la scienza da una parte, totalmente schiacciata sullo Stato, e poi la superstizione e l’ignoranza dall’altra. Una rappresentazione volutamente ridicola perché funzionale alle logiche del potere. Ciò nonostante ci sono per fortuna ancora tantissimi scienziati che continuano a rimanere sulle proprie posizioni.

green passs
Nel vostro appello si legge che l’università non può stare con nessuno. Definirebbe tutto ciò a cui abbiamo assistito un fallimento dell’istituzione universitaria?

Certamente è così. È capitato anche a me e a tanti altri colleghi di avvertire la difficoltà di esprimere in scienza e coscienza – come dovrebbe fare un docente universitario – le proprie idee sulle questioni più disparate e di interesse pubblico, non solo legate al Covid. Esistono istituzioni universitarie che pretendono di dire quale sia la linea dell’Università, come se centinaia di docenti potessero adottare una medesima opinione e l’università non fosse un luogo di confronto, dove c’è un’ampia varietà di posizioni e competenze.

L’università esce senza dubbio peggio da questa vicenda, anche perché tutta la retorica costruita in questi anni sull’integrazione e sul pluralismo è crollata definitivamente. Ho avuto studenti e studentesse che non potevano entrare in classe sulla base di considerazioni che dal punto di vista epidemiologico non avevano alcuna fondatezza. È sufficiente frequentare gli altri paesi per capire il modo estremistico con cui in Italia le istituzioni universitarie hanno affrontato la situazione. Siamo stati chiusi in una bolla, incapaci di accorgerci cosa accadesse altrove e convinti che le cose dovessero andare così e basta.

È mancata una pluralità di prospettive su quanto abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo?

Questo aspetto è interessante. Quando si pensa a un fenomeno come l’avvento di un’epidemia in una società c’è senza dubbio un punto di vista medico, che è fondamentale, ma anche un punto di vista economico – totalmente diverso –, politico, giuridico e via dicendo. Perché gli studiosi che vedono il fenomeno da diverse prospettive dovrebbero tutti aderire alle istituzioni giuridico-politiche proposte da un solo gruppo di questi – gli epidemiologi, ad esempio? Non è comprensibile. È come se si enfatizzasse una subalternità tra le discipline.

Nella rappresentazione generale di questi ultimi due anni abbiamo avuto la scienza da una parte, totalmente schiacciata sullo Stato, e poi la superstizione e l’ignoranza dall’altra. Una rappresentazione volutamente ridicola perché funzionale alle logiche del potere

Al di là delle questioni ideologiche (che pure ci sono), c’è anche un problema di complementarità delle competenze: il medico deve esprimere la propria tesi e ascoltare quella degli altri. Il giurista deve dire la propria e ascoltare quanto sostengono gli economisti. Quanto è accaduto negli ultimi due anni avrà implicazioni importanti sulla nostra economia, sulla tenuta del diritto, sulle istituzioni, sulla società nel suo insieme.

Al Comitato Docenti Contro il Green Pass hanno aderito anche dei docenti di università straniere. In generale come si è posta la comunità accademica internazionale rispetto al caso Italia?

L’Italia è stata vissuta dall’esterno come una delle grandi eccezioni: non la sola per altro. Fenomeni di risposte estremistiche si sono avuti anche in Canada e Australia. Gli studiosi più avvertiti e sensibili si rendono conto che l’Occidente sta cominciando a vedere emergere al proprio interno sistemi politico-giuridici totalmente diversi e perfino divergenti in senso patologico. C’è grande preoccupazione per questo.

Si è tanto parlato di libertà individuali e del limite entro cui possono essere esercitate. C’è persino chi ha parlato di libertà collettiva. Qual è il suo punto di vista?

Quella di libertà collettiva è una formula usata dalla ministra Messa per indicare un concetto diverso, immagino. Anche perché la libertà può riguardare soltanto i soggetti che agiscono: un soggetto plurale non può agire – a meno che non si sia animisti e si ritenga che la classe o la nazione abbiano un’anima, ma così non è. Quello che immagino si volesse intendere con quella formula è che la libertà di tutti noi deve tenere conto dei diritti altrui. E questo è verissimo.

Tutti i comportamenti che noi assumiamo possono avere ricadute sugli altri. In preda a una sorta di isteria si è pensato – senza valutare davvero quali fossero le implicazioni di tali comportamenti –, che uscire di casa dopo le ventidue potesse essere un modo per mettere a rischio la vita degli altri (mi riferisco al provvedimento del coprifuoco), oppure che il semplice uscire per strada fosse un modo per danneggiare gli altri (e stavolta mi riferisco al lockdown). Quella a cui abbiamo assistito è stata davvero una grave crisi del diritto. Il diritto avrebbe dovuto cercare di individuare quei comportamenti che sono realmente potenzialmente dannosi per gli altri, ma questo non si è fatto.

All’estero invece cos’è successo?

In altri paesi si individuano regole molto meno stringenti. Ha senso il fatto che in Italia a un guarito venga rilasciata la certificazione verde della durata di sei mesi quando in Svizzera (senza andare molto lontani) questa dura un anno, allo scadere del quale sulla base dei valori anticorpali si può ottenere un prolungamento di tre mesi? Davvero le restrizioni a cui siamo stati sottoposti nella possibilità di spostamento e di lavoro sono giustificate da un potenziale rischio?

Nella maggior parte dei casi non è così e questo è un grosso problema. Si è immaginato che una serie di comportamenti fossero lesivi per gli altri, ma lo si è fatto in modo totalmente pretestuoso e di fatto allo scopo di controllare sempre più la società. Quello che è stato costruito è un meccanismo micidiale di sorveglianza dei nostri comportamenti.

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Che effetti hanno avuto i provvedimenti legati allo stato di emergenza nelle relazioni con gli altri?

Credo sia interessante ricordare che nei regimi autoritari c’è qualcuno che dall’alto impone cose. Ma soprattutto nei regimi totalitari c’è una mobilitazione della società. Quando il potere assume intonazioni totalitarie, esso tende infatti a voler entrare persino nella tua mente e nel tuo cuore. Ogni singolo diventa l’ultima guardia rossa di un sistema di controllo e così scopri che il tuo vicino di casa potrebbe in ogni momento denunciarti. Alla fine ci si sente addirittura colpevoli di compiere tutta una serie di atti che violano provvedimenti che, a ben guardare, sono illegittimi e irrazionali.

Questi due anni hanno influito sul nostro naturale bisogno di progettare e pensare al futuro. Facendo uno sforzo di immaginazione, come vede il mondo post-pandemico?

Ho la sensazione che a quel mondo di due anni fa, per lo meno in Italia, non si tornerà facilmente. Penso che qualche allentamento ci sarà per forza di cose. Ciò che ha detto Draghi l’altro giorno è significativo: il decreto legge non smantellerà la struttura esistente alla luce di future possibili pandemie ed essa rimarrà così in modo permanente.

Questo è un dato cruciale: come sempre le crisi sono accompagnate da un’espansione del potere e una compressione della libertà individuale. Quando la crisi sembra finire o finisce c’è una riconquista delle condizioni vigenti allo stato di partenza, ma solo parziale, perché lo Stato non arretra del tutto. Abbiamo perduto libertà che non riavremo e al contempo il potere ci ha fatto accettare come normali tutta una serie di nuove condizioni. C’è una nuova normalità molto peggiore.

Come reagiscono alla crisi le nuove generazioni?

In linea di massima mi è sembrato che le nuove generazioni abbiano subito questa situazione senza mostrare una grande capacità di reazione. La mia generazione, di confusi rivoluzionari (se così vogliamo definirla), non avrebbe mai accettato una cosa simile: l’università sarebbe stata messa a ferro e fuoco. Nonostante la maggior parte degli studenti sia stata passiva e non abbia mostrato grande capacità di reazione, ho comunque visto emergere gruppi minoritari straordinari, persone preparate, colte e aperte al dialogo.

Mi è capitato di fare incontri fuori dall’università e dagli orari di lezione che sono durati tutto il pomeriggio. Si faceva davvero fatica a chiudere perché si discuteva, ci si confrontava e lo si faceva con passione. Questo è senza dubbio un segnale di speranza. Oggi la politica, l’imprenditoria, i sindacati sono guidati da una classe dirigente monocorde e senza scrupoli, capace di tenere migliaia di persone senza stipendio, senza lavoro, senza porsi alcuna domanda di fronte a evidenze medico-scientifiche ormai chiare. L’augurio è che questi giovani possano diventare davvero il fulcro di una nuova classe dirigente: migliore di quella che abbiamo oggi.

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