9 Giu 2022

Ricucire il dolore, tessere la speranza: tenere insieme la vita grazie all’arte che cura, da Maria Lai a Sidival Fila

Alcuni artisti del presente e del passato hanno legato la loro creatività ed espressione all'arte tessile, che racchiude una vasta gamma di messaggi intrinseci ed espliciti estremamente attuali. Ce ne parla Patrizia Lonardi, socia dell'associazione Spiritualità del Creato e artista milanese.

A partire dal mio lavoro e al punto in cui sono arrivata, mi ispiro, come figura umanistica e artistica, al lavoro e pensiero profondissimo e originale di Maria Lai – artista sarda nata nel 1918 e morta nel 2013 –, figura di eccellenza nel panorama della creatività contemporanea, che solamente da pochi decenni viene riconosciuta dal grande pubblico.

Maria Lai è l’artista che più esplicitamente di tutti assimila l’arte alla vita, ne incarna tutta la potenzialità e fragilità e, al tempo stesso, è in grado di connettere (legare) il pensiero razionale con quello irrazionale, il visibile all’invisibile, ciò che è comprensibile a ciò che è oscuro.

È stata proprio questa sua capacità di tenere insieme tutti questi aspetti contraddittori dell’esistenza che ha fatto sì che il suo lavoro mi insegnasse qualcosa. A maggior ragione in questo momento in cui la vita collettiva e molte vite individuali subiscono ferite, sbandamenti, incertezze: il Covid prima e ora una guerra, con esiti nefasti e imprevedibili. Maria scrive i libri con fogli di stoffa e cuce le lettere usando l’ago e il filo, dove il filo diventa metafora dell’infinito mentre il contenuto è un discorso che vive di immaginazione e non si arresta mai.

maria lai 1
Maria Lai

Maria attinge alla tradizione arcaica della sua terra, la Sardegna. Scrive leggende locali trasformandole in storie per bambini. Prende da esempio, come metafora del vivere, il lavoro che le donne da secoli fanno con il telaio, il loro tessere, cucire e ricucire, rammendare, riparare… Possiamo quindi dire che la sua è una narrazione tessile: i fili della trama e dell’ordito si intrecciano per narrare storie e i fili sono come trame di inchiostro e diventano alfabeti che suggeriscono non solo storie, ma anche poesie.

Maria Lai viene anche definita “tessitrice di speranza”, perché pensa che l’arte possa ancora illuminare questo nostro tempo così povero di fiducia e di futuro. Lei vede nell’arte l’invito rivolto a tutti noi di coltivare lo stupore e il silenzio. Da questo silenzio ogni lettore dà voce a un sé stesso che gli era sconosciuto e risorge in quel momento. Ecco perché un’opera d’arte diventa un processo di tessitura dove la trama e l’ordito sono gli intrecci tra la speranza, il silenzio, lo stupore, il dolore.

Per l’artista sarda il cucire è un “incunearsi con curiosità a contatto con i diversi aspetti della vita, penetrando nei suoi risvolti come fossero pieghe di un tessuto; l’ago è il suo strumento, che permette a un filo sottile di essere introdotto nella trama che continua a costituirsi mentre il filo scorre”.

maria lai 2

“Cucire – scrive ancora Maria Lai – è quel movimento lento che si ripete all’infinito, un atto di pazienza e ripetizione. L’ago serve anche a riparare, a guarire, avvicinare, unire. La sua traccia sono dei punti che si comprendono solo se si tengono uniti”. È esattamente ciò che ci capita nella vita: per poterla decifrare abbiamo il compito di coglierne tutti i punti, tutti i dettagli. Solo quando questi punti sono letti insieme si comprende la trama che ognuno di noi si è come cucita addosso.

Procedendo per associazioni, vorrei parlarvi di Louise Bourgeois (Parigi 1911/New York 2010). Louise è cresciuta in una famiglia di tessitori, in un laboratorio che riparava arazzi. A 12 anni impara da sua madre quest’arte, le insegna a distinguere i vari tipi di tessuto e a tingerli usando metodi antichi. Moltissime sue opere sono dedicate al rammendo, al cucito. Tessere è stato il suo modo di risanare le cose.

Della sua arte Louise dice: “Il mio lavoro è l’opera di ricostruzione di me stessa e trova origine nella mia infanzia; la memoria e i cinque sensi sono strumenti di cui mi servo. Il mio lavoro riguarda la fragilità del vivere e la difficoltà di amare e di essere amati. Utilizzo un linguaggio simbolico per esprimermi. Bisogna impregnare la materia di sentimenti. Il mio bisogno di utilizzare materiali soffici e stoffe, di far ricorso al cucito e alla bendatura dice la paura della separazione e dell’abbandono”.

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Sidival Fila

Un altro artista che si occupa di “tessere la vita” è Sidival Fila, frate francescano, nato in Brasile nel 1962, poi trasferitosi a Roma dove vive e lavora e ha fatto dell’avventura artistica la propria vocazione. Il suo lavoro è apparentemente molto semplice: prende la tela, la piega creando pieni e vuoti, la modella e la ridipinge. In seguito la ricuce minuziosamente, ricongiungendone diversi punti, ricostituendone la tessitura.

Qual è il senso di questo suo lavoro, fatto con una pazienza da amanuense, riprendendo i tessuti manipolandoli e ricreandoli? Non si tratta di un lavoro puramente estetico o concettuale. Riprendere un materiale già utilizzato e consunto è un gesto di pietas, in cui l’artista raccoglie un materiale che ha già assolto la sua funzione, può essere scartato, perché giunto alla fine del suo viaggio. Ridipingerlo, ricucirlo, ricongiungere parti mancanti, significa trasformare il significato, trasfigurandolo nella dimensione estetica. Con l’uso di ago e filo, Sidival Fila riscatta la materia, le ridona vita e senso: quel tessuto viene introdotto nella sfera dell’arte e diventa oggetto di contemplazione.

Un’opera d’arte diventa un processo di tessitura dove la trama e l’ordito sono gli intrecci tra la speranza, il silenzio, lo stupore, il dolore

Ma questa ri-creazione è frutto di un processo lento in un calmo passare del tempo che è quello del filare, del tessere, del cucire; un tempo che sembra sempre uguale e che è come una meditazione. Questo filo che ricongiunge e ricompone le diverse parti del tessuto è come quello della grazia che rimargina le ferite creando così dei nuovi e impensati equilibri. È il filo che ricuce ogni trama dell’esistenza, anche quella più consunta e rovinata, strappata o macchiata, affinché nulla vada perduto.

Tutti e tre questi artisti ci invitano, specie in momenti di dolore e lacerazione personale e sociale come quelli che stiamo vivendo, a ricucire insieme i pezzi, tessere e ritessere brandelli di vita, rammendare trame per tessere la speranza, proprio quando gli eventi sembrano negare ogni possibile fiducia nel futuro. È infatti proprio quando tutto sembra andare irrimediabilmente a pezzi, che l’arte può emergere come pratica che cura. Come scrive Matthew Fox, “sia come individui che come specie, abbiamo il bisogno di metterci direttamente, senza veli, di fronte alla creatività e alle paure che essa suscita. Nudi. Impariamo così ad avere per la creatività una reverenza profonda”.

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