5 Ago 2022

Incendi dolosi per spendere poco e fare in fretta: gli speculatori fanno strage di ulivi del Salento

Scritto da: Ada Martella

Non c'è pace per il Salento e per i suoi antichi custodi, gli ulivi. La maggior parte dei roghi che stanno devastando gli uliveti del leccese e del brindisino è infatti dolosa e rappresenta un metodo per fare – letteralmente – terra bruciata nelle campagne e consegnarle nelle mani degli speculatori dell'energia, dell'edilizia e dell'agricoltura intensiva. Ma c'è chi non ci sta: è la società civile, che ha organizzato un'iniziativa di sensibilizzazione e protesta.

Lecce, Puglia - Non di solo fuoco si muore, ma anche di abbandono. Dire “il Salento è in fiamme” potrebbe non fare notizia, dato che gli incendi divampano oggi in Italia e in mezza Europa. La vera notizia infatti è che sono gli ulivi salentini a essere dati alle fiamme. Intenzionalmente dati alle fiamme. Da circa tre anni gli incendi sono aumentanti in maniera esponenziale, come rileva il Sistema Copernicus tramite i satelliti della Nasa, e per la prima volta riguardano quasi esclusivamente quel che rimane dell’olivicoltura del Sud della Puglia, in piena apocalisse post Xylella.

L’epidemia causata dal CoDiRO (Complesso Disseccamento Rapido Olivo), aggravato dal batterio Xylella, ha colpito e seccato oltre 20 milioni di alberi, non certo all’improvviso. La lunga agonia dura da circa sette anni, durante i quali nulla è stato fatto per ripensare e ricostruire l’agricoltura salentina, né tantomeno il paesaggio, il cui verde è – o meglio, era – rappresentato dagli ulivi, boschi di ulivi, patriarchi ultracentenari che loro malgrado sono ancora il simbolo di questo finibus terrae.

Immaginando di sorvolare il Salento per scattare un’istantanea, questa sarebbe la cartolina: le coste dell’Adriatico e dello Jonio prese d’assalto dai vacanzieri e, nell’immediato entroterra, campagne a perdita d’occhio dove tutto è secco, abbandonato e, a macchia di leopardo, messo a fuoco. Tutti i giorni la stessa cartolina, con le colonne di fumo nero come tanti accampamenti indiani.

Una delle peculiarità del tronco d’ulivo è che quando prende fuoco la sua morte è lentissima, può ardere per giorni prima di consumarsi del tutto. Immaginate 5 ettari – ognuno dei quali con almeno 100 alberi – e i suoi 500 ulivi che ardono come torce. Per spegnere il rogo di un singolo albero occorre moltissima acqua, che nessuno è disposto a usare, poiché gli ulivi salentini sono stati dati per spacciati. Da maggio i Vigili del Fuoco ricevono fino a settanta chiamate al giorno, ma sono pochi gli interventi che riescono a effettuare, poiché sono sotto organico e con mezzi insufficienti.

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Ma non è solo questione di strumenti e personale. In base ai Piani AIB (Antincendio Boschivo) l’utilizzo dei Canadair è previsto solo per le “aree boschive” – il 3,8% del verde – e non per le “aree olivetate”, che rappresentano oltre il 40% della superficie arborea. Per intenderci, se bruciano 6 ettari di uliveto i Vigili del Fuoco non possono usare i Canadair – tranne se si ravvisa pericolo per persone o abitazioni –, così come invece accade se brucia mezzo ettaro di bosco, pineta o macchia.

ulivi del salento1

Solo quest’anno e sino a oggi – ma l’estate non è ancora terminata – sono centinaia gli ettari di uliveti andati in fumo. Questa distruzione sta avvenendo sotto il completo silenzio delle istituzioni, in primis la Regione Puglia, ma non della società civile. Ad esempio Salviamo gli Ulivi del Salento, progetto nato come pagina facebook l’anno scorso con una petizione che raccolse 40mila firme.

Questo movimento continua a essere una sponda per tutti coloro che denunciano e documentano ogni giorno le porzioni di campagne in fiamme, lo stato di abbandono, l’eradicazione selvaggia ora sostituita dal fuoco come mezzo per sbarazzarsi degli ulivi, la distruzione del resto della vegetazione che va in fumo insieme agli ulivi, la tossicità dei fumi dovuta anche alla spazzatura e alla gomma dei tubi d’irrigazione. Si tratta di un nutrito gruppo di persone che quest’anno si è allargato diventando Tecla, una Rete di Coordinamento di sei associazioni attive da tempo sul territorio nell’ottica dell’agro-forestazione rigenerativa.

“Perché il Salento va a fuoco?” è una delle “dieci domande di fuoco”, un documento che Tecla ha inoltrato agli organi di Governo e alle Forze dell’Ordine, le stesse Istituzioni che l’anno scorso hanno ricevuto la petizione di 40mila donne e uomini, in cui si chiedeva, in piena emergenza incendi, un Piano Straordinario di Rigenerazione Ecologica e Paesaggistica. Ma il silenzio continua a fare il paio con il fuoco, costante ed esponenziale.

Per meglio comprendere quel che sta accadendo occorre farsi un’altra domanda: “Perché le campagne sono abbandonate?”. L’80% dell’area olivetata del Salento è caratterizzato da una micro parcellizzazione della proprietà – molto spesso i lotti non arrivano neppure a un ettaro di estensione – mentre la restante parte è gestita da aziende agricole. Sono solo quest’ultime, insieme ai coltivatori diretti con più di due ettari, ad essere i beneficiari delle misure previste dalla Regione Puglia a sostegno dell’eradicazione degli ulivi per il reimpianto di cultivar (forse) resistenti al batterio, ma con altissimo fabbisogno idrico, come la Favolosa F17.

Dunque, gli aiuti economici riguardano solo il 20% dei proprietari e comunque a tutt’oggi i reimpianti sono stati pochi e, ancora una volta, con la miopia della monocoltura, questa volta intensiva. Tutti gli altri – migliaia di persone, vecchi contadini e piccoli proprietari – sono stati abbandonati: nessun finanziamento, nessuna linea guida su come e cosa fare per affrontare l’apocalisse post Xylella. Questo popolo di formiche, abbandonato dallo Stato, ha iniziato lentamente a ritirarsi, a lasciare la campagna e gli ulivi che non servono più, non fanno frutti, rappresentano solo un costo perché i terreni, per legge, vanno tenuti puliti per prevenire gli incendi.

ulivi del salento2
Foto di Veronica Andrea Saucheli e Valentina Borgato

Fino a qualche tempo fa c’era un lugubre via vai di camion di ditte calabresi che, a costo zero per i proprietari, eradicavano, spezzettavano e trituravano per ripartire carichi di legna o cippato per le centrali a biomassa, lasciando i campi perfettamente vuoti – come se un patrimonio di alberi anche millenari non fosse mai esistito – e senza valore.

Poi, con i costi del combustibile quasi raddoppiati, è venuta meno la convenienza nel muovere pesanti mezzi in cambio della legna. E così il fuoco ha preso il posto degli escavatori e delle motoseghe per eliminare gli alberi patriarchi. È molto più economico, giusto il costo di un cerino e di un po’ di benzina con cui imbevere uno straccio da infilare nel tronco cavo dell’ulivo.

Il fuoco per fare piazza pulita, per liberarsi di questi alberi potenti che non vogliono morire – lo dimostrano i polloni che continuano a venir fuori dalle radici – senza preoccuparsi di ricostruire quel vuoto, che è anche assenza di ossigeno, di ombra, di riparo per la fauna, senza che la Regione Puglia abbia approntato un progetto di ricreazione arborea agricola e non. Questa tabula rasa del territorio, in assenza di una nuova riforma agraria e paesaggistica, a chi giova?

Non si è a conoscenza di Piani di ricostruzione della superficie arborea, ma sono noti i progetti di impianti di fotovoltaico/eolico in corso di autorizzazione per le province di Lecce e Brindisi.  Poco più di 100 progetti per un totale di oltre 2.500 MW.  Per farsi un’idea della portata, basti pensare che la centrale Enel di Cerano – una delle più grandi d’Europa – ha una capacità di 2.640 MW.

È questa l’idea delle Istituzioni? Una “Cerano diffusa” che si mangerà centinaia di ettari di territorio, dimentichi del fatto che, secondo gli ultimi dati aggiornati dell’Ispra, la provincia di Lecce mantiene il primato regionale per quel che riguarda il consumo del suolo. Ma anche del fatto che la superfice arborea/boschiva senza gli ulivi è poca cosa, appena il 3,8% del totale. Ciechi davanti al processo di desertificazione aggravato anche per via dell’espianto degli ulivi, il cui potente apparato radicale mantiene attivo il flusso delle acque di superficie e tutte le attività microbiche vitali per il terreno.

Il fuoco ha preso il posto degli escavatori e delle motoseghe per eliminare gli alberi patriarchi

La percezione è quella di spianare la strada – in senso letterale – al fenomeno del land grabbing, ossia facilitare l’accaparramento delle terre per mano di multinazionali dell’energia, affaristi, vecchi e nuovi latifondisti, della finanza fossile con il greenwashing dei rimboschimenti per acquisire crediti carbonio, del business del mattone. Quest’ultimo è un affare sicuro, poiché non ha più come ostacolo la legge regionale del 2015, che prevedeva il divieto di edificare per sette anni nei terreni colpiti da Xylella, poiché dopo essere scaduta non è stata mai rinnovata. Per inciso, il rinnovo della legge regionale n.141 è una delle richieste di Tecla.

A contrappunto ci sono le associazioni e le cooperative di giovani che sono da anni l’avamposto della resistenza, poiché piantano alberi senza accettare lo scambio con i crediti carbonio, si prendono cura degli ulivi ammalati e non li spiantano, praticano agricoltura rigenerativa senza uso della chimica, ricreano la biodiversità con l’agro-foresta, combattono giornalmente gli incendi, coinvolgono le comunità. Studiano e fanno proposte progettuali alle Istituzioni, senza arrendersi al loro silenzio.

Aderiscono a Tecla – Coordinamento Rete III Settore:

  • Associazione Casa delle Agriculture Tullia e Gino
  • Associazione Città Fertile
  • Associazione Manu Manu Riforesta!
  • Associazione Mobius Circle
  • Associazione Salento Km0
  • Salviamo gli Ulivi del Salento

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