22 Giu 2023

Fausto Dalla Valentina: i social possono essere uno strumento di pace

Scritto da: Laura Tussi

Fausto Dalla Valentina si definisce un "piccolo sociologo", che è anche il nome che ha dato ai suoi canali social. Attraverso essi, senza inseguire la logica del click baiting, propone contenuti che cercano di suscitare consapevolezza e che vanno dalle domande esistenziali più profonde all'informazione sui temi chiave del pacifismo, del disarmo e della nonviolenza.

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Fausto Dalla Valentina si potrebbe definire un innovativo influencer sui generis. Il suo spazio divulgativo si chiama Piccolo Sociologo. Ma Fausto svolge il suo ruolo in modo molto positivo, creativo e costruttivo. Con il suo impegno lancia messaggi di pace, nonviolenza e – perché no? – amore. Lui si definisce un “vlogger”, poiché pubblica video in cui trasmette contenuti di pensieri e concetti molto profondi con un linguaggio estremamente essenziale, ma molto pertinente, semplice e comprensibile da tutti. Fra i temi caldi del momento trattati sui canali social di Fausto Dalla Valentina – per cui è stato invitato più volte in televisione per gestire conversazioni con un contraddittorio ovviamente – c’è la guerra in Ucraina.

Fausto ti riconosci nella presentazione che ho fatto di te?

Sì e ti ringrazio per le belle parole. Quello dell’influencer può essere un ruolo molto positivo, ma io non sento di rientrare in questa categoria. È vero che comunico sui social e utilizzo gli hashtag, ma solitamente un influencer tende a direzionare il suo agire soprattutto verso ciò che i suoi followers prediligono. Io invece mi baso su ciò che mi appassiona, anche se è contro i miei interessi nell’ottica “like”. Poco dopo il 24 febbraio 2022 ho lanciato l’iniziativa con l’hashtag #ParliamoDiPace che ancora circola tanto e ormai conta centinaia di post, svariati video, articoli nel mio blog ed interviste varie, compresa quella con te e Fabrizio Cracolici.

fausto dalla valentina
Qual è il riscontro di questo tuo modo di comunicare presso il pubblico?

Come per la pandemia, la guerra in Ucraina è stato uno spartiacque. Per questa mia presa di posizione molti hanno smesso di seguirmi e addirittura svariati conoscenti mi hanno tolto l’amicizia su Facebook. Per non parlare delle centinaia di insulti su YouTube, quasi tutti incentrati sull’accusa infondata di “se parli di pace sei un putiniano”.

Riguardo le apparizioni televisive, nella puntata di Diritto e Rovescio del 5 maggio 2022, pensavo mi avessero invitato tra varie voci pacifiste, non immaginavo di essere invece l’unico quella sera in studio a parlare di pace e più che un contraddittorio si è trattato di un “tutti contro uno”. In ogni caso per me vale sempre la pena dare voce alla pace. Vlogger è più quello che faccio, non quello che sono. Mi definirei più un ricercatore esistenziale.

Gli argomenti che tratti maggiormente partono dalla ricerca esistenziale?

La domanda esistenziale “chi siamo” è centrale per me, perché ci pone in discussione. Apparentemente astratta e filosofica, può sembrare che non porti da nessuna parte, ma continuare a porsela ci fa scoprire ad esempio chi non siamo, chi crediamo di essere, i nostri condizionamenti e pregiudizi e, se anche non trovassimo una risposta definitiva, ci riporta al presente in modo pratico, per divenire chi vogliamo essere.

Se poi andiamo ancora più in profondità, chiedersi chi siamo significa osservarsi, generare un testimone che scruta la coscienza. Se ci manteniamo costanti nell’auto-osservazione cominciamo a identificarci sempre più con l’osservatore piuttosto che con l’osservato. E qui si fa interessante, per non dire sconvolgente, rispetto all’idea diffusa di un io come entità unica e indivisibile.

Parli anche di identità personale e collettiva, dei nostri valori etici e condizionamenti, dello sviluppo di un pensiero critico: questo coinvolge anche l’approccio con la natura etica ed ecologica e l’ambito politico che affronti con atteggiamento satirico.

Esatto, più che sulla sociologia la mia impostazione pare basata sulla tuttologia. L’identità ci viene soprattutto trasmessa dalla cultura che troviamo nelle condizioni di nascita, ci identifichiamo come individui in gruppi di appartenenza spesso contrapposti e questa è una delle basi di cui si nutre la guerra. Abbiamo spesso un’identità limitata, che difficilmente va oltre al proprio ruolo lavorativo/sociale, figuriamoci oltre la propria nazione. Un’identità molto limitata perché – come narra Pirandello nel fu Mattia Pascal – se smetto di interpretare un determinato ruolo identitario, chi sono io a quel punto?

Ci crediamo uomini moderni e civilizzati, ma molti scontri armati avvengono ancora per contese di territori, così come accadeva ai tempi dei primitivi. Se provassimo ad andare oltre i nostri piccoli confini esterni, soprattutto ideologici, il nostro patriottismo non sarebbe più solo delimitato dalle lingue o da stili di vita differenti ma potremmo sentirci tutti parte di una patria planetaria.
Come fu per il muro di Berlino, oggi a partire dalla NATO, dobbiamo abbattere il muro ideologico che divide il mondo in fazioni contrapposte.

Il sociologo Galtung ad esempio aveva individuato tre forme di violenza: diretta, strutturale e culturale o simbolica. Su queste basi, come puoi descrivere il tuo concetto di violenza?

Le varie forme di violenza intrappolano la pace in una gabbia buia. È la bramosa economia di guerra che trae profitto dalla morte e specula sulla sofferenza. Poi c’è la totale incapacità politica dei governi e delle istituzioni internazionali di agire con strumenti diplomatici di mediazione. Ma non è finita, la lista sarebbe ancora lunghissima. Suonerà strano ma la pace è prigioniera anche di chi, pur essendo contro la guerra, rimane silenzioso e inerte, pensando che sia competenza e facoltà esclusiva dei governanti porre fine ai conflitti. Siamo stati persuasi che la guerra alcune volte può essere considerata giusta: l’inganno per giustificare l’uso della violenza.

Dobbiamo abbattere il muro ideologico che divide il mondo in fazioni contrapposte

Non distinguiamo più tra azioni sagge o stolte ma viviamo nell’automatismo polarizzato “noi siamo buoni, i cattivi vadano all’inferno”. Così, per uccidere “loro” siamo disposti a fare uccidere pure i “nostri”. Come diceva Gandhi, «la violenza è un suicidio». Ma esiste una via d’uscita: il dialogo è la chiave per liberare la pace. Ci sono nuovi modelli eroici che nulla hanno a che fare con i sacrifici sanguinosi; al contrario, mostrano il coraggio di rinunciare alla rivalsa del proprio ego, mettendo al primo posto il bene comune, disinnescano l’escalation della violenza, perseverando nella costruzione di ponti d’incontro.

Rifacendomi al Mahatma, per sconfiggere il senso di impotenza e di rassegnazione che attanaglia buona parte della popolazione serve una prolungata marcia condivisa di disobbedienza civile nonviolenta, ma per ottenere risultati deve essere utilizzata in modo ricorrente come strumento democratico di massa. Siamo in un momento cruciale per l’umanità: se al nostro progresso tecnologico non corrisponde un equivalente sviluppo evolutivo, sarà come dare a un bambino di 4 anni una Ferrari al posto di una macchina giocattolo. Dobbiamo crescere la nostra statura etico morale e ripudiare quella antropocentrica, tornando con la massima urgenza a essere parte armonica della natura del mondo dal quale ci siamo alienati.

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