19 Dic 2022

Lo strano abito con cui Messi ha festeggiato il mondiale in Qatar – #640

La finale dei mondiali vinta dall’Argentina ha messo fine ai mondiali in Qatar. La cerimonia di premiazione è stata caratterizzata da un’immagine fortemente simbolica: quella di Messi con indosso un abito tradizionale qatarino. Parliamone. Parliamo anche di contrasto al cambiamento climatico con la riforma del mercato del carbonio europeo, di Intesa San Paolo che introduce la settimana corta e delle scuole bombardate dall’esercito turco a Kobane, in Kurdistan siriano.

È FINITO IL MONDIALE PIU’ CONTROVERSO DELLA STORIA

Forse ve ne sarete accorti un po’ di sfuggita, ma ieri c’è stata la finale della Coppa del Mondo di calcio. Ha vinto l’Argentina, dopo una finale dal punto di vista sportivo bellissima contro la Francia, finita ai rigori dopo che i tempi regolamentari si erano conclusi 2-2 e i supplementari 3-3, con doppietta di Messi e tripletta di Mbappe.

Perché vi racconto tutto questo in un format in cui non sono solito parlare di calcio? perché ci sono tante storie dietro questa storia. Alcune sportive, altre che non hanno molto a che vedere con lo sport. E c’è uno stridore forte fra la bellezza espressa da una partita come quella di ieri sera, almeno per chi segue il calcio, e una simbologia cupa, che si è mossa sullo sfondo.

Questo conflitto è perfettamente riassunto in un’immagine: quella del capitano dell’Argentina Leo Messi che alza la Coppa del Mondo indossando il Bisht, una specie di mantellina che è un indumento tradizionale qatarino che copriva per buona parte la maglia della sua nazionale. 

Come scrive Marco Beltrami su Fanpage: “Leo Messi non si è presentato sul podio solo in maglietta e pantaloncini, ma con un indumento inedito. Dopo i saluti di rito alle autorità e la cerimonia di assegnazione della medaglia d’oro, la stella dell’Argentina è stato fermato dagli addetti ai lavori e in primis dall’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani (che fra parentesi è anche il proprietario del Psg, squadra in cui giocano sia Messi che Mbappe) che gli ha messo sulle spalle un particolare mantello. Messi visibilmente imbarazzato e sorridente, si è lasciato aiutare nella sistemazione della particolare cappa e poi con la stessa indosso ha alzato la coppa del mondo, mentre nello stadio partivano i fuochi d’artificio. Una scena curiosa, una novità per le premiazioni Mondiali”.

“Che cos’è quel mantello particolare nero, con ricami dorati? – continua il giornalista – Si tratta del Bisht, un capo d’abbigliamento tipico del medio oriente e della penisola araba. È un particolare accessorio che di solito si indossa sopra un thobe, ovvero una tunica lunga fino alle caviglie. Questo mantello, di solito nero, ma anche marrone, grigio, beige o bianco è il più tradizionale dei mantelli sauditi nonché uno dei più prestigiosi, e viene associato a regalità, ricchezza e cerimonia. Non è un caso che i Bisht vengano indossati in occasioni degne di nota, come le ricorrenze o i momenti speciali, e da personaggi di spicco. Infatti i membri delle famiglie reali non ne fanno a meno negli appuntamenti formali.

Il mantello è stato indossato proprio oggi, festa nazionale del Qatar, che si tiene dal 18 dicembre 1878, dall’emiro, dai ministri e da tutte le autorità principali qatariote. Ecco allora che il Bisht è stato dato anche a Leo Messi, protagonista principale dei Mondiali ormai giunti al termine. Una mossa astuta quella delle autorità del Paese mediorientale: in questo modo si è legata l’immagine del Qatar, attraverso un suo indumento tipico, al calciatore argentino nel momento più importante della sua carriera. E l’immagine della premiazione dell’Argentina destinata a diventare iconica e restare nella storia del calcio per sempre, ci sarà anche il Bisht e dunque riferimento al Qatar per quello che è un atto di propaganda ben congeniato”.

Ecco, l’articolo, in maniera abbastanza neutra, descrive bene però quella che è la coronazione di questa enorme operazione di marketing che sono stati questi mondiali. Mondiali caratterizzati dalle atrocità con cui sono stati costruiti gli stadi, costati la vita a qualcosa fra i 7mila e i 15mila lavoratori migranti. Dal greenwashing. Dal Qatargate. Dalla ipocrisia della Fifa.

La foto di Messi è un simbolo fortissimo, che mi sembra forse vada anche oltre questo evento specifico, e arrivi a simboleggiare – o meglio a sancire una volta per tutte quello che forse – direte voi – era già scontato, ovvero il predominio, violento, impositivo, dei soldi sul gioco. 

Al tempo stesso, mentre buttavo giù le riflessioni apocalittiche su questa notizia mi sono anche chiesto: ma in fin dei conti, per il Qatar sarà valsa la pena? Perché io ho un po’ la sensazione che questo Stato che fino a qualche mese fa nessuno si filava, era sconosciuto ai più, ora sia diventato di colpo famoso per abusare dei diritti dei lavoratori, per corrompere parlamentari ed ex parlamentari europei, per provare ad offuscare la più grande stella del calcio contemporaneo. Io oggi ho un’opinione del Qatar molto peggiore di quella che avessi qualche mese fa. Voi?

LA RIFORMA DEL MERCATO EUROPEO DEL CARBONIO

Sono anni che se ne parla, della riforma del mercato europeo del carbonio, e alla fine è arrivata. Nella notte fra sabato e domenica Parlamento europeo e Consiglio europeo hanno raggiunto l’accordo per riformare il meccanismo dei carbon credits e renderlo più ambizioso.

Ora, facciamo un po’ di contesto perché non è detto che tutti voi sappiate di che cosa stia parlando. Il mercato del carbonio europeo, noto anche come Ets, ovvero Emissions trading system, è uno dei sistemi, il principale forse, con cui l’Ue ha pianificato la transizione verso emissioni nette zero.

Come funziona? L’idea di base è che ci sia un numero limitato di crediti di carbonio (il carbonio è l’elemento presente in tutti i gas climalteranti: è la C di CO2 (anidride carbonica) la principale responsabile dell’effetto serra, o di CH4, il metano, e così via. Per mitigare la crisi climatica dobbiamo smettere di buttare carbonio nell’atmosfera, decarbonizzare la nostra economia, come si dice.

Ecco, tornando ai carbon credits, dicevamo che ce n’è un numero limitato che gli stati, e le singole aziende all’interno degli stati, possiedono e che sono una sorta di diritto a produrre emissioni. Le aziende possono usarli, oppure se sono più virtuose e producono meno emissioni, possono venderli ad altre aziende che sono più indietro nella transizione. E queste compravendite avvengono su un mercato di crediti.

Ora, lo stratagemma qual è? Che anno dopo anno il numero complessivo di questi crediti diminuisce, per arrivare a zero nel 2050, cosa che equivarrebbe a dire che l’economia europea nel 2050 non produrrà più emissioni. Fin qui è la teoria. La pratica è tutt’altra cosa e questo meccanismo ha mostrato negli anni un sacco di lacune. Innanzitutto si applica solo al 40% delle emissioni europee. Ovvero copre solo alcuni settori, come la produzione di energia elettrica e di calore, i grandi comparti industriali come le raffinerie di petrolio, le acciaierie e gli impianti per la produzione di vari metalli e materiali, l’aviazione civile. Ma quasi tutto il resto delle emissioni ne rimane escluso». Ed è una fetta bella grossa a non essere conteggiata, basti pensare ai trasporti su gomma, all’agricoltura, agli allevamenti. «Ci sono settori che sono esentati come quello degli allevamenti intensivi, che addirittura rientrano nell’ambito della Politica agricola comune, che sono responsabili di enormi fette di emissioni».

Poi c’è la questione, parallela, che io posso anche produrre emissioni, ma invece di usare i crediti di carbonio, compensare attraverso altri meccanismi (ad esempio piantando alberi, o finanziando progetti dall’altra parte del mondo) cosa che ha mostrato un sacco di lacune. Insomma, è un’architettura un po’ traballante quella su cui si basa il sistema del mercato del carbonio. Questo giusto per dire che questo sistema funziona e non funziona. Ora, in cosa consiste la riforma approvata ieri?

Leggo da un articolo della redazione dell’Ansa: “L’Ets sarà più grande e non interesserà più solo industria ed energia. Per la prima volta al mondo un mercato della CO2 coprirà i trasporti via mare. Ma anche quelli via gomma e il riscaldamento e, in futuro, gli inceneritori. Seconda novità senza precedenti è la creazione di un Fondo sociale per il clima con oltre 86 miliardi di euro, di cui l’Ue e gli Stati disporranno per tutelare i cittadini dagli aumenti del costo dell’energia. Risorse fresche per interventi strutturali, ma una parte potrà essere usata per erogare veri e propri aiuti diretti alle famiglie. Il terzo inedito è la ‘carbon tax’ alle frontiere, che applicherà il prezzo della CO2 dell’Ue ai prodotti importati di alcuni settori, per consentire alle imprese europee di competere il più possibile ad armi pari con quelle di Paesi dove le politiche del clima sono meno stringenti, evitando delocalizzazione e perdita di posti di lavoro.

Altra novità è che si da un’accelerata sulla riduzione dei carbon credits in circolazione. Entro il 2030, la grande industria e il settore energetico dovranno diminuire le proprie emissioni del 62% rispetto a quando il sistema ha iniziato a funzionare, dal 2005. Da quell’anno a oggi il taglio è stato di quasi il 43%, ma la velocità della riduzione dovrà aumentare.

Le compagnie di navigazione pagheranno per tutte le loro emissioni di CO2, metano e protossido di azoto dal 2026. Dal 2027 un Ets separato riguarderà trasporti su strada e edifici, cioè le emissioni dei carburanti alla pompa e il combustibile da riscaldamento. Il sistema è studiato per incidere sui fornitori di carburante e non sulle famiglie, ma secondo le valutazioni di impatto della Commissione europea gli aumenti saranno inevitabili. Se dovessero rivelarsi insostenibili, l’entrata in vigore del sistema sarà rimandata di un anno. In ogni caso, nel 2026 partirà il fondo sociale, 65 miliardi di risorse Ue con cofinanziamento nazionale fino al 25%. In totale, 86,7 miliardi fino al 2032. 

Insomma, interessante che venga allargato il bacino di applicazione e che si acceleri sulla decarbonizzazione. Restano comunque molti limiti strutturali, difficili da superare. Il sistema Ets è la classica soluzione di un’economia di mercato, che prova a risolvere tutto col mercato. Comunque, diciamo che se anche siamo molto lontani da soluzioni sostanziali, ogni passo migliorativo lo accogliamo come positivo.

BOMBARDATE SCUOLE A KOBANE

Torniamo a parlare del Kurdistan e in particolare di Kobane, città simbolo della resistenza e dell’autorganizzazione curda. E lo facciamo per dare una notizia passata assolutamente inosservata qua da noi, ma tragicamente significativa. Scrive ANFNews, uno dei principali siti in lingua inglese di informazione sul Kurdistan, che “Centinaia di alunni curdi a Kobanê non possono più studiare come qualche settimana fa. Sono costretti a fuggire dal nuovo fronte di guerra aperto dallo Stato turco nella regione autonoma della Siria settentrionale e orientale. 

Secondo il comitato per l’istruzione della regione autonoma dell’Eufrate, un totale di 16 istituti scolastici a Kobanê sono stati rasi al suolo o gravemente danneggiati a causa dei bombardamenti turchi da quando è iniziata la nuova ondata di attacchi, più di tre settimane fa. Altre tre scuole sono state chiuse come misura precauzionale, poiché i bombardamenti hanno già causato gravi danni alle strutture.

Bekir Cerade, copresidente del Comitato per l’istruzione nella regione dell’Eufrate ha detto che “A causa dei continui bombardamenti sulle infrastrutture civili di Kobanê non è possibile prevedere quando inizierà la ricostruzione, perché il comitato non è attualmente in grado di creare spazi di apprendimento alternativi al posto delle scuole distrutte”.

Tutta questa situazione è dovuta ai nuovi attacchi turchi. Dal 19 novembre la Turchia sta attaccando la popolazione e le infrastrutture civili nel nord-est della Siria. E non solo a Kobanê le lezioni sono state cancellate. Al 30 novembre, circa 22.000 alunni, anche a Cizîrê, Minbic e nelle aree non completamente occupate di Efrîn, sono stati privati della scuola. Che uno potrebbe pensare, ci sono i bombardamenti, muoiono persone, chi se ne frega della scuola, e invece la possibilità fdi andare a scuola soprattutto in alcuni luoghi del mondo rappresenta anche più del diritto all’istruzione, rappresenta un appiglio di normalità e socialità. 

Per questo bombardare una scuola, è un gesto simbolicamente terribile, fra l’altro senza senso dal punto di vista militare. Fra l’altro vi ricordo che la Turchia ha di fatto comprato la libertà di bombardare a piacimento i Curdi usandola come arma di contrattazione per l’ingresso della Finlandia nella Nato. Ha tolto il veto all’ingresso a patto che nessuno le rompesse le scatole per la questione curda. Questi sono i risultati.

SETTIMANA CORTA INTESA SAN PAOLO

Torniamo a parlare di settimana corta, questa volta la notizia arriva dall’Italia. Non ci sono sperimentazioni in vista, ma la decisione di una grande azienda, Intesa Sanpaolo, la più grande banca italiana, che ha annunciato che da gennaio del 2023 introdurrà per i suoi dipendenti la possibilità di scegliere di lavorare quattro giorni alla settimana invece che cinque. 

Scrive il Post: “È una decisione piuttosto significativa, perché Intesa Sanpaolo è una delle società private con più dipendenti in Italia, circa 76mila, e in generale perché non esistono molti esperimenti italiani sulla settimana corta.

I dipendenti di Intesa Sanpaolo potranno decidere su base volontaria se partecipare o meno alla settimana corta proposta dall’azienda, che prevede un aumento delle ore lavorative giornaliere a 9 per quattro giorni (saranno quindi 36 ore in totale) e il mantenimento della stessa retribuzione che si riceve al momento, lavorando cinque giorni (generalmente per un totale di 37 ore e mezzo). L’azienda ha fatto sapere inoltre che introdurrà stabilmente nuove regole per il lavoro da remoto: i dipendenti potranno decidere di farlo per un massimo di 120 giorni all’anno, senza limiti mensili e ricevendo un buono pasto giornaliero da 3 euro.

Insomma, mi sembra una roba interessante che un’azienda con 76mila dipendenti introduca una novità del genere. Poi, detto fra noi, se questa novità riducesse anche la produttività di Intesa San Paolo avremmo fatto bingo, considerando che è la banca che investe di più in fonti fossili del nostro paese. Ma questo non diteglielo.

FONTI E ARTICOLI

#mondiale
Fanpage – Cos’è l’abito che hanno dato astutamente a Messi per alzare la Coppa del Mondo: avevano uno scopo

#Carbon market
Ansa – Clima: storica intesa in Ue sulle emissioni, chi inquina paga
Ansa – Clima: accordo europeo per l’adozione della ‘carbon border tax’

#settimana corta
il Post – Da gennaio i 76mila dipendenti di Intesa Sanpaolo potranno scegliere di lavorare con la cosiddetta “settimana corta” 

#Kobane #curdi
ANFNews – 19 schools in Kobanê destroyed by Turkish bombs

Mappa

Newsletter

Visione2040

Mi piace


Usa e Germania inviano i carri armati: cosa succede? – #660

|

Stato Bradipo: nell’era della fast fashion, un progetto di moda lenta, etica ed ecologica

|

Associazione vittime dell’uranio impoverito: “Con le esercitazioni Nato in Sardegna è in atto un massacro”

|

Dall’Australia a Mussomeli. Danny McCubbin con The Good Kitchen prepara pasti gratis per chi ne ha bisogno

|

L’endocrinologo Giovanni Frajese: i vaccini a mRNA influiscono sul sistema ormonale?

|

Wakhan, il corridoio che collega Cina e Afghanistan dove le minoranze vengono sacrificate

|

Veronica Saetti racconta Buy Nothing, il modello economico fondato sul dono e sulle relazioni

|

Kukì e il canto del fiume