4 Ott 2022

Il vertice sul clima COP 27 si avvicina, come ci arriviamo? – Io Non Mi Rassegno #592

Il vertice delle Nazioni Unite sul Clima Cop 27 inizierà fra circa un mese, e i paesi – quelli con interessi simili – stanno iniziando a siglare accordi e a trovare linee comuni per arrivare preparati. Analizziamo l’incontro dei ministri di economia e finanze dell’Ue e dei paesi africani per capire cosa possiamo aspettarci dal vertice. parliamo anche dei danni dell’Uragano Ian, delle elezioni in Brasile, delle rivolte in Iran (con il caso della ragazza italiana arrestata) e infine delle tante altre elezioni e avvicendamenti al potere che stanno accadendo nel mondo.

VERSO COP 27

È iniziato il percorso di avvicinamento alla Cop 27, a cui abbiamo accennato anche ieri per via della querelle fra Liz Truss e Re Carlo III. Ve lo anticipo perché nei prossimi giorni diventerà un tema sempre più presente su questa rassegna fino al 6 novembre quando inizierà il vertice egiziano.

Comunque il percorso di avvicinamento è fatto anche da una serie di incontri fra i vari stati, o interni ai vari stati, in cui si approvano documenti d’intenti e si definiscono strategie comuni, in modo da arrivare al vertice e non dover partire da zero. 

Oggi, ad esempio, è in programma l’approvazione del documento dei ministri europei delle finanze su uno dei pilastri delle Conferenze delle parti sul clima, ovvero il cosiddetto Loss and damage (perdite e danni). Il Loss and damage è un meccanismo previsto dagli accordi di parigi del 2015 secondo il quale i paesi dalle economie più grandi, nonché i principali responsabili delle emissioni di CO2 che sono alla base della crisi climatica, aiutino finanziariamente, attraverso un fondo dedicato, i paesi più poveri e più esposti ai danni causati dalla crisi stessa.

“Il tema è molto spinoso e divisivo – scrive Rinnovabili.it -. Pur essendo previsto dall’accordo di Parigi del 2015, il meccanismo per far sì che i paesi con economie più avanzate e con le quote maggiori di emissioni storiche aiutino finanziariamente i paesi vulnerabili è rimasto al palo per 7 anni. Pochi i progressi: solo su questioni collaterali, mentre i punti di sostanza e i meccanismi che renderebbero operativi i Loss & Damage sono tralasciati”.

Più che “spinoso e divisivo”, mi sembra un tema concettualmente abbastanza semplice: sarebbe giusto che i grandi emettitori mondiali oltre a smettere nel più breve tempo possibile di gettare CO2 in atmosfera, si impegnassero ad aiutare chi di quelle emissioni sta pagando le conseguenze principali. Ad esempio quei paesi che finiranno per buona parte o completamente sommersi dalle acque per via dell’innalzamento del livello dei mari, o quelli che saranno più colpiti da desertificazione e carestie, o da fenomeni meteorologici estremi. Banalmente però chi ha il coltello dalla parte del manico – i paesi ricchi – fa il bello e il cattivo tempo (è proprio il caso di dirlo) e non ha voglia di pagare per i danni che ha provocato. 

È la linea che sembra emergere anche dell’Unione ricalca questa posizione. Politico ha fatto trapelare una bozza dell’accordo che verrà approvato oggi e, a meno di colpi di scena, sembra che l’Ue non sosterrà la richiesta dei paesi più vulnerabili al climate change di creare un fondo per i Loss & Damage. Il mandato europeo è: rimandare, rimandare il più possibile e non prendere decisioni vincolanti. Così come è successo alla Cop26, e alla Cop25, ecc ecc.

Il che è anche comprensibile eh. Sia per alcuni aspetti del contesto attuale, in cui i fondi europei serviranno per il caro energia, per contrastare l’inflazione e così via, sia perché non possiamo aspettarci che in un sistema in cui la classe politica è eletta dai cittadini di una nazione per fare il bene di quella nazione – che poi direte voi, già se fosse davvero così sarebbe qualcosa – ma comunque non possiamo aspettarci che rinuncino a un privilegio in virtù del bene collettivo. 

In maniera analoga, ma antitetica, i ministri dell’economia e delle finanze e dell’ambiente dei paesi africani riunitisi al Cairo hanno approvato e pubblicato un documento in cui tracciano una linea comune da tenere alla Cop 27, che dice essenzialmente due cose.

  1. Più accesso alla finanza climatica e creazione del fondo loss & damage. I paesi africani rivendicano infatti il diritto a una fetta di torta più grande dei finanziamenti climatici perché ricevono in media solo il 5,5% del denaro mobilitato ogni anno, anche se il loro contributo storico al global warming è minimo così come la loro impronta di carbonio attuale. E sono tra i più esposti all’impatto della crisi climatica. Inoltre è prioritaria la creazione del fondo Loss & damage, sia per una qiuestione economica che per una ragione di giustizia climatica.
  1. Bisogna evitare approcci che incoraggino bruschi disinvestimenti dai combustibili fossili, poiché ciò minaccerà lo sviluppo dell’Africa. Molti paesi africani stanno puntando sul gas come energia di transizione e – almeno a parole – come soluzione per garantire accesso all’energia a tutti. Ad oggi, circa 600 milioni di africani non hanno accesso diretto all’elettricità. Tuttavia secondo molti osservatori vista la situazione il gas servirà più ad essere venduto ai ricchi paesi europei che a favorire l’industrializzazione dei paesi stessi e tanto meno ad aiutare più di metà della popolazione del continente ad avere elettricità, visto che la maggior parte si trova in aree rurali interne dove le soluzioni più efficienti – e praticabili – sono rinnovabili e mini-grid.

Insomma da un lato abbiamo un’Europa che spingerà per smettere di utilizzare combustibili fossili (più o meno) ma non vorrà approvare un fondo di compensazione per aiutare i paesi più danneggiati. Dall’altra avremo i paesi africani che boicotteranno piani di fuoriuscita dai fossili troppo repentini e invece spingeranno per l’approvazione del fondo loss and damage.

Il rischio è che essendoci bisogno dell’unanimità per approvare le mozioni, e quindi essendo molto più facile boicottare qualcosa che farla approvare, si finisca con un niente di fatto. Certo, ci sarebbe anche la via del patto in cui i paesi poveri si impegnano a non generare emissioni e quelli ricchi li aiutano a saltare a piè pari la fase della carbonizzazione per passare a più pari a una società a basse emissioni di carbonio. 

I GIOVANI CHIEDONO GIUSTIZIA CLIMATICA

Il tema della giustizia climatica sta diventando comunque via via più centrale non solo per i governi di alcuni paesi, ma anche per gli attivisti. Il Guardian ieri pubblica un articolo in cui parla di un incontro particolare che si è tenuto in Tunisia a cui hanno partecipato giovani da molti paesi del mondo, e in particolare proprio dai paesi più colpiti – e meno responsabili – della crisi climatica. “I giovani di alcuni dei Paesi più colpiti dalla crisi climatica hanno – scrive Sandra laville sul Guardian – hanno avvertito che non sono vittime, ma una forza con cui fare i conti in vista della conferenza sul clima delle Nazioni Unite in Egitto”.

“Guidati da gruppi climatici di tutta l’Africa e del Medio Oriente, centinaia di attivisti si sono riuniti in Tunisia per prepararsi a quella che, a loro dire, sarà una lotta collettiva per la giustizia per i loro Paesi e le loro comunità, che porteranno alla Cop27 il mese prossimo”. L’articolo poi racconta in maniera avvincente e più nei dettagli – dando voce anche ai protagonisti – i temi trattati nell’incontro. Se vi interessa lo trovate sotto fonti e articoli, qua in fondo.

I DANNI DELL’URAGANO IAN

Intanto, la crisi climatica continua a far sentire i suoi colpi. Ieri sono arrivate noitizie non confortanti sull’Uragano Ian, che nonostante abbia perso potenza lungo il suo cammino ha continuato a fare danni e vittime.

Mentre a Cuba le persone scendono in piazza per protestare visto che buona parte dell’isola è ancora al buio, la Florida Medical Examiners Commission ha diffuso nuovi dati secondo cui sarebbero almeno 44 le persone morte a causa dell’uragano Ian solo in Florida, ed è molto probabile, scrive il post, che il dato salirà ancora, perché le ricerche dei dispersi da parte dei soccorritori continuano e molti giornali americani parlano già di 70 morti.

Intanto in North Carolina, dove l’uragano si è spostato dopo aver lasciato la Florida, è stata confermata la morte di 4 persone.

LULA VS BOLSONARO, IL GIORNO DOPO

Ieri abbiamo parlato delle elezioni in Brasile e oggi molti giornali pubblicano articoli di analisi sull’accaduto. Vi lascio una selezione di quelli che mi sono sembrati più interessanti fra quelli che potete trovare online. 

Personalmente ho contattato invece Massimo Canevacci, antropologo ed etnografo di fama internazionale, grande esperto di Brasile (vi ha vissuto per molti anni) a cui ho chiesto un commento sull’accaduto. Vi faccio ascoltare un estratto della sua intervista, che pubblicheremo per intero nei prossimi giorni.

LE RIVOLTE IN IRAN E IL CASO DELLA RAGAZZA ITALIANA ARRESTATA

Va bene, torniamo a parlare delle proteste Iran, perché molti giornali oggi parlano del caso della ragazza italiana arrestata a Teheran. Il fatto è abbastanza oscuro fin qui. Non si sa esattamente quando è stata arrestata né i motivi dell’arresto. La ragazza si chiama Alessia Piperno, è di Roma, è una blogger di viaggi e la notizia del suo arresto è stata data proprio dal padre in un post su Facebook (ora rimosso) in cui diceva che la figlia lo aveva contattato per telefono per dirgli che era stata fermata dalla polizia dopo avere festeggiato il proprio compleanno con alcuni amici a Teheran, dove si trovava dallo scorso luglio per un viaggio.

Questo è quello che sappiamo fin qui. Il fatto di cronaca si va a inserire però nella cornice più ampia delle grandi proteste di queste settimane che stanno sconquassando il paese. Secondo una ricostruzione la ragazza italia potrebbe essere stata arrestata proprio perché ritenuta dal governo una sorta di sobillatrice estera delle proteste. 

Il governo iraniano infatti liquida le proteste con “ingerenze straniere dei nemici dell’Iran” ormai sedate del tutto. Ma secondo molti media occidentali le proteste si starebbero espandendo a macchia d’olio. Scrive il Post, che negli ultimi giorni sono entrate in scena le Università, con gli studenti che si sono aggiunti alle migliaia di manifestanti che già protestavano da oltre due settimane in tutto il paese. 

Domenica gli studenti si sono scontrati con la polizia in assetto antisommossa. In particolare nell’università Sharif di Teheran, una delle più prestigiose del paese, ci sono stati scontri violenti nel corso dei quali la polizia avrebbe intrappolato molti studenti all’interno del parcheggio coperto, impedendo loro di uscire. Per ora è impossibile confermare come stiano andando le cose, né se gli studenti siano ancora bloccati. Questa versione sarebbe stata fornita, scrive Pressenza, da fonti dell’opposizione all’estero. Il regime sarebbe passato alla fase due della repressione con l’occupazione militare dell’università Sharif a Teheran e l’arresto di centinaia di studenti. 

L’Ong Iran Human Rights (IHR) ha postato sui social video dall’interno del campus dove si sentivano spari di arma da fuoco. L’emittente “Iran International”, che trasmette da Oslo ha affermato che le manifestazioni in diverse città vanno avanti, malgrado la repressione dura e l’uso dei proiettili da guerra da parte della polizia e dei Basiji, le milizie studentesche del regime. Nelle comunicazioni dell’emettente si sostiene che le vittime della repressione sono state finora 133.

LE ALTRE ELEZIONI NEL MONDO

Va bene, in chiusura giusto un accenno al fatto che in questi giorni nel mondo ci sono state e ci saranno diverse decine di elezioni e avvicendamenti vari. Li nomino e basta qui, per tenerne traccia, magari se abbiamo tempo nei prossimi giorni ne approfondiamo qualcuno. 

In Bulgaria si voterà domenica prossima per la quarta volta in meno di un anno e mezzo e secondo i sondaggi, per l’ennesima volta nessun partito potrebbe essere in grado di formare un governo stabile. Il che potrebbe dare maggior potere al Presidente del paese, Rumen Radev, considerato vicino alla Russia.

Sempre domenica si voterà anche in Bosnia ed Erzegovina, in quelle che il post definisce le elezioni più complicate al mondo. Il sistema politico del paese infatti è un’intricata architettura di parlamenti, governi e presidenze progettata trent’anni fa per rappresentare i tre principali gruppi etnici del paese in seguito alla guerra, ma considerata oggi responsabile di un cronico immobilismo.

Invece sabato si è votato in Lettonia e ha vinto il partito di centrodestra del primo ministro uscente Krisjanis Karins: un risultato che viene letto dai giornali come un avallo della posizione tenuta dal paese baltico in politica estera, molto critico nei confronti della Russia e dell’invasione dell’Ucraina, favorevole a un aumento delle sanzioni internazionali e a potenziare militarmente i confini dei paesi NATO che si trovano più a est, come la stessa Lettonia.

Infine, c’è stato un avvicendamento al potere anche in Burkina Faso, non tramite elezioni ma attraverso un avvicendamento – sembrerebbe senza spargimenti di sangue – all’interno della giunta militare che guida il paese. Scrive Nigrizia: “Un nuovo “uomo forte”, il capitano Ibrahim Traoré, 34 anni, si sta insediando alla testa di una giunta militare che dovrebbe cominciare in queste ore a governare il Burkina Faso. Quanto sia forte l’uomo al comando lo diranno le prossime settimane.

L’operazione, iniziata venerdì 30 settembre, si configura come una resa dei conti all’interno dell’esercito. Una contrapposizione che non avrebbe finora comportato spargimenti di sangue. Ad essere scalzato è stato il colonnello Paul-Henri Sandago Damiba che, a sua volta, lo scorso gennaio aveva destituito con un colpo di stato il presidente eletto Marc Christian Kaboré e aveva aperto una fase di transizione che, secondo quanto concordato con la Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao), avrebbe dovuto portare al voto entro il luglio del 2024 e restituire il potere ai civili. Purtroppo non è andata esattamente così.

FONTI E ARTICOLI

#COP 27
The Guardian – Young people demand climate justice in run-up to Cop27 UN talks
Rinnovabili.it – L’Europa fa mielina su perdite e danni, il dossier più caldo della COP27
Rinnovabili.it – Gas e finanza climatica dominano la COP27 di Sharm el-Sheikh

#Uragano Ian
Rinnovbili.it – C’è il climate change antropico dietro la furia dell’uragano Ian
il Post – Le persone morte a causa dell’uragano Ian in Florida sono almeno 44

#Lula-Bolsonaro
GreenMe – Lula VS Bolsonaro: il futuro dell’Amazzonia si deciderà al ballottaggio
Valori – Elezioni in Brasile, un Paese lacerato aspetta il secondo turno tra Lula e Bolsonaro

#gas
Rinnovabili.it – Nessun tetto UE al prezzo del gas? Italia e altri Paesi preparano la loro proposta

#Iran
il Post – Cosa sappiamo della donna italiana arrestata a Teheran, in Iran
il Post – Le proteste in Iran si sono allargate alle università

#Burkina Faso
Nigrizia – Burkina Faso: resa dei conti nell’esercito
Greenreport – Nuovo golpe militare in Burkina Faso: al potere i “cobra” e Ibrahim Traoré

#elezioni
il Post – Alle elezioni in Bulgaria potrebbe non vincere nessuno
il Post – Alle elezioni in Lettonia ha vinto il centrodestra
il Post – Le elezioni più complicate al mondo

#plastiche
Greenreport – Ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica, l’equivalente di una carta di credito

#rifiuti
Greenreport – Le osservazioni di Kyoto Club al piano di gestione rifiuti di Roma Capitale

#cripto
Valori – La criptovaluta di Ethereum diventa più sostenibile

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