1 Dic 2021

L’Europa si interroga su una società della post-crescita – #420

Dopo il rapporto dello scorso gennaio “Crescita senza crescita economica” in cui per la prima volta una istituzione europea minava le fondamenta del paradigma della crescita economica infinita, la EEA, Agenzia europea per l’ambiente, rincara la dose, e pubblica un altro rapporto forse ancora più significativo. In cui oltre a mettere in discussione il modello economico basato sulla crescita infinita del pil, inizia a guardare come potrebbe funzionare un sistema diverso, per quanto riguarda la sanità, il welfare, le pensioni, la spesa pubblica. Tutte cose che al momento sono garantite solo dall’espansione economica.

Oggi puntata dedicata al nuovo rapporto “Riflessioni sulla crescita verde” della EEA, l’Agenzia Europea sull’Ambiente, in cui si inizia a indagare un possibile società della post-crescita. Ma come ci siamo arrivati? Facciamo un riassunto delle puntate precedenti.

Che la crescita infinita del PIL su un pianeta dalle risorse finite fosse quantomeno difficile sono già diversi anni che gli scienziati lo sostengono. Almeno dagli anni Settanta, dal rapporto sui limiti della crescita del Club di Roma. Nel frattempo ce l’abbiamo messa tutta, come società, pur di dimostrare che non è così, e in parte ci siamo riusciti.

Per diversi anni è stata molto in voga la teoria del disaccoppiamento fra crescita del PIL e inquinamento/emissioni. Sulla carta sarebbe possibile far crescere il PIL, quindi la produzione e i consumi, e far calare fino ad azzerarle le emissioni e l’inquinamento. Basterebbe spostare i consumi sull’industria immateriale, culturale, dei servizi o sulle tecnologie verdi. È la teoria della crescita verde, su cui si basano anche il Green Deal europeo o il piano di transizione degli Usa, della Cina, di tutto il mondo.

Solo che la realtà ci dice che questa cosa non succede. Mai. E che all’aumento del PIL corrisponde la crescita di pari passo di inquinamento ed emissioni climalteranti. Nel luglio 2019 è uscito un rapporto dello European Environmental Bureau che si chiama Decoupling debunked, ovvero disaccoppiamento smascherato, che mostra come appunto il disaccoppiamento sia stato, perlomeno fin qui, un mito.

Lo EEB è un organismo semi istituzionale, che rappresenta la voce delle associazioni e dei movimenti in Europa. Ma sulla scia di quel rapporto si è mossa la EEA, che invece è un organismo molto più istituzionale, con un primo rapporto uscito a gennaio scorso che si chiamava Growth without economic growth, crescita senza crescita economica e che metteva nero su bianco cinque punti:

  • Il declino della biodiversità, il cambiamento climatico e l’inquinamento sono strettamente associati alle attività economiche e alla crescita economica.
  • Il completo “disaccoppiamento” tra crescita economica e consumo di risorse potrebbe non essere possibile.
  • L’economia della ciambella, la post-crescita e la decrescita sono alternative alle concezioni mainstream di crescita economica, che possono offrire intuizioni e approfondimenti preziosi.
  • Il Green Deal europeo e altre iniziative politiche per un futuro sostenibile richiedono non solo cambiamenti tecnologici, ma soprattutto cambiamenti nei consumi e nelle pratiche sociali.
  • La crescita è culturalmente, politicamente e istituzionalmente radicata. Il cambiamento ci impone di affrontare queste barriere in modo democratico. Le varie comunità che vivono in maniera semplice offrono ispirazione per l’innovazione sociale.

Ora, magari per il pubblico di Italia che Cambia questo non è niente di particolarmente nuovo, ma considerate l’importanza che un messaggio del genere arrivi da una fonte come quella. L’Agenzia europea dell’ambiente infatti ha il compito di fornire informazioni attendibili e indipendenti sull’ambiente, sulla base delle quali l’Ue poi legifera. Ovviamente non è che quello che dice è legge, ma non può nemmeno essere ignorato.

Ad ogni modo, arriviamo alla novità di oggi. Ovvero il fatto che sia uscito un secondo rapporto sullo stesso tema, sempre della EEA, dal titolo Reflecting on green growth. Creating a resilient economy within environmental limits, ovvero “Riflessioni sulla crescita verde – creare un’economia resiliente all’interno dei limiti ambientali”, in cui mi sembra che l’agenzia europea faccia uno sforzo ulteriore di concretezza e provi a calarsi all’interno della complessità del sistema attuale per immaginare come potrebbe funzionare un sistema socio-economico almeno parzialmente slegato dalla necessità di crescere a tutti i costi. Anche perché, per fare l’avvocato del diavolo, al di là della questione ambientale, c’è anche il fatto – trattato fra le righe nel rapporto – che comunque la crescita economica dell’area europea non è che abbia tutte queste prospettive.

Andare a mettere le mani su uno dei punti cardine della nostra società non è semplice e ci mette di fronte a tutta una serie di complessità che il rapporto prova ad affrontare. Uno dei punti di maggiore criticità è: come facciamo a tenere in piedi il sistema così come lo abbiamo pensato, con gli Stati che si prendono cura di alcuni aspetti essenziali della vita dei cittadini attraverso la spesa pubblica, le pensioni, la sanità, e così via?

Perché fin qui ha funzionato il meccanismo fondato su una popolazione che cresce – quindi con la fetta di giovani lavoratori più ampia di quella degli anziani pensionati – e un’economia che cresce, in grado di garantire un gettito fiscale crescente per lo Stato, che con quei soldi si occupa di anziani, malati, e bisognosi. Ma se il trend si inverte, se i pensionati diventano più dei lavoratori, se l’economia smette di crescere, come teniamo in piedi tutto il sistema?

Fin qui gli Stati – spiega il rapporto – si stanno concentrando su misure come tassare le emissioni o l’inquinamento. Ma si capisce che è una strategia sensata, ma di vita breve, perché una volta costruito un sistema sostenibile quelle tasse non entrano più, e allora da dove arrivano i soldi?

E qui arriviamo all’analisi più strutturale, in cui si dice che “potrebbe essere necessario esaminare più a fondo il motivo per cui la spesa pubblica è necessaria in primo luogo. Karl Polanyi, ad esempio, ha visto l’emergere dello stato sociale come un contromovimento reso necessario dalla distruzione sociale e dal danno ambientale derivanti dalle politiche del laissez faire nell’Europa del XIX secolo”. 

Quindi, la soluzione per avere meno spesa pubblica potrebbe proprio quello di smettere di distruggere l’ambiente e di danneggiare gli ecosistemi e di provare a ricostruire le comunità frammentate per favorire sistemi di mutuo aiuto. Sul finire ci sono alcuni punti interessanti, legati a questa prospettiva:

  • un invito agli Stati a reimmaginare il loro ruolo 
  • la constatazione della necessità di una trasformazione profonda delle nostre società e del sistema capitalista
  • la constatazione – anche – di come questa trasformazione abbia bisogno della collaborazione di tutte le categorie sociali, dagli enti pubblici, alle imprese, ai commercianti, alla cittadinanza.

Manca forse un pezzetto, che non viene quasi mai citato in questo tipo di studi, ma che è il punto di arrivo quasi inevitabile, ovvero la trasformazione dei sistemi di governance. Perché senza quel pezzo, parlare di collaborazione fra i diversi attori della società resta un po’ una frase vuota. Ma insomma, accontentiamoci! Un pezzetto per volta. Intanto, se anche solo questo tipo di consapevolezza si sdoganasse negli ambienti istituzionali e gli Stati – o i gruppi di Stati –iniziassero a prendere decisioni basate su questo tipo di scenario, sarebbe una svolta non da poco!

Articoli e fonti:

#post-crescita
EEA – Reflecting on green growth

#benessere #OECD
OECD – The well-being lens

#disaccoppiamento
Italia che Cambia – Il mito della crescita verde
Italia che Cambia – Unione Europea: “La crescita economica distrugge la salute dell’uomo e dell’ambiente”

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