28 Gen 2022

Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce – #455

Un articolo di GreenMe racconta la storia di una storica libreria di Milano costretta a chiudere dalla pandemia, sostenendo che “le librerie indipendenti si stanno estinguendo”. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Commentiamo anche il nuovo dossier di Valori, “Washing”, sulle strategie delle aziende per mascherare la propria insostenibilità.

LIBRERIE INDIPENDENTI, CRISI O RINASCITA?

C’è un articolo su GreenMe che parla della chiusura della di una storica libreria di Milano, Il Libro, specializzata nell’apprendimento delle lingue e nella narrativa in lingua, costretta a chiudere. È un articolo molto bello, intimo, che include l’intervista alla proprietaria dell’attività che sta per chiudere. 

Tuttavia è un articolo involontariamente ingannevole. Per via del titolo, che recita: “Le librerie indipendenti sono in via di estinzione in Italia: un’altra storica serranda si abbassa definitivamente”. Ora, il titolista lo avrà fatto sicuramente in buona fede, facendo affidamento sulla sua percezione della realtà, sul senso comune che ci dice che le persone non leggono più, che le librerie stanno tutte chiudendo e così via. 

Cosa che peraltro pensiamo un po’ tutti, giusto? Giusto? Solo che poi, per caso, mi sono imbattuto in un altro articolo – anzi non è vero, lo ha segnalato Daniel Tarozzi, il direttorissimo del giornale, sulla nostra chat Telegram di redazione, pubblicato da Agi, che proprio ieri riportava un po’ di dati sulle librerie indipendenti in Italia. Dati, non una singola esperienza. 

E i dati ci dicono che le librerie indipendenti stanno alla grande. Nel 2021 hanno registrato un aumento dei clienti, delle vendite, dei guadagni, delle assunzioni non solo rispetto al 2020 ma anche al periodo pre-pandemia. L’unico settore effettivamente in crisi è quello della scolastica. Dei libri di testo e così via, settore di cui fra l’altro fa parte anche la storia di cui vi parlavo prima della libreria di Milano. Ma tolto quello, per il resto il settore è in crescita. Nonostante Amazon, nonostante la pandemia (o chissà forse grazie alla pandemia, non saprei).

Ora, come si spiega questa cosa? Perché siamo convinti che le librerie stiano tutte chiudendo? Dobbiamo tirare in ballo i nostri amici bias cognitivi, quei simpatici meccanismi del nostro cervello che ci portano a interpretare la realtà un po’ a casaccio. In particolare il potentissimo Bias di conferma, che fa sì che andiamo a incasellare le nuove informazioni all’interno degli schemi già presenti nella nostra mente, selezionando quelle che li confermano. E il bias della negatività, che fa sì che siamo più propensi a interpretare il presente in maniera negativa. Che sembra che derivi dal fatto che per i nostri antenati era meglio pensare che una roccia fosse un orso che il contrario.

Esiste in realtà anche il bias opposto, il cosiddetto Wishful thinking, ma sembra essere più orientato al futuro, mentre per il presente prevale il negativity bias. Quindi, ecco, il nostro quadro della realtà è spesso peggiore della realtà stessa e questa tendenza al declino che vediamo in tutto spesso è più nelle nostre teste che nel mondo là fuori. Questa tendenza viene poi ripresa e amplificata dai media, che rinforzano la nostra credenza e se ne fanno specchio.

Quindi va tutto bene? Sono solo i nostri cervelli bacati a farci pensare che siamo nei casini? No, dal punto di vista ecologico siamo davvero nei casini fino al collo, ma questo non vuol dire che tutto vada male. Pensare che tutto vada male rende questo destino ineluttabile, invece riuscire a osservare anche tutte le cose che vanno bene, che vanno meglio, ci mette in una predisposizione in cui siamo anche più pronti ad attivarci per cambiare le cose.

Insomma, come diceva un tizio molto saggio, fa più rumore un albero che cade che una foresta che nasce. A meno che non ci sia nessuno ad ascoltarlo. Ma quella è un’altra storia. 

GREENWASHING

Valori ci porta in un viaggio attraverso nuove forme (o perlomeno forme meno conosciute) di greenwashing, o per meglio dire di washing, visto che non solo di green si tratta, con un nuovo dossier. Per chi non sapesse cosa fosse, il greenwashing è quella pratica purtroppo ancora molto in voga fra alcune aziende di ripulirsi l’immagine finanziando iniziative green, sostenibili, per nascondere pratiche profondamente insostenibili, o ancor più spesso usando una ecosostenibilità di facciata per essere più appetibili sul mercato, senza essere realmente sostenibili.

Basti pensare al Diesel+ di Eni spacciato come sostenibile dalla pubblicità, che è costato a Eni una multa da 5 milioni di euro perché, guarda un po’, il diesel non è mei sostenibile e affermarlo è una pubblicità ingannevole.

Tuttavia esistono anche altri sistemi usati dalle aziende per farsi belle agli occhi dei clienti senza fare la fatica di cambiare profondamente. Valori ce ne presenta vari nel suo dossier che si chiama per l’appunto washing, qui vorrei commentarne che mi sono sembrati davvero interessanti. Uno è l’art washing, ovvero le strategie di mecenatismo adottate da una serie di aziende, concentrate soprattutto nel settore delle fonti fossili. Pratica che dal 2010 ha un nome, art washing, appunto, e anche una serie di proteste legate al suo utilizzo.

Il primo caso, racconta Valori, fu quello della campagna “Liberate the Tate”, per liberare il tate Museum da una serie di finanziamenti da parte di British Petroleum e Shell. Più recentemente, un collettivo di militanti ha denunciato il fatto che sempre British Petroleum ha finanziato l’acquisizione di un’opera di artisti aborigeni australiani per includerla in un’esposizione del British Museum. Proprio in una fase in cui era al centro delle critiche in Australia per i progetti di ricerca offshore di idrocarburi. Mentre Greenpeace ha lanciato un’iniziativa a livello europeo per chiedere che siano vietate «pubblicità, partenariati e mecenatismi di tutte le imprese del settore fossile». Esattamente come avvenuto, in passato, per armi e tabacco. Interessante. 

L’altro articolo che vi segnalo parla invece dei sistemi di rating e certificazioni di quanto siano affidabili nel certificare la sostenibilità di un’azienda. Oggi, spiega l’articolo, una società può pagare una società terza specializzata, il cui mandato sarà darle un rating di sostenibilità. Ma in assenza di normative chiare e univoche e standard imposti per legge, ognuno fa un po’ quello che gli pare, e non è difficile trovare una società disposta a dichiararti sostenibile, anche se non lo sei. 

Il caso più conosciuto, drammatico e paradossale è quello della fabbrica di Ali Enterprises andata a fuoco in Pakistan nel 2012. Appena tre settimane prima del dramma l’azienda, che produceva capi per grandi società della fast fashion, aveva ricevuto la certificazione SA8000, massima garanzia di sostenibilità, con una particolare menzione per l’etica e la responsabilità sociale dell’impresa.

La società italiana che aveva rilasciato l’attestato non aveva neanche visitato la fabbrica, tralasciando di verificare l’esistenza di una pavimentazione fuori norma, un sistema antincendio non funzionante e l’impiego di lavoratori minorenni.

Insomma, in assenza di organi di controllo e standard seri uguali per tutti, i sistemi di certificazione non sono questo gran faro nell’orientare i nostri consumi.

FONTI E ARTICOLI

#librerie
GreenMe – Le librerie indipendenti sono in via di estinzione in Italia: un’altra storica serranda si abbassa definitivamente
AGI – Le librerie indipendenti hanno chiuso il 2021 con il 50% di clienti in più

#washing
Valori – L’industria dei rating e delle certificazioni è davvero affidabile?
Valori – Artwashing. Se il mecenatismo nasconde il marketing
Valori – Washing (DOSSIER)

#Ucraina
il Post – Il governo americano ha inviato una lettera alla Russia per ribadire la sua volontà di risolvere la crisi ucraina per via diplomatica

#FFF
Ansa – Clima: i ragazzi di Greta, 25 marzo nuovo sciopero globale

#tassonomia Ue
Rinnovabili – Gas e nucleare non si toccano, la Commissione blinda la sua tassonomia verde

#iceberg
il Post – La fine di uno degli iceberg più grandi di sempre

#Canada #nativi
GreenMe – Nuovo orrore in Canada: trovate le tombe di altri 93 bambini nativi sepolti sotto una scuola

#cosmo
Euronews – Scoperto un oggetto “roteante” non identificato, a 4.000 anni luce dalla Terra

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