21 Dic 2021

Il Cile svolta a sinistra, vince Boric. Cosa accadrà ora? – #433

In Cile viene eletto Gabriel Boric, il presidente più giovane – e più di sinistra – della storia del paese, con il record di voti. A Hong Kong, invece, le “farsesche” elezioni dei “soli patrioti” hanno dato come risultato la scontata vittoria della candidata pro-Pechino. Intanto Auroville, la storica comunità intenzionale indiana, è sotto attacco, mentre à già finito nel dimenticatoio il tragico rogo nel campo rom del foggiano in cui hanno perso la vita un bambino e una bambina.

Elezioni presidenziali cilene, vince Boric

In Cile si è votato per il secondo turno delle presidenziali, domenica. Il Paese ha quindi un nuovo presidente: si chiama Gabriel Boric, ha 35 anni (età minima per poter essere eletto), è il presidente più giovane della storia del paese, è molto di sinistra, praticamente comunista, sebbene non chavista, ed è un ex leader del movimento studentesco e fondatore di Revolución Democratica (RD), partito nato dalle proteste del 2016 e che ha preso il volo dopo le grandi mobilitazioni del 2019. Ha vinto come candidato della coalizione Pacto Apruebo Dignidad, di cui oltre a RD faceva parte il Partido comunista.

Al ballottaggio, in uno scontro fra opposti (che non si attraggono) ha sconfitto Jose Antonio Kast, un ultra-conservatore, che fa parte della destra dura e pura nostalgica del dittatore Augusto Pinochet. Boric ha vinto con il 56% dei consensi contro il 44, ribaltando il risultato del primo turno in cui era arrivato secondo proprio dietro Kast.

Ci sono alcuni aspetti interessanti di questa elezione, che non sono stati tanto trattati dalla stampa nostrana, perciò sono andato a spulciarmi un po’ di articoli in spagnolo e soprattutto ho chiesto lumi al mio collega Paolo Cignini, giornalista e presidente dell’Associazione Italia che Cambia, che in Cile ci ha vissuto e lo conosce bene. Per cui, anche se non starò a citarlo di continuo, considerate che diversi degli spunti che seguono vengono da lui.

Forse il dato principale è che il ballottaggio di domenica ha avuto la più alta affluenza alle urne mai registrata in Cile da quando c’è il voto volontario, con il 55,5% delle liste elettorali, 8,3 milioni di voti. Che in assoluto non è un numero altissimo, ma lo è per il Cile, in cui il voto è stato obbligatorio fino al 2012, e che da quando ha tolto l’obbligo soffre di un astensionismo cronico. Alle presidenziali del 2013 andò a votare meno della metà degli aventi diritto, mentre alle amministrative del 2016 si presentò meno del 35% dell’elettorato. La maggiore affluenza registrata negli ultimi 9 anni, fin qui, era stata in occasione del referendum sulla riforma costituzionale del 25 ottobre 2020, quando votò poco più del 51% degli aventi diritto.

Boric è diventato il presidente con il maggior numero di voti ricevuti nella storia del Cile: più di 4,6 milioni. Sembra che l’aumento della partecipazione rispetto al primo turno di novembre, quando la maggioranza degli elettori è rimasta a casa e ha votato solo il 47,3%, sia stata determinante per la vittoria; in particolare ha pesato il voto delle fasce più giovani.

Questa affluenza molto elevata è giustificata dal fatto che queste erano probabilmente, o perlomeno così sono state più volte definite, le elezioni più importanti dalla fine della dittatura. Sia perché arrivavano in un momento particolare, in seguito alle oceaniche proteste del 2019 e al processo di riscrittura della costituzione; sia perché, comunque fossero finite, avrebbero segnato una svolta netta in un senso o in un altro, e la fine del dominio politico esercitato in Cile dai due grandi blocchi di centrosinistra e centrodestra.

Svolta che è stata verso sinistra, verso politiche sociali molto forti in quello che è uno dei paesi più diseguali al mondo, in controtendenza rispetto all’eredità storica del Cile che è stato la culla del neoliberismo e che adesso sembra in procinto di cambiare radicalmente.

Tuttavia Boric ha di fronte a sè un percorso difficile, perché da un lato dovrà governare in maniera unitaria un paese spaccato a metà e traghettarlo all’approvazione della nuova costituzione che presumibilmente ne cambierà anche il funzionamento istituzionale. Dall’altro ha sulle spalle il peso delle lotte studentesche e delle proteste sociali, di cui lui stesso era uno dei principali portavoce, mentre adesso si trova a dover tener fede alle sue stesse richieste, ma dall’altra parte. A provare a trasformare in riforme tutte quelle richieste. Cosa che, sappiamo, è molto più difficile. 

Nel suo primo discorso ha detto che lotterà contro le inegueglianze, le ingiustizie sociali, ma anche che si prenderà cura della democrazia e ascolterà più di quanto parlerà.

Elezioni a Hong Kong

Di elezione in elezione, domenica si è votato anche a Hong Kong per il rinnovo del parlamento locale, in quelle che sono state definite elezioni farsesche, le prime tenute con il nuovo sistema imposto da Pechino per affidare il controllo della città in mani sicure. In pratica la leadership cinese ha imposto quelle che ha chiamato le elezioni dei “soli patrioti”, esercitando un rigido controllo sui candidati, di cui veniva “misurato” il patriottismo, e di fatto estromettendo tutta l’opposizione pro-democrazia, con molti attivisti arrestati grazie alla nuova legge di sicurezza nazionale cinese. 

In più, è stato drasticamente ridotto il numero di seggi eletti direttamente, da 35 a 20 su un totale dell’assemblea salito da 70 a 90, Tra i seggi non eletti, 40 saranno decisi dal Comitato elettorale della città, di cui solo uno dei 1.448 componenti non è pro-Pechino, mentre i restanti 30 saranno assegnati ai gruppi di ‘interesse speciale’ (tipo avvocati e commercialisti).

Insomma, tutto abbastanza farsesco, tant’è che la partecipazione è stata molto bassa, ai minimi storici. Ha votato il 30,2% degli aventi diritto. E ieri sera una candidata pro-Pechino ha dichiarato la vittoria. Sorpresa!

Hong Kong si trova in una fase delicata, o forse sarebbe meglio dire drammatica. L’ex colonia britannica si considera indipendente e vorrebbe esercitare un’autonomia democratica, ma Pechino la considera parte del suo territorio e sta gestendo con le maniere forti la sua riannessione nello stato cinese.

Auroville sotto attacco

Spostiamoci in India. Dove la più grande, storica, per certi aspetti leggendaria comunità intenzionale al mondo, Auroville, è sotto attacco. 

Non so se conoscete Auroville: è un’esperienza famosissima nel mondo degli ecovillaggi, dichiarata dall’UNESCO un esperimento di unità umana, all’avanguardia nel campo del rimboschimento, delle energie rinnovabili, dell’architettura sostenibile, delle pratiche educative, dei processi decisionali e delle forme di governance, della vita collettiva e dell’impresa sociale. Ci vivono quasi 3500 persone provenienti da 58 paesi. 

Ecco, questo luogo mitologico dal 4 dicembre è sotto attacco di bulldozer che per tener fede alle nuove misure urbanistiche imposte dal governo centrale e regionale stanno cercado di abbattere edifici e foreste che sono stati costruiti come parte della comunità per 50 anni.

In questi giorni si sono verificati:
– abbattimenti notturni di strutture senza avvertire i residenti che dormono
– segnalazioni di maltrattamenti da parte della polizia nei confronti dei residenti, compresa la detenzione temporanea in veicoli della polizia
– minacce a persone che filmano… e altri atti intimidatori.

Nonostante le proteste pacifiche dei residenti, gli sforzi per negoziare e i compromessi, la richiesta di posticipare i lavori, ogni richiesta è stata fin qui ignorata, al punto che gli abitanti di Auroville provano adesso a lanciare un accorato appello al mondo, con la speranza che i riflettori internazionali possano bloccare lo scempio.

C’è anche una petizione su Change.org con cui possiamo chiedere al governo indiano di fermare questa azione. Vi segnalo inoltre che i residenti hanno creato in fretta e furia un sito web per condividere in tempo reale informazioni con il mondo: https://standforaurovilleunity.com/ 

Incendio campo Rom

Ultima notizia del giorno: è rimasta per poche ore nei titoli dei tg e dei giornali per poi scomparire la tragica vicenda di un bambino e una bambina rom, fratello e sorella, morti in un incendio in un campo nomadi vicino a Foggia. Vi segnalo, per approfondire, l’articolo di Carlo Stasolla, Presidente dell’associazione 21 Luglio, su Fatto Quotidiano, che denuncia la drammatica situazione nei campi, che definisce “espressione architettonica di un razzismo di Stato che, malgrado tutto, sopravvive da 40 anni in Italia, la nazione denominata in Europa dal 2000 il “Paese dei campi”.

Fa un po’ specie che le tragedie abbiano pesi così diversi, in un paese che ha un sistema mediatico che si nutre di tragedie, che ha vissuto per anni sui delitti di Cogne, Perugia, e così via. Ma forse ci piacciono le tragedie in cui non c’entriamo niente, che non ci fanno sentore in colpa, né riflettere, che non hanno niente da insegnarci e che sono solo un piacevole passatempo. 

Fonti e articoli:

#elezioni cilene
Corriere della Sera – Elezioni in Cile, la sinistra torna al potere: vince Boric il millennial
il Post – Il Cile avrà un presidente di sinistra
BBC – 3 hitos del triunfo electoral de Gabriel Boric en Chile (aparte de su edad)
The Guardian – Gabriel Boric vows to ‘fight privileges of the few’ as Chile’s premier

#Hong Kong #elezioni
il Post – Le farsesche elezioni a Hong Kong
Sky tg24 – Hong Kong diserta il “voto dei patrioti”: l’affluenza crolla al 30%
BBC – Hong Kong: Pro-Beijing candidates sweep controversial LegCo election

#Auroville
Hindu Times – NGT stays ring road plan in Auroville amid protests
Change.org – SOS from Auroville: The City of Dawn needs your help urgently!
Stand for Unity – Processes, Rights & Trees Bulldozed

#rogo campo rom
Il Fatto Quotidiano – Quei bambini morti nell’incendio a Foggia avrebbero potuto essere nostri figli. Ma noi abbiamo scelto l’indifferenza

#mafie
Il Fatto Quotidiano – Gratteri: “Per la ‘ndrangheta momento magico. Punta ai soldi del Recovery, mentre dall’agenda del governo scompare l’antimafia”

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