29 Nov 2022

Il governo olandese vuole chiudere gli allevamenti intensivi, fra le proteste – #627

Il nuovo pacchetto su agricoltura e allevamenti intensivi nei Paesi Bassi prevede degli incentivi per gli allevatori a vendere la propria attività, ma se non fossero sufficienti potrebbe subentrare l’obbligo. La norma sta suscitando molte proteste e racchiude molte delle sfide della transizione ecologica. Parliamo ancora della tragedia di Ischia, delle dimissioni di massa del Cda della Juventus, dell’inquinamento legato alla demolizione delle navi in Ghana e di quello da polveri sottili in Europa, infine diamo qualche notizia sull’impressionante crescita delle fonti di energia rinnovabili.

C’è una storia che mi pare molto interessante, che arriva dai Paesi Bassi e sta passando completamente inosservata sui giornali nostrani. Ma che ci dice molto sulle sfide della transizione ecologica che abbiamo davanti, e sui cortocircuiti che rischiano di crearsi se non le affrontiamo nella maniera corretta.

In breve la storia è che il governo olandese ha preparato un piano per la riduzione degli allevamenti intensivi e dell’agricoltura intensiva, o perlomeno di una loro parte, per uniformarsi alle normative europee e che questo piano sta suscitando delle enormi proteste in un paese che proprio su questi settori fonda un pezzo non indifferente della sua economia e della sua occupazione. 

Scrive James Crisp sul Telegraph: “Il governo olandese intende acquistare e chiudere fino a 3.000 aziende agricole in prossimità di aree sensibili dal punto di vista ambientale per conformarsi alle norme dell’UE sulla conservazione della natura. I Paesi Bassi stanno cercando di ridurre l’inquinamento da azoto e procederanno all’acquisto obbligatorio se non ci sarà un numero sufficiente di aziende agricole che aderiranno volontariamente all’offerta. 

Agli agricoltori verrà offerto un accordo “ben superiore” al valore dell’azienda, secondo il piano del governo che mira alla chiusura di 2.000-3.000 aziende agricole o di altre attività maggiormente inquinanti. Le prime versioni trapelate del piano indicavano una cifra pari al 120% del valore dell’azienda agricola, ma questa cifra non è ancora stata confermata dai ministri. 

I Paesi Bassi devono ridurre le proprie emissioni per conformarsi alle norme di conservazione dell’UE e gli allevamenti sono responsabili di quasi la metà dell’azoto emesso. L’agenzia olandese per l’ambiente ha avvertito che le specie autoctone stanno scomparendo più velocemente nei Paesi Bassi che nel resto d’Europa e che la biodiversità è in pericolo. 

Negli ultimi tre anni, gli agricoltori e gli allevatori olandesi hanno organizzato proteste di massa, bruciato balle di fieno, scaricato letame sulle autostrade e picchettato le case dei ministri. Il mese scorso, un esercito di migliaia di trattori è sceso in strada per protestare e ha causato la peggiore ora di punta della storia olandese, con 700 miglia di ingorghi al culmine”. 

In pratica l’idea del governo oandese è quella di proporsi di acquistare a un prezzo maggiorato le aziende in questione, nella speranza che almeno 3mila allevatori accettino di vendere la propria. In caso contrario, cosa ritenuta abbastanza probabile, si ipotizza di obbligare gli allevatori a vendere. 

Questo piano, che da tanti punti di vista è un piano sensato, come dicevamo sta suscitando proteste crescenti, e il motivo è presto detto. Scrive Gregoire Lory su Euronews: “Con le sue 53 mila aziende e la sua produzione intensiva, i Paesi Bassi sono il secondo esportatore di bestiame al mondo. Il 10% dell’economia nazionale dipende da questo settore. Se il piano verrà attuato per filo e per segno, le aziende agricole dovranno tagliare le proprie emissioni del 70%, o anche di più secondo alcune stime. In altre parole, questa potrebbe essere la fine per alcuni agricoltori che dovranno ridurre il bestiame, dato che è una delle principali fonti di emissioni di azoto a causa del letame e dei fertilizzanti artificiali utilizzati”.

Insomma, la misura del governo in sé è di buon senso, coraggiosa, necessaria, ma non tiene conto del fatto che tante persone in quel paese dipendono da quel settore. E allora succede che iniziano a montare le proteste. Questo accade già a partire dal 2019, ma prende sempre più forma – e sostanza – anno dopo anno. Al punto che oggi il movimento degli allevatori e agricoltori è diventato un vero e proprio partito, e nemmeno troppo di nicchia.

Scrive sul Guardian Senay Boztas: “L’antica parola olandese noaberschap indica una parentela di campagna in base alla quale i contadini si aiutavano a vicenda in caso di calamità. Ora il concetto di parentela tra vicini viene riproposto nei Paesi Bassi da un partito politico chiamato BoerBurgerBeweging (BBB) – che significa Movimento dei Cittadini Agricoltori – che sta guadagnando sempre più attenzione nel “piccolo Paese che nutre il mondo”.

Alle elezioni provinciali del prossimo anno, che decideranno anche la rappresentanza nel Senato olandese, o Eerste Kamer, il BBB schiera più di 300 candidati in tutte le 12 province. Nei recenti sondaggi, il partito si colloca al quarto posto tra i 17 partiti principali dei Paesi Bassi.

Ma la rapida ascesa di un partito a favore dell’agricoltura, in un Paese in cui sono in corso tentativi disperati di ridurre l’inquinamento prodotto dagli allevamenti, illustra uno sviluppo politico che potrebbe essere replicato altrove, dicono gli osservatori. Un movimento che dice di parlare per la gente comune, lontano dal centro del potere, il cui appeal va oltre il settore agricolo. Nella frammentata arena politica olandese, dove la fiducia nei politici è ai minimi storici, il BBB di centro-destra ha fatto molto rumore come “voce della e per la campagna”.

L’articolo è molto lungo e dettagliato, e spiega come la fortuna di questo giovane partito sia andata di pari passo con l’aumentare delle proteste contro la decisione del governo. Il partito si vanta di aver attinto soprattutto dal bacino degli astenuti, e si rifà a un’idea di campagna e buon vicinato, di semplicità, di tradizionalismo.

Mi colpiscono diversi aspetti di questa notizia, che mi hanno convinto a darla come prima della giornata. Innanzitutto il fatto che due idee che tradizionalmente appartengono all’immaginario ambientalista, quella della vita di campagna e della sua tutela e quella della necessità di ridurre le emissioni, vadano a cozzare fra loro in maniera fragorosa, in un classico esempio di falso dilemma. 

Non c’è nessuna antitesi reale fra la necessità di ridurre, fino a eliminare, gli allevamenti intensivi, e la tutela della campagna e dei suoi ritmi lenti, delle sue relazioni di prossimità. Anzi, gli allevamenti intensivi e l’agricoltura industriale sono probabilmente, nel medio -lungo termine, il rischio maggiore anche per la campagna stessa.

Insomma, il modo in cui la questione viene presentata politicamente è pura demagogia, seppur suggestiva. Qui la questione è un’altra e ha a che fare – come spesso accade quando si parla di transizione ecologica – il reddito e con i sistemi decisionali. Non si può decidere di far chiudere gli allevamenti intensivi – ripeto, misura sacrosanta e necessaria – senza porsi il problema di chi dipende da quel tipo di lavoro per il proprio reddito. Né si può farlo senza coinvolgere in qualche forma gli allevatori stessi nella decisione. La stessa identica decisione ha un valore e delle conseguenze completamente diverse se noi contribuiamo a prenderla, con responsabilità, o se invece ce la vediamo imposta dall’alto. Insomma, questa storia mostra in maniera chiara che servono strumenti nuovi di finanza sociale e di governance collaborativa se vogliamo cambiare profondamente il sistema.

Sul tema della governance, e dell’inadeguatezza della democrazia nel fronteggiare le sfide del presente, vi segnalo la puntata di atupertu dal titolo, per l’appunto, “Sopravvivere alla crisi della democrazia (e creare alternative)”. Solo per abbonati.

AGGIORNAMENTI DA ISCHIA

Torniamo brevemente a parlare della tragedia di Ischia. I giornali continuano a raccontare le tante storie di questa tragedia. Delle vittime, ad esempio, che sono tristemente salite a 8, di cui 3 bambini e un neonato, di chi ancora risulta disperso, dei 230 sfollati.

Così come emergono nuovi dettagli, allarmi inascoltati, come quello dell’ex sindaco che aveva scritto una lettera proprio una settimana fa mettendo in guardia dai canali di scolo intasati. Fa tutto parte del macabro rituale delle tragedie, di quelle italiane, forse di quelle di tutto il mondo. Un rituale che ci fa credere per qualche ora, per qualche giorno, di poter imparare qualcosa da questi fatti, di poter evitare che succedano di nuovo, per poi dimenticarci di tutto non appena l’attenzione dei media scema, i riflettori si spengono.

Ecco, così come stiamo cercando di fare con l’alluvione nelle Marche, proveremo, nel nostro piccolo, a non far finire in fretta nel dimenticatoio questa tragedia, a continuare a raccontarne le cause, fra dissesto idrogeologico, abusivismo, condoni, crisi climatica. Cause che qui come altrove mettono a rischio ogni giorno intere comunità. 

A questo proposito, vi segnalo che abbiamo pubblicato un’intervista realizzata da Benedetta Torsello a un cantautore esordiente che si chiama Dalen e che nella sua canzone di esordio, Crotone, parla proprio di fenomeni meteorologici estremi. Ve ne faccio ascoltare un pezzetto.

SI È DIMESSO IL CDA DELLA JUVENTUS

Intanto ieri sera tardi il mondo del calcio italiano è stato travolto da una notizia inaspettata: praticamente tutto il Cda della Juventus, inclusi il presidente Andrea Agnelli, il vice presidente Pavel Nedved e altri sette componenti del consiglio d’amministrazione del club si sono dimessi dai loro incarichi. 

La notizia è stata comunicata ieri sera dalla stessa società, che allo stesso tempo ha affidato l’incarico di direttore generale a Maurizio Scanavino, attualmente amministratore delegato del gruppo GEDI.

Ancora non si sanno molti dettagli sulle motivazioni. Scrive il Post: “Di recente la società aveva rinviato per due volte la sua assemblea degli azionisti per le questioni legate ai suoi ultimi bilanci, sotto indagine da un anno e in fase di verifica da parte della Consob, l’organo che vigila sulle società quotate nella borsa italiana. Quest’ultima aveva richiesto di recente alla Juventus di «predisporre i documenti economico patrimoniali» e di rivedere il progetto di bilancio ancora in fase di approvazione”.

Non so, forse a forza di sentirsi dire juventini ladri (o meglio gobbi ladri, come si dice dalle mie parti) hanno preso la cosa sul serio. Si scherza eh.

L’INQUINAMENTO DELLA DEMOLIZIONE DELLE NAVI

Ho trovato un articolo interessante su Rinnovabili.it su un argomento abbastanza soecifico, ovvero l’impatto ambientale crescente legato alla demolizione delle navi in Ghana. Leggo dall’articolo: “La recente crescita economica in Ghana ha portato a un importante sviluppo delle infrastrutture dei porti di Tema e Takoradi, a partire dai quali il Paese ambisce a divenire il principale hub marittimo dell’Africa occidentale. Il percorso sta però generando una serie di contraddizioni, dovute soprattutto a pratiche non regolamentate come quella della demolizione delle navi fuori uso. L’attività sta generando elevati livelli di inquinamento con relativi impatti sulla popolazione e sugli ecosistemi sui quali le ONG chiedono un intervento forte del governo”.

In pratica sembra che un numero crescente di navi vengano demolite direttamente nei porti rilasciando in mare una serie di sostanze e oli che stanno uccidendo intere popolazioni di pesci e altre specie marine. “Le norme ambientali, che pure esistono, sono ampiamente disattese: questo elemento, insieme al basso costo del lavoro, alle blande norme in termini di sicurezza sul lavoro e all’assenza di un quadro giuridico che normi l’avvio al riciclo delle navi che hanno concluso il proprio ciclo di vita, ha determinato l’aumento del numero di navi che ogni anno vengono scaricate sulle coste ghanesi. 

Per rispondere agli elevati livelli di inquinamento che si stanno generando e che stanno già avendo conseguenze sulla popolazione e sugli ecosistemi marini e costieri, le ONG chiedono un intervento del governo, per regolamentare le attività di riciclaggio e adeguarle agli standard europei, anche alla luce della crescita del settore siderurgico e della crescente domanda di rottami d’acciaio”. 

POLVERI SOTTILI

A proposito di inquinamento, il 24 novembre è uscito un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (Aea) sulle polveri sottili in Europa. Il dato è abbastanza sconcertante. Nel solo 2020 le polveri sottili hanno ucciso 238mila persone in Europa, di cui un quinto in Italia. Si tratta di un dato allarmante, e in crescita rispetto al 2019, nonostante l’anno sia stato segnato dalla pandemia, dai lockdown e dal blocco dei trasporti e delle attività economiche, incluse quelle che emettono grandi quantità di sostanze tossiche.

Spiega Andrea Barolini su Lifegate che il numero di decessi attribuibili alle polveri sottili è stato tuttavia in qualche modo “trainato” dal Covid-19, perché molte delle persone morte per Covid-19 risultavano già affette da altre patologie legate all’inquinamento dell’aria, e quindi sono state conteggiate anche in questo report. 

È ovvio che è difficile determinare la causa unica della morte di una persona, soprattutto quando parliamo di variabili lente come l’inquinamento, che spesso (a parte in situazioni estreme tipo Ilva di Taranto) è una concausa, assieme a predisposizioni genetiche, stili di vita, e tanti altri fattori. Fatto sta che, leggeteli come vi pare, ma i numeri di queste statistiche sono impressionanti.

LE RINNOVABILI NEGLI USA E IN ITALIA

Chiudiamo con alcuni dati interessanti sulle energie rinnovabili. È stato da poco pubblicata  la prima edizione di InFotovoltaico, la nuova pubblicazione statistica del GSE dedicata al comparto in Italia. I numeri, riportati in un articolo su Rinnovabili.it, sono molto interessanti: nel 2022, in appena nove mesi, il fotovoltaico ha più che doppiato i risultati 2021 per numero di impianti e nuova capacità installata. Raggiungendo un tasso di crescita in percentuale che non si vedeva dai tempi dell’ultimo Conto Energia, nell’ormai lontano 2013.

La crescita del fotovoltaico traina l’intero settore delle rinnovabili, che sta attraversando un ottimo momento, al punto che potrebbero sostituire del tutto il gas. A fare questa ipotesi è un nuovo studio pubblicato su Nature e realizzato da due ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Astronautica, Elettrica ed Energetica dell’Università La Sapienza di Roma, che hanno voluto indagare su come il consumo di gas potrebbe essere ridotto nel nostro Paese nell’arco dei prossimi due anni, puntando sulle rinnovabili.

Leggo dall’articolo di Rosita Cipolla su GreenMe: “I risultati della ricerca parlano chiaro: la decarbonizzazione costa meno della diversificazione, come afferma l’autore principale Lorenzo Mario Pastore. Avvalendosi di uno strumento informatico ampiamente usato per l’analisi e la configurazione dei futuri sistemi di energia rinnovabile, gli esperti hanno ottenuto oltre 2000 scenari basati su vari mix energetici. Per ogni quadro sono stati riportati dei dati relativi al consumo energetico, ai costi e all’impatto occupazionale. Dal loro studio è emerso che basterebbe un investimento di 20 miliardi di euro nel settore delle rinnovabili per ridurre il consumo di gas di quasi 40 TWh (terawattora), con un “costo di abbattimento” di 45 euro/MWh”.

Vi risparmio i complicati calcoli, ma il succo dello studio è che rinunciare al gas in favore delle rinnovabili sarebbe non solo necessario per scongiurare gli effetti peggiori della crisi climatica, ma anche economicamente vantaggioso: “Oltre ad abbattere ben 21,5 megatonnellate di CO2 all’anno, un investimento pari a 80 miliardi di euro nelle rinnovabili avrebbe una ricaduta sorprendente a livello socio-economico. Secondo lo studio, nascerebbero ben 640.000 posti di lavoro a tempo determinato per la fase di produzione, costruzione e installazione dei sistemi rinnovabili e 30.000 posti di lavoro a tempo indeterminato per il funzionamento, la manutenzione e la produzione”.

Notizie interessanti arrivano anche dagli Usa. Leggo sempre su Lifegate, in un articolo a firma di Ivonne Carpinelli, che entro la fine del 2022 è previsto lo storico sorpasso delle rinnovabili sul carbone: entro fine anno “l’elettricità generata da vento, sole e acqua ammonterà al 22 per cento del totale, contro il 20 per cento prodotta da carbone e il 19 per cento da nucleare. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, stima la United States energy information administration (Eia), l’agenzia di analisi del dipartimento dell’Energia statunitense (Doe), la crescita è di 18 punti percentuali, 58 se il paragone è con il 2019”.

FONTI E ARTICOLI

#allevamenti
The Guardian – Dutch pro-farming party fires up the anti-establishment vote
Euronews – L’ira degli agricoltori olandesi contro il piano di taglio delle emissioni
BBC – Why Dutch farmers are protesting over emissions cuts

#Juventus
il Post – Si è dimesso il consiglio d’amministrazione della Juventus

#navi
Rinnovabili.it – La demolizione delle navi mette a rischio inquinamento le coste ghanesi

#Ischia
il Post – Come è avvenuta la frana di Ischia
il Post – L’abusivismo edilizio a Ischia ha una lunga storia
la Svolta – Casamicciola Terme, cos’è successo?
Italia che Cambia – Al suo esordio Dalen canta Crotone, le sue alluvioni e l’urgenza di non tacere

#polveri sottili
Lifegate – Polveri sottili, 238mila morti in Europa nel 2020

#rinnovabili
Rinnovabili.it – Fotovoltaico 2022, in 9 mesi l’Italia ha installato +12mila impianti per 1,6GW
Lifegate – Stati Uniti, la produzione di elettricità da rinnovabili sta per superare quella da carbone
GreenMe – L’Italia può sostituire il gas con le rinnovabili, lo studio su Nature

#clima
Rinnovabili.it – L’impatto sul clima della guerra in Ucraina? In 7 mesi inquina come l’Olanda

#Spagna
L’Indipendente – La Spagna intende tassare le banche per aiutare i cittadini, l’UE non vuole

#Cappato
il Post – Marco Cappato è indagato per un caso di aiuto al suicidio, per il quale si era autodenunciato sabato scorso

#Cina
Ispi – Cina: la protesta mette alla prova il potere di Xi?
Ispi – Cina: Zero Covid, la protesta si allarga

#Usa
L’Indipendente – Contrordine USA, serve petrolio: il Venezuela non è più uno stato canaglia

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