3 Mag 2022

Kurdistan, la democrazia ezida è in pericolo! – #512

L’esercito iracheno invade la regione di Shengal, dove vive il popolo ezida, di etnia curda, che da diversi anni conduce una delle esperienze simbolo di autonomia e autorganizzazione democratica. Tutto ciò mentre da aprile la Turchia di Erdogan porta avanti un attacco nelle vicine montagne dell’Iraq del Nord, dove ha sede il Pkk, il partito curdo dei lavoratori. Potrebbero sembrare conflitti lontani, che non ci riguardano, ma lo sono solo apparentemente.

A proposito di altre guerre, c’è una situazione che si fa di giorno in giorno più delicata, ed è quella nella regione di Şengal, nel Kurdistan iracheno, dove la popolazione degli Ezidi, che ormai da diversi anni vive in comunità che si autogovernano, è sotto attacco da parte dell’esercito iracheno di Baghdad. 

Ah, se pensate che questa situazione non ci riguardi, o che sia una guerra di serie B, ascoltate la puntata fino in fondo. Perché c’è una sorpresa.

Visto che è una situazione molto molto complicata, ho chiesto lumi alla nostra esperta della questione curda, Elisa Elia, che mi ha fatto un riassunto e indicato diverse fonti per approfondire. Perciò prima di spiegare meglio quello che sta succedendo in queste ore, provo a farvi un po’ un quadro più generale, sulla base di quanto fornitomi da Elisa, che ringrazio tantissimo. 

Premetto che dovrò semplificare molte questioni e potrebbero anche esserci delle inesattezze perché stiamo parlando di un contesto, quello dell’Iraq, che dal 2003 in avanti è anche difficile definire Stato, in quanto è in perenne sconvolgimento, dilaniato da tensioni intestine. Addirittura, dalle elezioni dell’ottobre 2021, con i partiti che non sono riusciti a costruire una maggioranza, il Paese è ancora governato da un’amministrazione di emergenza.

Ad ogni modo, c’è quest’area dell’Iraq del Nord che viene definita area di Shengal o Sinjar, dove vive questa popolazione di etnia curda, antichissima, nota come Ezidi o Yazidi per via della fede preislamica che professano. Sui giornali li troverete definiti come Yazidi, ma il nome corretto, a quanto pare, è quello di Ezidi. 

Scriveva a tal proposito Adriano Sofri nel 2014, quando si trovava nella regione a testimoniare il genocidio compiuto dallo Stato islamico: 

“Non si chiamano Yazidi, e il nome fomenta i fraintendimenti, perché li associa al califfo Yazid, figlio di Mu’awiya, inviso agli sciiti come l’uccisore di Hussein a Kerbala. Si chiamano Ezidi, da ezid che è uno dei 1001 nomi di Dio: e così dovremmo cominciare a chiamarli anche noi.”

Nei secoli sono stati oggetti di massacri, persecuzioni e genocidi di varia matrice. Prima il Cristianesimo poi l’Islam li hanno considerati adoratori del diavolo per via dei loro culti animisti. Che a dire il vero sembrano molto affascinanti ai miei occhi ignoranti. Leggo su Wikipedia che i fedeli ezidi infatti venerano Sette Angeli, emanazioni del Dio primordiale, di cui il primo e più importante è l’Angelo Pavone, che, si legge nel testo sacro, “cadde, ma essenzialmente buono, pianse, e le sue lacrime di pentimento, deposte in settemila anni di pianto ininterrotto in sette anfore, hanno estinto le vampe dell’inferno”.

Vabbé, non è particolarmente utile sapere questo per comprendere l’attualità ma mi sono fatto prendere la mano. Comunque, fatto sta che gli Ezidi sono diventari “famosi” nel 2014, quando furono vittima dell’avanzata dello stato islamico che compì un vero e proprio genocidio. Tante donne Ezide sono state stuprate, rapite e poi vendute come schiave o fatte mogli dei militanti dell’Isis. 

All’epoca, essendo la regione sotto l’amministrazione del governo federale del Kurdistan iracheno, le forze militari che avrebbero dovuto difendere quella popolazione dall’attacco dell’Isis erano quelle del Kurdistan iracheno, i Peshmerga, che invece si ritirarono lasciandoli al loro destino, così come fecero le truppe di Baghdad. Lo Stato islamico avanzava senza freni, in poche ore gli islamisti conquistarono villaggi e città, massacrarono migliaia di persone, rapirono migliaia di donne. E occuparono il territorio, per due lunghi anni.

Ma furono scacciati. Non già dagli eserciti ufficiali di Iraq e Kurdistan iracheno, bensì dalla resistenza armata ezida che si era organizzata nel frattempo, con l’aiuto indispensabile delle vicine unità di autodifesa curde del Rojava, diventate iconiche in quegli anni proprio per la resistenza contro l’avanzata dello stato islamico e il coinvolgimento di molte donne, a loro volta appoggiate dal Pkk, il principale partito militante curdo. 

Da allora la comunità ezida ha iniziato una lenta e accidentata ricostruzione di sé. Come? Seguendo il modello di coloro che li avevano aiutati, ovvero il famoso confederalismo democratico praticato proprio nel Rojava. Un sistema di autorganizzazione democratica delle comunità molto orizzontale, quasi sociocratico, diventato piuttosto conosciuto in tutto il mondo. E forse anche per questo fortemente osteggiato dai vari autoritarismi delle regioni limitrofe.

Così è iniziata anche lì questa esperienza di autogoverno, da principio perché non c’erano alternative, poi con sempre maggior successo. È nato anche un partito politico, il Pade, il Partito ezida della libertà e la democrazia, che ha cercato e cerca di fare da intermediario con lo Stato iracheno per garantire l’autonomia e il diritto all’autogoverno degli ezidi, pur restando dentro l’Iraq. L’Iraq glielo ha inizialmente lasciato fare, ma con sempre maggiore insofferenza. La stessa insofferenza che è cresciuta anche in Iran, Turchia e Siria verso questi strani esperimenti che avvenivano in varie aree curde. 

Finché, nell’ottobre 2020, Iraq e Kurdistan iracheno, sotto la regia della Turchia, si sono accordati, nel cosiddetto accordo di Shengal, per disarmare l’autodifesa ezida e le Unità di autodifesa curde del Rojava e riportare la regione sotto il controllo dello Stato.

Cosa che ovviamente non sta bene agli ezidi, che si sono difesi da soli dall’Isis, hanno costruito con fatica il loro esperimento democratico, sulla loro pelle, senza nessun aiuto, e adesso si vedono di nuovo invasi da coloro che avrebbero dovuto inizialmente proteggerli.

Nell’ultimo anno ci sono state diverse offensive, ma sempre piuttosto sporadiche. Ora invece, in questi ultimi giorni, l’esercito di Baghdad sta portando avanti un attacco più ampio e deciso, con il benestare del governo del Kurdistan iraqueno. 

Le forze irachene stanno cercando di entrare nel distretto con una grande forza militare tra le segnalazioni di violenti scontri. Domenica, l’esercito iracheno ha iniziato a circondare la regione. Mentre ieri, lunedì, le truppe irachene hanno attaccato le postazioni delle unità di resistenza di Shengal, dando luogo a lunghi scontri. 

In un comunicato stampa diffuso ieri il Consiglio nazionale del Kurdistan afferma che: 

“Con un gran numero di soldati, veicoli blindati e carri armati, l’esercito è entrato a Sinjar (che sarebbe la città principale della regione) ed ha di nuovo attaccato le YBS (Unità di resistenza di Sengal) e le YJS (Unità femminili di Sengal) nonché le forze di sicurezza interna degli ezidi. C’è anche una scuola tra  i luoghi bombardati”. 

L’esercito iracheno sta cercando di porre fine a uno degli esperimenti democratici più interessanti degli ultimi anni. Oltre a uccidere un sacco di gente. particolare non indifferente. Quindi è importantissimo parlarne, e far conoscere questa vicenda il più possibile.

Fra l’altro tutto ciò avviene mentre la Turchia di Erdogan, sempre (apparentemente) in combutta con il governo del Kurdistan iracheno, e approfittando (anche qui, apparentemente) della debolezza politica di Baghdad, sta conducendo un attacco altrettanto feroce nelle montagne nel Nord dell’Iraq, contro il Pkk, il Partito curdo dei lavoratori, che in quei territori ha la base politica e militare, e dove esistono gli altri, numerosi esempi di confederalismo democratico.

Oltre ai raid con jet e droni – riporta il sito Atlante Guerre.it – in violazione della sovranità irachena,  in questi giorni la Turchia ha tentato un’invasione via terra di forze speciali nelle zone di Metina, Zap e Avasin-Basyan prendendo di mira rifugi, depositi di munizioni, reti di tunnel.

Erdogan giustifica le sue azioni con la strategia dell’”area sicura” che vorrebbe costruirsi attorno. E nel frattempo rinforza il sodalizio con Masrour Barzani, premier del Kurdistan Iracheno, non solo in virtù della lotta alle esperienze delle autonomie locali, invise a entrambe, ma anche in quelle di un’alleanza del gas naturale, che abbonda nel Kurdistan Iracheno, e che la Turchia vuole intercettare per diventare un nuovo hub mondiale del gas, dopo le sanzioni alla Russia. 

Anche l’Europa sta bussando alla sua porta. E allora non prendiamoci in giro. Qualsiasi gas compriamo, che sia da Putin o da Erdogan, stiamo finanziando guerre e uccisioni. Poi possiamo dirci che non siamo ancora pronti a farne a meno al 100%, e trovare qualche forma di transizione. Che però deve essere veloce. Più veloce possibile, anzi più veloce del possibile. Altrimenti, senza nasconderci dietro un dito, stiamo finanziando stermini e guerre. Oltre che mettendo la firma sulla nostra estinzione. 

Smettere di essere ipocriti su questo è un primo passo. Il secondo è cambiare tutto. Non è vietato. Pensate a chi ha costruito democrazie all’avanguardia sotto la minaccia dell’Isis e poi ditemi che non è possibile.

FONTI E ARTICOLI:

#Shengal
ANF News – Iraqi army launches an aggression on Şengal – UPDATE
ANF News – Shengal people demand the immediate release of journalists Marlene and Matej
Diritti Globali – Lo Schindler yazida
il manifesto – Il difficile cammino di Shengal: da preda a laboratorio politico
Atlante Guerre – Le mosse turche in Iraq e Siria

#Turchia
AGI – Erdogan guarda al gas del Kurdistan iracheno
AGI – Il gas curdo che potrebbe salvare Erdogan e l’Europa
Huffington Post – Zitto zitto, Erdogan rilancia l’attacco al cuore del Pkk nel nord dell’Iraq

#Ucraina
euronews – Biden, elogio della stampa libera alla cena dei corrispondenti alla Casa Bianca

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