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14 Set 2023

In Libia si temono 20mila morti per le inondazioni – #791

Il bilancio delle alluvioni in Libia si fa sempre più fosco: una città, Derna, è stata parzialmente spazzata via e si temono 20mila morti. Anche in Marocco il bilancio delle vittime del terremoto continua a salire, così come sale il mistero per l‘eclissi del Re Mohammed VI. Parliamo anche di diverse manifestazioni per l’ambiente, in Italia e non solo, del primo Global Stocktake che ci dice che non siamo per niente allineati con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, e di un comune tedesco che ha deciso di tassare tutto il monouso, vincendo anche una causa contro McDonalds.

Le alluvioni in Libia che hanno fatto seguito al passaggio della tempesta Daniel stanno prendendo le dimensioni di un disastro di dimensioni enormi, in termini di danni e vittime. Intervistato dal Guardian, il direttore del Centro medico Al-Bayda, Abdul Rahim Mazi ha sostenuto che nella sola città di Derna, quella di gran lunga più colpita, sono stati accertati almeno 6000 morti ma potrebbero essere anche 20.000. Mentre “almeno 30.000 persone sono state sfollate” secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). 

Cerchiamo di ricostruire meglio l’accaduto. In pratica da domenica la tempesta che all’inizio di settembre aveva provocato grosse alluvioni in Grecia, Bulgaria e Turchia e che è stata rinominata Daniel, è arrivata lungo le coste del nord-est della Libia, causando allagamenti e danni enormi. La città in assoluto più colpita è quella di Derna una città di circa 90mila abitanti e si affaccia sul Mediterraneo, a 200 chilometri dal confine con l’Egitto. Il più alto numero di morti è stato qui, a causa della rottura di due dighe: il fiume che scorre in mezzo alla città si è gonfiato al punto che l’acqua fuoriuscita ha distrutto quartieri e trascinato via persone e cose, rendendo la città quasi inaccessibile. Si stima che fino a un quarto della superficie della città sia stato trascinato via dall’acqua. Le piogge hanno fatto crollare anche molte strade, rendendo di fatto inaccessibili molte aree, a Derna e altrove.

La piena rende impossibile anche comunicare da una parte all’altra della città. I media locali dicono che in città la situazione è gravissima: non c’è elettricità e le vie di comunicazione sono interrotte, con notevoli complicazioni per le operazioni di soccorso. La protezione civile, l’esercito, i residenti e moltissimi volontari stanno cercando morti e dispersi nell’acqua e sotto le macerie, ma non sono ancora arrivati mezzi scavatori e altri equipaggiamenti.

Come spiega il Post, a complicare ulteriormente le cose c’è “la complicata situazione politica libica. Dal 2014 la Libia è divisa fra due amministrazioni rivali che si sono scontrate militarmente fino all’armistizio del 2020. La comunità internazionale riconosce come governo legittimo quello del primo ministro Abdul Hamid Dbeiba, nel nord-ovest del paese, con sede a Tripoli. Le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto riportare il paese a una gestione democratica ed erano state fissate per la fine del 2021 non si sono mai svolte.Le alluvioni hanno riguardato la zona costiera della parte orientale del paese, la cosiddetta Cirenaica, che è governata di fatto dal maresciallo Khalifa Haftar. 

In questa situazione calcolare i danni è molto difficile, e anche le stime dei morti non sono chiare. Le cifre sono in continua evoluzione: secondo le autorità della parte orientale del paese, quella interessata dalle alluvioni, sono morte più di 3mila persone, e l’inviato in Libia della Croce Rossa ha detto che il numero dei dispersi avrebbe raggiunto i 10.000, ma continua a esserci grande incertezza sui numeri di morti e feriti.

Il primo ministro del governo libico orientale, Osama Hamad, ha dichiarato lo stato di disastro per la città di Derna. In tutta la parte orientale del paese è stato dichiarato uno stato di emergenza, con l’imposizione di un coprifuoco e della chiusura di scuole e negozi. A causa della tempesta quattro grossi porti molto attivi per l’esportazione del petrolio hanno sospeso le proprie attività.

Intanto domenica anche il primo ministro del governo di Tripoli, Abdul Hamid Dbeiba, aveva ordinato alle agenzie statali di «gestire immediatamente» l’emergenza e martedì il ministro della Sanità del suo governo ha inviato un aereo di personale sanitario e forniture mediche a Bengasi, controllata dal governo rivale. L’ONU ha fatto sapere che sta seguendo con attenzione la situazione e che avrebbe assistito la popolazione sia a livello locale che a livello nazionale. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno offerto l’invio di aiuti umanitari e personale di assistenza in Libia. In tutto il paese sono stati dichiarati tre giorni di lutto.

Lunedì sera la tempesta ha proseguito il proprio percorso verso il nord-ovest dell’Egitto, dove il servizio meteorologico nazionale aveva avvertito della possibilità di forti piogge e maltempo. 

Comunque, venendo al commento, come stanno facendo notare in molti, è probabile che le temperature più alte della media  del mar Mediterraneo abbiano contribuito in una certa misura a causare questo evento. E di sicuro ha contribuito la mancanza di preparazione delle città libiche a eventi di questo tipo. Come scrive WWF in un comunicato “Il ciclone Daniel è stato il sicario, ma i mandanti delle devastanti alluvioni che hanno provocato migliaia e migliaia di vittime in Libia (cifre sconvolgenti) sono il cambiamento climatico, la cattiva o inesistente pianificazione del territorio e la mancanza di sistemi di allerta”.

A rendere ancora più chiara la sensazionalità dell’evento arrivano alcune immagini satellitari di Copernicus che stanno girando anche sui social, che mostrano le conseguenze dello stesso ciclone in Grecia. Nella pianura della Tessaglia, area che copre una buona percentuale della produzione agricola del paese, si è formato un enorme lago di acqua piovana che rischia di compromettere la fertilità dell’area e modificarne la geografia.

In Libia la situazione è ancora molto difficile da decifrare, noi continuiamo ad aggiornarci. 

Facciamo un rapido passaggio anche sul terremoto in Marocco, dove le vittime accertate sono ormai più di 3000. 

Oltre al macabro bollettino in costante aumento, a preoccupare i marocchini è anche un atteggiamento ambiguo delle loro istituzioni. Da un lato c’è la reticenza del governo ad accettare aiuti internazionali, dall’altro, leggo oggi sul Giornale, c’è anche un atteggiamento anomalo e misterioso di Re 

In pratica come racconta Mauro Indelicato sul Giornale, Re Mohammed VI si è fatto vedere solo in un breve video di pochi secondi, senza audio in cui si mostra impegnato probabilmente a impartire ordini, si suppone per gestire l’emergenza. Non ha mandato messaggi alla popolazione, non si è recato sui luoghi dei disastri. E questa cosa in Marocco è molto più che un fatto simbolico.

Sia perché il Re ha un ruolo importante di indirizzo politico, comanda l’esercito, sia perché è molto amato e quasi venerato da buona parte della popolazione (tant’è che il Marocco è uno dei pochi paesi che non è stato scosso da proteste o manifestazioni durante la primavera araba né in seguito). 

Ma non solo. Per consuetudine mai un rappresentante marocchino può farsi ritrarre ufficialmente prima del Re. Ecco quindi che l’assenza del sovrano dalle aree terremotate è destinata a diventare un problema politico. Nessun ministro e né tanto meno il premier può farsi ritrarre con la popolazione terremotata finché sui luoghi non si recherà Mohammed VI. Lo stesso governo rischia quindi di mostrarsi distaccato dagli enormi problemi che stanno affrontando le aree disastrate. Circostanza che potrebbe portare a non pochi malumori nei prossimi mesi.

Sulle ragioni tuttavia regna il mistero. Si vocifera di problemi di salute, o di una sorta di stanchezza istituzionale. Per adesso però sono solo voci.  

Ieri parlavamo delle grandi manifestazioni in Olanda. Ma anche in Italia, mi ha fatto notare Daniel Tarozzi, direttore responsabile di ICC, ci sono state manifestazioni molto importanti su tematiche diciamo ambientali negli ultimi giorni.

Due su tutte. Una si è tenuta domenica 10 settembre a Vado Ligure per protestare e dire no al rigassificatore che secondo i recenti piani del governo dovrebbe essere situato proprio in quella zona, e non più a Piombino dove era inizialmente previsto. Si parla di migliaia di persone (secondo i Comitati organizzatori almeno 16 mila) e ne parliamo oggi su Liguria che Cambia in un articolo a firma di Emanuela Sabidussi che annuncia una serie di approfondimenti proprio sul tema del rigassificatore. 

Un’altra grossa manifestazione è stata invece, sempre di domenica 10, quella legata al caso dell’orsa chiamata Amarena, uccisa da un proiettile poche settimane fa in Abruzzo. A Pescina, in provincia dell’Aquila, 2000 persone hanno sfilato per le vie della città per ricordare l’orsa Amarena, rispondendo all’appello del Wwf Italia e di molte altre associazioni animaliste e ambientaliste-

Scopo della manifestazione era chiedere al governo e alla regione un impegno straordinario per la tutela dei suoi due cuccioli e maggiore difesa della fauna italiana anche attraverso un inasprimento delle pene per chi si macchia di questi crimini di natura. Questo perché, come ricorda il WWF in una nota, “Garantire la conservazione dell’orso bruno marsicano che oggi è una delle principali emergenze naturalistiche del nostro Paese deve essere una priorità. Così come deve essere in cima all’agenda difendere la biodiversità italiana dai mille rischi e dalle aggressioni a cui disinformazione, cattiva gestione, fake news la stanno esponendo”.

Dall’altra parte del mondo invece, più o meno, ovvero negli Stati Uniti, grandi manifestazioni stanno animando la recente scoperta di un probabile enorme giacimento di litio (forse il più grande fra quelli conosciuti) che si trova sotto un antico supervulcano.

Leggo su Rinnovabili.it che “Si stima che dai 20 ai 40 milioni di tonnellate di litio siano contenute all’interno della caldera del vulcano McDermitt, una depressione simile a un calderone che si è formata dopo che il vulcano ha eruttato ed è collassato su sé stesso. Se la stima fosse corretta, la caldera McDermitt sarebbe il più grande deposito di litio al mondo, superando le saline della Bolivia”.

Tuttavia, molti sono preoccupati per i rischi legati all’estrazione del litio dalla caldera. La Lithium Americas Corporation vorrebbe trasformare la montagna in una miniera a cielo aperto con un’estensione prevista di 72 chilometri quadrati. Il progetto è stato fortemente contestato da alcuni ambientalisti e dalle popolazioni indigene locali, che sostengono che la miniera trasformerà la loro amata terra in un distretto minerario industrializzato.

In questo caso il tema è più delicato, perché il litio, insieme al cobalto, è uno degli ingredienti fondamentali per la produzione di batterie ricaricabili come quelle delle auto elettriche, degli smartphone e dei laptop ed è considerato una risorsa preziosa per il passaggio alle fonti energetiche rinnovabili. Secondo alcune stime, la domanda globale di batterie al litio potrebbe quintuplicare entro il 2030.

Premesso ciò, quando applichiamo il vecchio modello estrattivista, della crescita verde, alla transizione ecologica, sappiamo già che non ne uscirà niente di buono. Sfrattare popolazioni indigene e distruggere altra biodiversità ci permetterà di produrre qualche auto elettrica in più, ma a quale prezzo? Esempi come questo rendono abbastanza lampante che oltre al necessario e fondamentale passaggio alle rinnovabili dobbiamo compiere un altro passaggio, ancora più difficile, verso un modello economico, sociale e culturale basato sulla riduzione dei consumi, sulla riscoperta della frugalità. Sennò ci limitiamo a sostituire un problema con un altro.  

Che il nostro modo di gestire la transizione verso una società più sostenibile non stia funzionando granché lo mostra anche il primo Global Stocktake, il rapporto previsto dal Paris Agreement con cui si fa il punto dei progressi nel contrasto alla crisi climatica e si indicano gli sforzi aggiuntivi necessari e le soluzioni possibili. 

Come riporta sempre Rinnovabili.it, il giudizio di questo primo report non è incoraggiante: “Il mondo è fuori strada per rispettare l’Accordo di Parigi e ora serve un’azione rapida e “su tutti i fronti” per riuscire a rispettare gli obiettivi sul riscaldamento globale”. 

Il rapporto è uscito venerdì scorso e costituirà la base per le discussioni alla Cop28 di Dubai. Ecco i punti principali.

A livello globale, per rispettare l’Accordo di Parigi bisogna tagliare le emissioni del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019, e del 60% entro il 2035. “Sono quindi necessari molta più ambizione nella definizione degli obiettivi dei vari paesi (NDC) ma anche nel rispettarli, quegli obiettivi.

Il budget di carbonio restante da qui al 2030 per non sforare gli 1,5°C è di 20,3 – 23,9 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (GtCO2eq). Mentre le emissioni globali devono raggiungere il picco entro il 2025, come calcolato già dall’ultimo aggiornamento del 6° rapporto IPCC uscito nel 2022.

Per raggiungere questi obiettivi – e qui torniamo ai ragionamenti di prima – sono necessarie “trasformazioni sistemiche” (lo dice il report questa volta, giuro) in “tutti i settori e i contesti”. Trasformazioni che vanno dal potenziamento delle energie rinnovabili al tema, ben più spinoso, dell’eliminazione progressiva di tutti i combustibili fossili, non soltanto del carbone. E ancora: la fine della deforestazione, la riduzione delle emissioni non di CO2 e l’attuazione di misure di mitigazione anche sul versante dei consumi (incredibile!).

Vediamo se questo programma piuttosto drastico riuscirà a penetrare almeno un po’ nell’agenda della Cop 28 di Dubai.

Spostiamoci in Germania, paese dal quale ci arriva una storia molto interessante che potrebbe fare scuola. la notizia è di qualche settimana fa, ma credo sia importante recuperarla. 

In pratica il comune tedesco di Tubinga ha implementato dal primo gennaio 2022 una tassa su bicchieri, piatti, posate, palette, cannucce ed imballaggi monouso, di qualsiasi materiale. Tassa che va dai 50 ai 20 centesimi. Come racconta Andrea Jarach sul Fatto quotidiano questa tassa è intesa a ridurre i rifiuti, ma va comunque a rimpinguare le casse comunali per pulire le strade e tutelare l’ambiente. 

È successo però che all’introduzione della tassa sul monouso il punto vendita McDonald’s di Tubinga ha fatto ricorso al tribunale amministrativo del Baden-Württemberg, sostenendo che per aziende che operano a livello nazionale non fossero applicabili soluzioni isolate di una cittadina. Nel marzo 2022 i giudici di Magonza in prima istanza hanno dato ragione alla multinazionale: la norma sarebbe stata in contrasto con le regole federali sullo smaltimento dei rifiuti. Ma il Comune guidato dal 2007 dal sindaco Boris Palmer, fuoriuscito dei Verdi, ha fatto ricorso e nel maggio di quest’anno ha vinto innanzi al tribunale amministrativo federale.

Quando in autunno sarà pubblicata la motivazione scritta della decisione del tribunale amministrativo federale nel caso McDonald’s il Comune di Tubinga richiederà retroattivamente le imposte sospese a 440 esercizi cittadini. E ci sono anche alcune proposte che invitano la ministra per l’Ambiente Steffi Lemke (Verdi) a seguire la ricetta di successo di Tubinga e introdurre un’imposta federale sugli imballi monouso. Intanto, comunque, l’amministrazione di Tubinga sta facendo scuola ed ha ricevuto oltre 50 richieste concrete da altre municipalità interessate a copiarla.

Va detto che in tutta la Germania dall’inizio di quest’anno, gli esercizi alimentari, incluse le teche nelle macellerie – con la sola esclusione dei piccoli chioschi di non più di 80 metri quadri e con al massimo cinque dipendenti – sono obbligati ad offrire ai clienti la possibilità di impiegare un imballo riutilizzabile, eccezione solo per i sacchetti di carta per le patatine fritte o i kebab. Molti clienti rifiutano però l’offerta; gli esercenti d’altronde aggirano il divieto di usare la plastica ricorrendo ad involucri di cartone. 

A Tubinga anche questi però sono comunque tassati, solo il tovagliolo di carta per avvolgere un panino caldo è esente da tributo. Se il panino invece non è consumato in un piatto di porcellana direttamente sul posto, o messo in un contenitore proprio o in uno multiuso distribuito all’esercente con supplemento per il vuoto a rendere, ma viene asportato ed è freddo anche il tovagliolo che lo avvolge vale come imballo da tassare.

Regole del genere potrebbero avere un impatto molto significativo. Secondo dati dell’organizzazione ambientalista Deutschen Umwelthilfe (Duh) in Germania ogni anno sono impiegati 2,8 milioni di bicchieri usa e getta. 

L’articolo del fatto poi si sofferma a raccontare altre vicende che riguardano il sindaco di Tubinga, duramente contestato in passato per delle sue uscite razziste, con una polemica che lo ha spinti a uscire dai versi. Non mi soffermo su questi aspetti perché mi sembrano un po’ fuori tema. Non so se il sindaco di Tubinga sia una persona orribile o un razzista. Al netto di ciò, questa resta comunque un’ottima idea.

Va bene. Siamo alla fine. Vi segnalo, solo perché sappiate che sono successe anche queste cose, di cui magari parliamo nei prossimi giorni, che c’è stato un incontro fra Putin e Kim Jong Un, leader Nordcoreano in cui si è parlato soprattutto di armi, che c’è un tentativo di mettere Biden sotto impeachment per delle questioni che riguardano la sua famiglia, che al Parlamento messicano in una audizione sugli Ufo un ufologo ha mostrato i corpi mummificati di presunti alieni, ma probabilmente è una bufala, anche se i principali giornali italiani la riportano senza sollevare mezzo dubbio e che Nicola Gratteri è il nuovo procuratore di Napoli.

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