21 Giu 2024

Chi è monsignor Viganò, accusato di Scisma dalla Chiesa (e che c’entra Trump) – #953

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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Ieri pomeriggio l’arcivescovo Carlo Maria Viganò è stato convocato in Vaticano con l’accusa di scisma. Una delle più gravi e rare. Che succede nella Chiesa? Parliamo anche di Mark Rutte, ex premier olandese che quasi sicuramente sarà il nuovo Segretario generale della NATO (e di cosa ciò significa in ottica russo-ucraina), e poi di caldo, caldo estremo che ha ucciso oltre mille persone in pellegrinaggio verso la Mecca che in India ha lasciato NEw Delhi senz’acqua e che sta mandando alle stelle il consumo di carbone. E infine di notizie sarde, con Cagliari che non è molto accogliente verso la comunità LGBTQ+.

La notizia di ieri è certamente quello che i giornali stanno definendo lo “Scisma in Vaticano”. In pratica l’arcivescovo Carlo Maria Viganò è stato convocato ieri pomeriggio dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Se considerate la Santa Sede come uno Stato, i dicasteri sono i suoi ministeri. La Santa Sede ne ha 16 in tutto, che ovviamente sono diversi dai classici ministeri di uno Stato, ma se dobbiamo fare un parallelismo quello della Dottrina della Fede, che è l’erede della Santa Inquisizione, è una sorta (se c’è un esperto di diritto canonico si tappi le orecchie) di ministero della Giustizia, che si occupa di valutare i reati contro la fede. 

Comunque l’arcivescovo è accusato di uno dei reati più gravi del diritto canonico: scisma. 

Come scrive Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera, “Non che la cosa sia sorprendente, era solo una questione di tempo. Nel decreto si citano «affermazioni pubbliche dalle quali risulta una negazione della legittimità di Papa Francesco, rottura della comunione con lui e rifiuto del Concilio Vaticano II»”. 

Viganò, ex nunzio negli Usa, era diventato famoso e sostenuto nell’ala più radicale degli oppositori di Francesco quando, nell’agosto 2018 era arrivato a chiedere le dimissioni del Papa, accusandolo di aver coperto il cardinale americano Theodore McCarrick, abusatore di seminaristi. Quello che venne chiamato ai tempi «dossier Viganò» non stava in piedi, dal punto di vista giuridico, come poi è stato dimostrato, ma venne sostenuto per qualche tempo dalla galassia tradizionalista e di estrema destra che ha il suo epicentro negli Stati Uniti.

Nel frattempo, Viganò scompare dalla circolazione, si fa sentire solo attraverso comunicati in Rete, e imbocca una china che lo porta ad accusare Francesco di essere «dalla parte del Nemico», cioè Satana, e guidare con un «falso magistero» una Chiesa che vuole essere «braccio spirituale del Nuovo Ordine Mondiale e fautrice della Religione Universale» per rendere concreto «il piano della Massoneria e la preparazione dell’avvento dell’Anticristo». 

Negli anni successivi è stato più volte accostato a gruppi cospirazionisti come QAnon, e ha più volte citato un’altra teoria considerata cospirazionista, quella del «Great Reset» come strategia di annullamento economico ordita dall’elite mondiale. 

Quando il Vaticano, a dicembre, ha permesso la benedizione delle coppie gay, ha attaccato «i falsi pastori, i servi di Satana, ad iniziare dall’usurpatore che siede sul Soglio di Pietro». Da ultimo, ha fondato l’associazione «Exsurge Domine» e si è insediato all’eremo della Palanzana, un monastero vicino a Viterbo, con l’obiettivo di farne un seminario tradizionalista chiamato «Collegium traditionis» per accogliere «chierici e religiosi fatti oggetto delle epurazioni bergogliane».

Quindi ecco, è chiaro che la contestazione dello scisma fosse attesa. Viganò, per parte sua, scrive di considerare «le accuse contro di me un motivo onore» e non fa nulla per smentirle: «Presumo che anche la condanna sia già pronta, visto il processo extragiudiziale. Credo che la formulazione stessa dei capi d’accusa confermi le tesi che ho più e più volte sostenuto nei miei interventi. Non è un caso che l’accusa nei miei confronti riguardi la messa in discussione della legittimità di Jorge Mario Bergoglio e il rifiuto del Vaticano II: il Concilio rappresenta il cancro ideologico, teologico, morale e liturgico di cui la bergogliana “chiesa sinodale” è necessaria metastasi».

Tra l’altro parla di «sistematica distruzione della Chiesa da parte dei suoi vertici», e scrive: «Il globalismo chiede la sostituzione etnica: Bergoglio promuove l’immigrazione incontrollata e chiede l’integrazione delle culture e delle religioni. Il globalismo sostiene l’ideologia LGBTQ+: Bergoglio autorizza la benedizione delle coppie omosessuali e impone ai fedeli l’accettazione dell’omosessualismo, mentre copre gli scandali dei suoi protetti e li promuove ai più alti posti di responsabilità. Il globalismo impone l’agenda green: Bergoglio rende culto all’idolo della Pachamama, scrive deliranti encicliche sull’ambiente, sostiene l’Agenda 2030 e attacca chi mette in discussione la teoria sul riscaldamento globale di origine antropica». 

E conclude: «Nessun cattolico degno di questo nome può essere in comunione con questa “chiesa bergogliana” perché essa agisce in evidente discontinuità e rottura con tutti i Papi della storia e con la Chiesa di Cristo».

Devo dire, che da totale ignorante delle dinamiche interne alla chiesa, non posso però non notare un parallelismo con le scissioni che attraversano le nostra società e la nostra politica. Viganò è il Trump della Chiesa. Ed è un po’ strano. Cioé, non è strano che ci siano scissioni nella chiesa, ma è strano che ripercorrono in maniera praticamente identica ed esatta le stesse linee delle scissioni politiche e sociali del nostro tempo. È come se ci fosse stato un allineamento trasversale a vari ambiti della società su alcune credenze di fondo, che riguardano il clima, l’ambiente, i diritti civili, la pandemia. Non so. È strano. O forse no. 

In un altro periodo storico la notizia sarebbe passata, non dico inosservata, ma di certo non avrebbe conquistato le prime pagine dei giornali globali. Invece, capire chi guiderà la Nato nei prossimi anni diventa d’importanza cruciale nello scenario di corsa agli armamenti ed escalation globale in cui ci troviamo catapultati, di colpo, da circa due anni a questa parte. 

Quindi vediamolo meglio assieme. Ieri è stata raggiunta, almeno sulla carta, l’unanimità che serve ad eleggere il prossimo segretario Nato perché anche il governo della Romania ha dato il suo benestare all’elezione di Mark Rutte, elezione che quindi dovrebbe essere certa, anche se ancora va formalizzata. 

Mark Rutte, forse ve lo ricorderete, è il primo ministro uscente dei Paesi Bassi. Di lui si ricordano gli scontri in Europa con Conte sul tema dell’austerità, di cui Rutte è un grande fan, in linea con la tradizione dei paesi nordici, ma anche il suo stile di vita molto sobrio. Era famoso, da primo ministro, per andare sempre a lavoro in bici, per vivere in maniera molto modesta soprattutto rispetto all’idea di politica e politici che abbiamo in media in Italia. 

È stato promotore di politiche ambientali all’avanguardia, così come di politiche abbastanza restrittive verso i migranti. È un politico liberale e conservatore. Sotto la sua guida i Paesi Bassi hanno praticamente smantellato quel che rimaneva del loro welfare state.

Insomma, una figura piuttosto complessa, fatta di luci e ombre. Che, apprendo, sarebbe anche essere un fine negoziatore, a quanto riportano vari giornali. Di certo queste trattative precedenti alla sua ormai quasi certa elezione lo confermano. Rutte doveva infatti vincere soprattutto le resistenze dei governi di Romania, Slovacchia e Ungheria, anche se per motivi diversi.

Per quanto riguarda l’Ungheria, la resistenza del presidente Orban era principalmente ideologica. Orban è probabilmente il più vicino a Putin fra i leader della Alleanza atlantica. per convincerl oa votarlo Rutte gli ha garantito una sorta di exit strategy. Gli ha garantito che, durante l’eventuale mandato di Rutte, i soldati ungheresi non parteciperanno ad attività della NATO in Ucraina e che a queste non saranno destinati fondi ungheresi. Che poi, in tutto ciò, mi sembra che si stia dando per scontato che ci saranno delle attività NATO in UCraina.

Nel caso della Slovacchia, invece, il presidente Peter Pellegrini ha detto che il sostegno a Rutte è legato alla richiesta che quest’ultimo, quando sarà a capo della NATO, garantisca la protezione dello spazio aereo slovacco.

Convinti i due governi, la Romania rappresentava l’ultimo ostacolo per Rutte, perché il presidente romeno Klaus Iohannis ambiva a sua volta alla guida della NATO, appoggiato nella sua richiesta proprio da Orban. Ma giovedì, durante una riunione del Consiglio nazionale di difesa del paese, Iohannis ha detto che aveva comunicato agli altri membri dell’alleanza d’aver ritirato la propria candidatura. Così Rutte ha ottenuto l’ultimo parere favorevole di cui aveva bisogno. 

Per la nomina ufficiale però si dovrà attendere il prossimo vertice della NATO a Washington dal 9 all’11 luglio. 

Comunque, qui la domanda principale è: che cosa possiamo aspettarci da Rutte come capo della Nato? Veniamo da un mandato in cui Jans Stoltenberg si è contraddistinto per una postura piuttosto aggressiva, da flaco, come si dice in gergo. Come si comporterà Rutte?

Ovviamente è difficile prevederlo, visto che non ha mai ricoperto ruoli simili. Quello che sappiamo è che Rutte è noto per la sua ferma posizione a favore dell’Ucraina. Durante il suo mandato come primo ministro nei Paesi Bassi, ha sempre sostenuto l’adozione di sanzioni contro la Russia e l’invio di aiuti militari all’Ucraina.

Anzi, è stato forse un antiputiniano ante-litteram. Non so se lo ricordate ma il 17 luglio 2014 un aereo di linea della Malaysia Airlines venne abbattuto dai russi su suolo conteso ucraino. Sono anni in cui la guerra nel Donbass c’è già ma non se ne parla. Su 298 persone a bordo 193 sono cittadini olandesi. Rutte deve gestire una situazione delicata, difficile, la rabbia dei suoi elettori, e la sua risposta è all’insegna dell’intransigenza più completa nei confronti del presidente russo. Da quel momento in avanti i Paesi Bassi sono sempre stati al fianco dell’Ucraina e contro la Russia di oggi.

Quindi è probabile che, come segretario generale della NATO, continuerà a spingere per un sostegno forte e deciso all’Ucraina. Considerate che la candidatura di Rutte è stata fortemente sponsorizzata da Joe Biden, come racconta Politico.

Un punto forse critico per Rutte sarà quello della spesa militare. La NATO da anni chiede ai propri membri di aumentare le spese per la difesa. Lo chiede per l’esattezza dal 2014 quando sotto il primo anno di mandato Stoltenberg decise, su forte spinta Usa, di mettere una soglia minima di spesa militare fissata al 2% del Pil. 

Per molti anni solo poci paesi hanno rispettato questa richiesta, poi lo scoppio del conflitto in Ucraina e la nuova corsa agli armamenti ha cambiato le cose. Il 2024 è stato un anno record per la spesa militare nel mondo. E ben 23 Paesi Nato su 32 spenderanno almeno il 2% del Pil in Difesa. Ben 13 Stati in più rispetto all’anno scorso, un incremento inedito per l’Alleanza. 

L’Italia è uno dei pochi paesi ancora abbastanza lontano da questo obiettivo, spende ancora intorno all’1,49% del Pil in armi e forze armate, sebbene sia il 5° in termini dispesa assoluta. E devo dire che una volta tanto, stare nella parte bassa della classifica non è così male. 

Un altro paese a spendere piuttosto poco in difesa sono proprio i Paesi Bassi, che sotto Rutte non hanno seguito le indicazioni Nato da questo punto di vista. E questo potrebbe mettere il nuovo Segretario generale in una posizione scomoda.

Infine, ci sarà ovviamente il tema dei rapporti con la Russia di Putin, ma anche quello di un eventuale rapporto con gli Usa di Trump nel caso Trump dovesse rivincere. Lì ovviamente ci sarebbe da capire la volontà di Trump e la sua tendenza isolazionista rispetto alla Nato. Ma qui andiamo forse  un po’ troppo oltre. Per oggi direi fermiamoci qua.

Ci sono due notizie di caldo estremo che vengono dall’Asia, piuttosto allarmanti. La prima è che ci sarebbero oltre 1000 morti fra i pellegrini musulmani che si stavano recando al tradizionale pellegrinaggio alla Mecca. La tragedia sarebbe dovuta, come riportano i giornali – sto prendendo da AGI ma ne parlano in molti, e il numero continua a salire – a un’ondata di caldo fortissima che si è abbattuta su buona parte dell’Arabia Saudita, che è una rotta di passaggio del Hajj, il pellegrinaggio annuale verso la Mecca che i fedeli musulmani devono compiere almeno una volta nella vita, e che si tiene in un periodo particolare dell’anno, quest’anno fra il 14 e il 19 giugno. 

Considerate che ieri, secondo la tv di Stato saudita, nel Paese si sono toccati i 51,8 gradi. Al momento sembra che la maggior parte dei morti siano egiziani, ma ciascun paese sta verificando i “propri” dispersi e quindi come vi dicevo, è probabile che il bilancio continui a peggiorare. Di certo c’è che oltre agli almeno 1000 morti accertati ci sono altre centinaia di persone soccorse e ricoverate in ospedale a causa delle temperature insostenibili. 

Come ricorda Reuters è già capitati che l’Hajj causi la morte di alcuni fedeli, ma in passato questo è stato dovuto soprattutto a fenomeni di folla, incendi alle tende o altri incidenti. Non si ricordano episodi di morti, perlomeno non di queste proporzioni, dovuti al caldo estremo.

Anche in India fa molto caldo. In particolare a New Delhi, dove da circa un mese è in corso l’ondata di calore più lunga della sua storia: scrive il Post che la temperatura di giorno non scende sotto i 40 gradi, ha superato più volte i 50 e rimane sopra ai 30 anche di notte. 

Questa situazione è ulteriormente aggravata dalla siccità: l’acqua manca in moltissime parti della capitale, dove vivono più di 25 milioni di persone. Il caldo e la scarsità di acqua hanno già causato la morte di decine di persone, così come in altre parti del paese. La siccità in India è destinata ad essere un enorme problema: secondo i dati più recenti della World Bank l’India contiene il 18 per cento della popolazione mondiale ma solo il 4 per cento delle sue risorse idriche, cosa che la rende uno dei paesi più esposti al rischio di mancanza d’acqua, sempre più probabile a causa del cambiamento climatico.

Come spiega l’articolo, il problema dell’approvvigionamento dell’acqua a New Delhi esiste da anni, anche perché l’acqua non solo è poca, ma anche quella che c’è spesso non è potabile perché contaminata. Ma le alte temperature di questa settimana stanno però creando più disagi del solito: i livelli di approvvigionamento idrico della città sono i più bassi di tutta la stagione, meno del dieci per cento rispetto ai valori normali, che sono comunque insufficienti. Il governo di New Delhi non è in grado di rifornire tutti i quartieri della città, specialmente quelli più poveri nati spontaneamente e dove spesso non esiste neanche una rete idrica.

In queste parti della capitale l’acqua pubblica arriva solo due volte al giorno in autobotti che ne contengono una quantità insufficiente ai bisogni degli abitanti del quartiere, che le rincorrono per provare ad assicurarsi la fornitura. A volte non arriva proprio: diversi abitanti dei quartieri più poveri di New Delhi hanno detto a Le Monde che specialmente fra aprile e ottobre, i mesi più caldi dell’anno, l’acqua pubblica arriva a intermittenza e che ormai la popolazione si è abituata a comprarla privatamente a prezzi elevati. In questi quartieri l’acqua disponibile spesso non è neanche potabile e viene quindi più che altro usata per lavarsi e lavare i vestiti e le case.

Il 60% dell’acqua della città proviene dal fiume Yamuna, che scorre attraverso altri stati prima di raggiungere la capitale, e il resto proviene da falde acquifere sotterranee e dal Gange. La Corte Suprema indiana ha attribuito la crisi idrica alle condizioni deteriorate delle tubature e alla presenza di trafficanti d’acqua, anche se c’è una disputa politica fra stati per l’utilizzo dell’acqua. 

In tutto ciò, come racconta il Sole 24, questa ondata di cado sta avendo anche altre conseguenze. Non proprio positive. La domanda di energia elettrica generata dal carbone ha appena toccato il suo massimo storico, con un incremento del 7,3% rispetto a un anno fa. 

Leggo dall’articolo: “Una sorta di circolo vizioso in cui, per poter alimentare ventilatori e condizionatori d’aria in grado di rendere sopportabili condizioni meteo sempre più estreme, il Paese brucia combustibili fossili, immettendo nell’atmosfera quantità sempre più ingenti di CO2 uno dei principali fattori dietro il fenomeno del riscaldamento globale.

Nonostante la qualità dell’aria delle grandi città indiane sia terribile e, da anni ormai, in costante peggioramento, il consumo di carbone pare destinato ad aumentare anche sul medio termine. Tanto che nell’anno fiscale in corso il Paese aggiungerà capacità di generazione a carbone per 15,4 gigawatt, l’incremento più massiccio da dieci anni a questa parte”.

Adesso il problema sembrano essere soprattutto le minime molto alte, che fanno sì che le persone tengano accesi i condizionatori anche di notte mandando alle stelle i consumi di energia, che fra l’altro sono le ore in cui viene meno l’energia prodotta degli impianti fotovoltaici. Martedì i consumi elettrici a Delhi hanno toccato un nuovo primato assoluto a 8.647 MW.

Mentre per chi non si può permettere di raffreddare la stanza in cui dorme le conseguenze possono essere gravi, anche perché per il fisico viene meno la possibilità di recuperare dopo le temperature diurne.

Oggi è venerdì, giornata di rassegne sarde. 

Audio disponibile nel video / podcast

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