21 Dic 2022

Nazioni Unite a rifiuti zero! – #642

A sorpresa le Nazioni Unite adottano una risoluzione proposta dalla Turchia in cui si impegnano a promuovere la strategia Rifiuti Zero nel mondo. Intanto lo scandalo del Qatargate si allarga e inizia a lambire un’altra istituzione europea, la Commissione, mentre il Qatar dal canto suo minaccia di chiudere i rubinetti del gas. Parliamo anche della parabola discendente della giovane democrazia tunisina, che forse segna anche la conclusione del sogno iniziato con la primavera araba e degli studenti russi e ucraini da poco arrivati alla Rondine, Cittadella della pace.

LE NAZIONI UNITE ADOTTANO LA RISOLUZIONE DELLA TURCHIA SU RIFIUTI ZERO

Mercoledì scorso è successa una cosa veramente… strana. E interessante. Uno di quei segnali che arrivano senza preavviso, prima di quando te li saresti aspettati. éPeraltro passata completamente in sordina. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità una risoluzione sull’iniziativa “rifiuti zero” presentata dalla Turchia. Sì, esatto, rifiuti zero, zero waste. La storica risoluzione è stata presentata mercoledì scorso insieme ad altri 105 Paesi, e a quanto pare è stata fortemente voluta da Emine Erdogan, consorte di Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia, che già nel 2017 aveva lanciato una serie di iniziative “zero-waste”.

La risoluzione dell’Assemblea Generale ha dichiarato il 30 marzo Giornata internazionale dei rifiuti zero. La risoluzione prevede che il capo delle Nazioni Unite istituisca un comitato consultivo triennale composto da persone selezionate in base alle loro “conoscenze, esperienze e competenze” per promuovere iniziative locali e nazionali a rifiuti zero.

Raccomanda inoltre di continuare la discussione sulle iniziative a zero rifiuti, incoraggiando gli Stati membri, le organizzazioni facenti parte delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali e regionali ad attuare iniziative a zero rifiuti a tutti i livelli. La risoluzione chiede anche al capo dell’ONU di includere nel Programma per l’ambiente delle nazioni unite una “sezione dedicata alle iniziative a zero rifiuti”, che comprenda le attività e le esperienze di tali iniziative.

Infine, la risoluzione invita le Nazioni Unite a convocare sul tema una riunione di alto livello di un giorno, a New York, nel 2023, durante la 77a sessione dell’Assemblea generale. Che dire. Non me lo aspettavo e ne sono stato felicemente sorpreso! Fra l’altro la notizia me l’ha girata Manuela Leone, la nostra espertissima di rifiuti, conduttrice su ICC del podcast Rifiuti: ri-evoluzione in corso, referente siciliana di Zero Waste Italy, che era altrettanto “confusa e felice” (perché visto che è siciliana tende a sentirsi come Carmen Consoli).

Ora, lo so che potreste pensare, vabbè, ora non è che se c’è la giornata mondiale rifiuti zero cambia qualcosa. E in parte sono anche d’accordo, ma il punto non è qui tanto pratico quanto culturale, di densità culturale su un concetto come rifiuti zero. Il tema dei rifiuti è uno di quelli su cui l’immaginario gioca un ruolo fondamentale. Spesso pensiamo che la soluzione al problema dei rifiuti, la cosiddetta economia circolare, consista nel fare la raccolta differenziata. Iniziare a pensare che l’obiettivo è rifiuti zero, quindi non produrre rifiuti, è un meme potentissimo, e in questo anche una giornata mondiale e il fatto stesso che questa risoluzione sia passata è un fatto quasi stupefacente.

QATARGATE, LO SCANDALO SI ALLARGA E IL QATAR MINACCIA DI CHIUDERE IL GAS

Ci sono due novità abbastanza importanti sullo scandalo Qatargate, di cui credo sia utile parlare. Prima però vi faccio un riassunto in due parole, nel caso non sappiate di cosa si tratti. Il Qatargate è il nome con cui i giornali chiamano il tentativo, riuscito, di corruzione da parte del Qatar, ma anche del Marocco, nei confronti di alcune figure importanti delle istituzioni europee (del Parlamento in particolare, ma non solo), per avere in cambio dei favori politici in caso di discussioni e votazioni che riguardassero quei due paesi, soprattutto con riferimento al tema dei diritti. Altro aspetto centrale, il ruolo italiano in questo scandalo, in particolare di Antonio Panzeri, ex europarlamentare del Pd che sembra essere il fulcro di questa rete di corruzione, con la sua Ong Fight Impunity, che ormai sembrerebbe essere poco più di una scatola vuota creata senza altri fini di prendere mazzette.

Ok, questo è il contesto, quali sono le due novità? La prima è che come accennavo lo scandalo sembra non essere nemmeno circoscrivibile all’Europarlamento ma inizia a lambire anche la Commissione europea. Scrive Angela Mauro sull’Huffington Post: “L’ombra del Qatargate si allunga sulla Commissione europea. Da quello che trapela, l’inchiesta giudiziaria sulle presunte mazzette dal Qatar e dal Marocco per influenzare le scelte dell’Ue resta confinata al Parlamento europeo, ma emergono diversi aspetti che riguardano invece Palazzo Berlaymont e che non sono del tutto chiari”. Palazzo Berlaymont, per chi non lo sapesse, cioè tanti immagino, è la sede della Commissione europea.

“Secondo rivelazioni de La Stampa confermate a Bruxelles, l’ex commissario Ue all’immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos, ha percepito un compenso di 60mila euro per la sua attività di componente del board di Fight impunity, la ong fondata da Antonio Panzeri, ex eurodeputato arrestato il 9 dicembre scorso”.

Avramopoulos dice che la sua partecipazione alla Ong si limitava ad alcune consulenze e articoli, e che era stata approvata da Ursula Von Der leyen, la Presidente della Commissione. Come scrive il Fatto Quotidiano: “L’ex commissario Ue, Dimitris Avramopoulos, ha ricevuto, su approvazione della Commissione europea, uno stipendio da 60mila euro dalla ong Fight Impunity, coinvolta nello scandalo sulle mazzette in Ue. Il lavoro svolto: due conferenze, di cui una online, e un articolo. Il tutto fatto nell’arco di circa un anno. Lo scrive La Stampa mentre cresce l’attenzione sul ruolo svolto dal politico greco che, va precisato, non risulta indagato e ha ricevuto legittimamente il proprio compenso”. 

Ora, è possibile che le cose stiano esattamente come appaiano, e che Panzeri abbia pagato lautamente Avamopoulos non per fare cose losche connesse al Qatargate, ma semplicemente per coinvolgerlo nella sua organizzazione e in questo modo dare maggiore credibilità alla stessa. La Commissione però sarebbe accusata di non aver verificato, prima di dare il via libera all’ex commissario, se Fight impunity fosse iscritta al registro trasparenza (non lo era). E aggiungo anche che una ong che ti offre 60mila euro per due conferenze e un articolo, invece di investire quei soldi nei suoi obiettivi statutari… boh, forse qualche sospetto poteva farlo venire.

L’altra novità è che il Qatar sta facendo una certa pressione sulle istituzioni europee per, non dico insabbiare la questione, ma ecco, perlomeno smettere di scavare. E dalla sua ha una potente arma di ricatto. Indovinate un po’? Il gas.

Leggo su QualEnergia: “La risposta di Doha non si è fatta attendere. Fonti diplomatiche qatariote, citate dalle agenzie di stampa internazionali, hanno sostenuto che le indagini della Ue sul Qatar-gate si baserebbero su informazioni “inaccurate” e che potrebbero avere delle ripercussioni negative anche in campo energetico. “La decisione di imporre una restrizione così discriminatoria che limita il dialogo e la cooperazione con il Qatar prima che il procedimento legale sia concluso, influenzerà negativamente la cooperazione in materia di sicurezza regionale e globale, nonché le discussioni in corso sulla povertà energetica globale e sulla sicurezza”. In altre parole, vi togliamo il gas.

Il punto è che il Qatar sta diventando strategico nella nuova geopolitica europea degli approvvigionamenti di gas. Dovendo rinunciare a tutto o quasi il gas russo, Bruxelles ha cercato nuove rotte commerciali per soddisfare la sua domanda energetica, guardando soprattutto al mercato del gas naturale liquefatto (Gnl) importato via nave.

Il Qatar sta pianificando una maxi espansione della sua capacità produttiva di Gnl, tramite i progetti North Field Est e North Field South, che dovrebbero incrementare la produzione complessiva nazionale da 77 a 110 milioni di tonnellate/anno dal 2025 e poi da 110 a 126 entro il 2027. La Germania ha già siglato un contratto di lungo termine con QatarEnergy e ConocoPhillips, per avere 2 milioni di tonnellate/anno di Gnl per 15 anni dai nuovi giacimenti.

Anche alcuni colossi energetici europei, come TotalEnergies e la nostra Eni, hanno delle quote nei progetti di espansione di Gnl in Qatar. In sostanza, i legami tra Europa e Qatar sul versante energetico si stanno rafforzando e il futuro gas proveniente dal Golfo Persico potrebbe essere indispensabile per garantire maggiore sicurezza delle forniture a Paesi come la Germania. 

Che dire. Idea brillante quella di sostituire il gas russo con il gas qatariota. E in generale sostituire il gas con altro gas, come abbiamo detto più volte, non è esattamente una buona idea in tempi di crisi climatica. 

LA FINE DELLA PRIMAVERA ARABA E DELLA DEMOCRAZIA

Torniamo a parlare di politica internazionale. Il 17 dicembre ci sono state le elezioni in Tunisia e sono state probabilmente fra le meno partecipate della storia non tanto della giovane democrazia tunisina, ma proprio di qualsiasi democrazia in generale. Si è recato alle urne l’8,8 per cento degli aventi diritto, meno di un elettore su dieci per un totale di poco più di 800mila persone che hanno espresso la loro preferenza. Nel 2019 fu del 40%. Un articolo molto approfondito e ben fatto di Marco Garavoglia su Valigia Blu spiega le cause di questa disfatta democratica, che forse sancisce anche la fine di questa democrazia e determina il definitivo fallimento della Primavera araba.

“Esistono ragioni precise che possono spiegare il voto che ha posto fine al processo di transizione democratica che stava interessando il piccolo Stato nordafricano dal 2011, anno della Rivoluzione della dignità e della libertà che ha portato alla cacciata del despota autoritario Zine el-Abidine Ben Ali. 

Le motivazioni sono varie, ma una delle principali, continua il gironalista, è “la crisi economica e sociale. Da mesi nel paese si fa fatica a trovare beni di prima necessità come farina, zucchero, latte e burro. Generi alimentari essenziali per la dieta dei tunisini, chiamati a compiere sacrifici su base quotidiana. La spiegazione a questa penuria, a cui si è aggiunta quella della benzina, è semplice. La Tunisia non riesce più a importare questi beni per una mancanza di liquidità, gli Stati e le compagnie internazionali esportatori hanno cominciato a non fare più credito esponendo di fatto il paese a tutte le sue debolezze interne, in primis un complicato sistema di sovvenzioni statali per mantenere bassi i prezzi che però, oggi, non sembra più funzionare. L’ultimo caso in ordine di tempo è il malcontento dei panettieri i quali, nell’attesa di ricevere le compensazioni di Stato per mantenere calmierati i prezzi del pane, si sono detti pronti a sospendere la produzione nel caso non fosse stata fornita loro farina gratis. 

Un altro elemento di instabilità è il crollo del potere di acquisto. L’aumento dell’inflazione dopo l’invasione russa in Ucraina ha colpito duramente la Tunisia. Arrivata nel novembre scorso al 9,8 per cento, questa percentuale  si è rivelata in tutta la sua drammaticità nell’aumento del costo delle uova (43%), carne (24%), verdure (32%), olio (20%) e derivati del latte (16%). 

Garavoglia passa poi ad analizzare i motivi più strutturali che “hanno minato la fiducia dei tunisini nei confronti di una classe politica. Nel 2011 milioni di persone hanno chiesto a gran voce «libertà e dignità», due parole che si sono concretizzate in parte e che hanno lasciato la porta aperta al presidente della Repubblica Kais Saied. Poi, il 25 luglio 2021, nel giorno della festa della Repubblica, Saied con un colpo di forza ha di fatto azzerato le istituzioni tunisine congelando il parlamento e sciogliendo il governo. La motivazione: la Tunisia stava vivendo una situazione di «pericolo imminente», rappresentata da una crisi sanitaria da COVID-19 che stava minando il paese e una crisi economica che il governo dell’allora primo ministro Hichem Mechichi non era riuscito a contrastare. 

Saied ha quindi fatto leva su una situazione di forte instabilità per proporre la sua agenda politica: ha cominciato a governare con pieni poteri attraverso decreti presidenziali, ha azzerato il potere giudiziario con le dimissioni del Consiglio superiore della magistratura, ha promosso un nuovo testo costituzionale il 25 luglio scorso e imposto nuove elezioni lo scorso weekend per il rinnovo di un parlamento completamente depotenziato. La nuova Assemblea dei rappresentanti del popolo sarà composta infatti da candidati che non hanno potuto rappresentare partiti politici e che dovranno vagliare le riforme volute dal presidente della Repubblica «con assoluta priorità», stando al nuovo testo costituzionale. 

Quindi ecco, la popolazione di fatto era chiamata a eleggere un parlamento fantoccio, cosa che spiega almeno in parte la quasi totale astensione. Come ha affermato il politologo Hamza Meddeb «Questo voto è stato una formalità per archiviare il sistema imposto da Kais Saied e concentrare il potere tra le sue mani. Il parlamento non ha più alcun tipo di potere», 

Insomma il potere si sta novamente concentrando in poche mani, due per l’esattezza, e il rischio di una deriva completamente autoritaria sembra alle porte. Di fronte a ciò, leggo ancora nell’articolo, il sentimento generale è di “Disaffezione, disillusione e apatia nei confronti di tutto quello che si può definire Stato. Sono forse questi i tre aggettivi che possono spiegare quale sia la sensazione a livello generale nel paese”. La «prima democrazia del mondo arabo» sembra sul punto di abdicare, sancendo forse il fallimento di quel movimento pieno di gioia e speranza che è stato la primavera araba. 

RUSSI E UCRAINI UNITI ALLA RONDINE

Va bene, torniamo a parlare, velocemente, della guerra in Ucraina. Guerra che è sparita dai giornali, o perlomeno vi compare molto meno, non perché sia finita o rallentata, ma perché come spesso accade i media l’hanno in qualche misura normalizzata.

Comunque oggi ne parliamo in maniera molto tangenziale, raccontando una storia di cui ci parla Sara De Carli su Vita e che riguarda l’associazione La Rondine – Cittadella della Pace, di cui abbiamo parlato anche su Italia che Cambia con una videostoria dedicata (se l’avete persa e la volete recuperare la trovate sotto Fonti e Articoli), che detto in due parole è una Onlus che lavora nella promozione della cultura del dialogo e della pace, tramite l’esperienza concreta dello Studentato Internazionale.

Vi leggo un pezzetto dell’articolo su Vita: “Alla World House di Rondine, quest’anno, ci sono anche tre coppie di nemici dal fronte Russia-Ucraina. Cinque ragazze e un ragazzo, che con coraggio hanno accettato la sfida entrare in un percorso di confronto con l’altra parte in un momento così doloroso, con il conflitto che ha ancora un’intensità molto alta e un orizzonte di grande complessità e incertezza. Dalla Russia arrivano Sabina, Aleksandra e Ilia, dall’Ucraina Olekandra, Valeriia e Kateryna.

Sono 12 i giovani che in questi giorni sono ufficialmente entrati alla World House di Rondine, il programma biennale della Cittadella della Pace di Arezzo che promuove un percorso di formazione e convivenza per giovani “nemici” provenienti da luoghi di guerra o in cui gli echi del conflitto bellico sono ancora forti. Dopo i primi tre mesi di osservazione evalutazione, oggi iniziano il loro percorso per formarsi come ambasciatori e futuri leader di pace, così da tornare nei propri Paesi e contribuire alla risoluzione dei conflitti nella loro terra. Insieme alle tre coppie provenienti dalla Russia e dell’Ucraina ci sono Solomon e Jean, dal Mali; Malak e Aula, studentesse palestinesi e Heli e Shira, studentesse israeliane. 

I 12 nuovi arrivati vanno ad unirsi agli 11 giovani che hanno già seguito il primo anno del percorso, oltre ai 10 partecipanti al progetto Mediterraneo Frontiera di Pace: quest’anno sono quindi 33 in tutto i giovani internazionali che animano la Cittadella, a cui si aggiungono 31 studenti di diciassette anni del “Quarto Anno Rondine” provenienti da tutta Italia.

L’articolo poi racconta le storie dei nuovi arrivati da Russia e Ucraina e si conclude con le parole del ragazzo Russo, Ilia, 25 anni: “Ilia vuole guardare oltre la guerra, al futuro. «Tutti i conflitti e le guerre sono unici, ma hanno tutti qualcosa in comune: finiscono. Non importa quanto dure e violente siano state, alla fine, finiscono tutte. Molte guerre finiscono per volontà delle persone e per la loro stanchezza del conflitto. Ecco perché è importante pensare a cosa accadrà dopo e come potremo vivere tutti insieme».

Mi sembra, l’esperienza della Rondine, un modo molto intelligente e concreto di praticare la Pace, più che di parlarne. Che va oltre la retorica, mette i piedi nel conflitto, non lo evita, lo affronta ma con spirito nonviolento e pacifista.

FONTI E ARTICOLI

#rifiuti zero
TRTWorld – UN adopts Türkiye’s ‘zero waste’ resolution

#Qatargate
Huffington Post – Qatargate, l’imbarazzo della Commissione Ue per il caso Avramopoulos
Il Fatto Quotidiano – Mazzette in Ue, la Commissione avvia indagine interna su attività di Avramopoulos per la ong di Panzeri. “In Italia complotto contro di me”
QualEnergia – Forniture gas, cosa rischia l’Ue con lo scandalo Qatar-gate?

#Tunisia
Valigia Blu – Con il voto del 17 dicembre in Tunisia è finita la primavera araba e la democrazia

#Russia-Ucraina
Vita – Russi e ucraini insieme a Rondine
Italia che Cambia – Rondine, il piccolo borgo dove si costruisce la pace
Internazionale – Il viaggio di Putin a Minsk fa temere l’apertura di un nuovo fronte di guerra

#Cop15
Greenreport – Cop15 Cbd, Survival International: «L’accordo non è riuscito a proteggere la biodiversità e potrebbe tradire i popoli indigeni»

#fitosanitari
Ansa – Italia ha ridotto del 19% vendite di fitosanitari nel 2021

#migranti
Nigrizia – Regno Unito: l’Alta Corte approva la deportazione dei migranti in Rwanda

#Africa
La Svolta – Africa: l’acqua che (non) c’è

#Cina
Il Caffé Geopolitico – La Belt and Road Initiative e il post-pandemia: cosa aspettarci?

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