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7 Set 2023

Dall’uccisione dell’orsa Amarena alla legge contro i lupi, che succede? – #786

L’uccisione di un’orsa in Abruzzo, una mezza idea della Commissione di togliere al lupo lo status di specie protetta: cosa succede fra esseri umani e animali selvatici? Come mai ci fanno così tanta paura? E quanto è reale il pericolo? Parliamo anche degli ottimi risultati del nuovo governo brasiliano nella lotta alla deforestazione dell’Amazzonia, di un nuovo allarme sul clima e del primo vertice africano sul clima, conclusosi ieri sera a Nairobi. 

Di recente si sta parlando di nuovo del rapporto complesso fra esseri umani e altri animali cosiddetti selvatici, soprattutto orsi e lupi. Complice anche il recente aumento delle popolazioni di questi due mammiferi nel nostro paese, e non solo, sorgono ogni tanto dei problemi diciamo di convivenza, che portano a fatti di cronaca sciagurati o proposte di legge spesso poco lungimiranti.

Nello specifico mi riferisco al nuovo caso dell’orsa chiamata Amarena, madre di due cuccioli, uccisa pochi giorni fa con dei colpi di fucile in Abruzzo, e all’idea della Commissione europea di rivedere lo status di specie protetta per i lupi. 

Come al solito, partiamo da qui, dai fatti. Il caso dell’orsa Amarena è il seguente: l’orsa, madre di due cuccioli, era entrata nel terreno di un abitante del comune di San Benedetto dei Marsi, in Abruzzo per cercare di catturare alcuni polli. L’uomo l’ha vista ed ha sparato un colpo con un proiettile calibro 12 che l’ha uccisa. 

L’uomo che si chiama Andrea Leonbruni, è attualmente indagato e dice all’Ansa che non lo ha fatto apposta. Leggo su La Stampa: “Ho sbagliato; l’ho capito subito dopo aver esploso il colpo… i carabinieri li ho chiamati io”. E racconta anche di aver ricevuto minacce: “Sono giorni che non dormo e non mangio, non vivo più, ricevo in continuazione telefonate di morte, messaggi; hanno perfino chiamato mia madre 85 enne, tutta la mia famiglia è sotto una gogna”. Ora si attende la relazione del perito balistico che sarà decisiva per definire l’accaduto. 

Molta dell’attenzione si è rivolta anche verso i due cuccioli per cui c’era una certa preoccupazione sul fatto che non fossero in grado di procurarsi del cibo da soli. Per fortuna al momento le ultime notizie ci dicono che I cuccioli di Amarena stanno bene, sono insieme e riescono a nutrirsi da soli. 

“Per il momento – scrive Simone Santi su Lifegate – sembra scongiurata l’idea di prelevarli e trasferirli in cattività: si era parlato di questa ipotesi nel caso in cui i figli di Amarena si fossero dimostrati ancora non autosufficienti, cosa che almeno sembrerebbe non essere. Le attività di ricerca e monitoraggio comunque continueranno ancora con l’obiettivo di fornire più elementi possibili per valutare le future decisioni e monitorare gli spostamenti dei due cuccioli”.

Tuttavia, l’Ente parco sottolinea che i due cuccioli di Amarena non sono ancora del tutto al sicuro, e che “le possibilità di sopravvivenza, purtroppo, non sono alte e che le insidie, anche naturali (come le interazioni con altre specie), sono molte”.

Passiamo alla seconda notizia. Leggo sul Post: “Lunedì la Commissione Europea ha annunciato che valuterà se proporre una modifica dello status di specie protetta dei lupi. Per questo ha chiesto a tutte le comunità locali, agli scienziati e ad altre parti interessate di fornire dati aggiornati sulle popolazioni di lupi in Europa e sui problemi legati alla loro presenza entro il 22 settembre: sulla base delle informazioni inviate la Commissione deciderà se portare avanti una proposta di cambiamento della normativa attuale riguardo alla specie.

Dopo secoli di caccia che avevano rischiato di far estinguere la specie in tutta l’Europa occidentale, le popolazioni di lupi sono tornate a crescere grazie alle leggi che li salvaguardano. Tuttavia secondo gruppi di allevatori e cacciatori e alcuni partiti politici, oggi il numero di lupi e i problemi che gli animali causano alle attività agricole e pastorali sono cresciuti eccessivamente.

Nei paesi dell’Unione Europea i lupi sono una specie protetta dalla direttiva Habitat, che proibisce di catturarli e ucciderli salvo deroghe eccezionali che riguardano ad esempio gli animali considerati “problematici”. La direttiva europea prevede che si possa prendere in considerazione l’uccisione di un lupo ad esempio per «prevenire gravi danni» economici e per ragioni di «sicurezza pubblica». 

E una spinta particolare per modificare lo status dei lupi sembra provenire dalla stessa Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che è particolarmente sensibile al tema per un motivo molto personale: l’anno scorso un lupo ha ucciso la sua pony Dolly. 

Detto ciò, come ricorda giustamente l’articolo, i casi di lupi “confidenti”, cioè che mostrano di non aver paura degli umani e in più occasioni si sono avvicinati a meno di 30 metri dalle persone, sono rari. Nel 2022 l’ISPRA aveva conteggiato solo 23 casi di lupi confidenti nei dieci anni precedenti, sulla popolazione complessiva di 3.300. C’è stato un caso di comportamento aggressivo nei confronti di una persona nel 2020 a Otranto, in Puglia, ma riguardava un individuo particolare perché si ritiene cresciuto in cattività e quindi molto abituato alla presenza umana: poche settimane dopo quel lupo era stato catturato e non è più stato liberato. Un secondo caso, ancora in corso di indagini, riguarda una lupa che ha attaccato negli ultimi mesi nei comuni di Vasto marina e di San Salvo, in provincia di Chieti: non si conosce la storia di questo animale, non ancora catturato, ma un’analisi genetica dell’ISPRA ha confermato che si tratta di una lupa. Fine. 

Comunque, le due questioni di lupi e orsi sono ovviamente collegate in maniera molto stretta e hanno a che fare con la tematica più generale del rapporto fra esseri umani e altre specie animali non domestiche. Siamo abituati, come specie, ad un predominio assoluto sul mondo. Abbiamo assoggettato e fatto proliferare poche specie, che ci sono utili, mentre per quelle selvatiche le abbiamo perlopiù sterminate oppure gli abbiamo in qualche modo concesso di esistere (lo stesso status di specie protetta, in fin dei conti, significa questo). Ma è una concessione che va bene finché non ci rompono le scatole.

Il problema è che oggi sappiamo che la nostra stessa sopravvivenza come specie dipende dalla biodiversità, ovvero dalla coesistenza di milioni di altre specie viventi su questo pianeta, a cui dobbiamo inevitabilmente lasciare più spazio rispetto al passato. Ma come si fa? È possibile tutelarci e al tempo stesso accettare la compresenza di una natura selvatica e fuori dal nostro controllo? Possiamo accettare una convivenza con il selvatico, quindi anche con tutto ciò che è potenzialmente pericoloso?

Premettendo che al momento il pericolo è perlopiù apparente, ma se per così pochi casi sta succedendo tutto questo polverone, cosa succederà se e quando, come in molti si augurano, ci sarà un rinselvatichimento del mondo?

Ho chiesto lumi a Giuseppe Barbiero, ecologo, professore dell’università della Valle d’Aosta e scrittore, che mi ha scritto così: “Ciao Andrea. Io vedo sostanzialmente due errori nel nostro rapporto con il mondo selvatico. Il primo è un errore antico, che risale a 15.000 anni fa quando nel Neolitico abbiamo cominciato ad allevare animali e a coltivare piante. Abbiamo distinto la Natura in “buona” (addomesticata) e “cattiva” (la Natura selvatica): Abbiamo fatto una guerra senza quartiere che abbiamo vinto, annientando il mondo selvatico. Oggi solo il 4% dei mammiferi è selvatico. E’ evidente che non si può continuare così. 

Il secondo errore è speculare, perché è frutto della disconnessione con la Natura ed è la disneyzzazione della Natura. Il successo della Disney è dovuto all’umanizzazione degli animali che vengono antropomorfizzati per risultare  comprensibili. La disneyzzazione della Natura mobilita energie emotive in difesa degli animali, ma li mortifica antropomorfizzandoli. Per cui, per descrivere l’orsa Amarena si usano metafore umanizzanti – diventa la “mamma” (in realtà è “madre”) di due “figli” (in realtà sono “cuccioli”) – che aiutano a scaricare il nostro senso di colpa. Anche questo errore è antropocentrico, perché è necessario antropomorfizzare l’animale per poterlo comprendere. Mentre l’animale ha la sua dignità di animale.

Come soluzione continuo a sostenere l’idea di E.O. Wilson: Metà della Terra (Half Earth) deve essere riservata al mondo selvatico. Metà della Terra dove l’essere umano non mette piede e lascia la Natura selvatica libera di essere se stessa. L’altra metà della Terra possiamo addomesticarla riempiendola di Natura domestica che ci permette mantenere la connessione con gli esseri viventi non umani e nutrire la nostra biofilia”.

Una ipotesi interessante e affascinante. Tocca solo capire come si sceglie quella metà della terra. 

In questo senso è interessante osservare l’operato di Lula in Brasile. Come raccont aun articolo su Rinnovabili.it, “Continua a rallentare la deforestazione in Amazzonia” e “ad agosto, le motoseghe hanno tagliato il 66% di foresta tropicale in meno rispetto allo stesso mese dell’anno passato, quando a guidare il paese era Bolsonaro. Lo riferisce l’INPE, l’Agenzia nazionale brasiliana per la ricerca spaziale che porta avanti il programma di monitoraggio satellitare del desmatamento ilegal. Con 563 km2, è il 3° dato più basso della serie storica per agosto”.

Un segnale, quello dei dati di agosto, incoraggiante dopo il risultato zoppicante del summit di Belém. Un mese fa, nella città più importante dell’Amazzonia Lula aveva organizzato un vertice tra i paesi sudamericani che condividono la responsabilità di gestione della foresta tropicale con l’obiettivo di coordinare le politiche per la tutela dell’ecosistema. ma non si era riusciti a raggiungere un accordo chiaro con un target comune sullo stop alla deforestazione in Amazzonia.

Ad ogni modo, ciò che sta ottenendo il Brasile dopo la svolta impressa da Lula è giudicato molto positivo dagli osservatori. Nei primi 8 mesi dell’anno, il calo del disboscamento arriva al -48%: dimezzato rispetto all’ultimo anno di Bolsonaro, sotto la cui presidenza era invece schizzato alle stelle su valori mai visti da oltre 10 anni. 

Altro cambio di rotta importante: annunciando i dati dell’INPE, ieri, Lula ha anche istituito due nuove riserve per le popolazioni indigene. Una pratica che era stata interrotta nei 4 anni di mandato di Bolsonaro. Generalmente, nelle terre gestite dai popoli indigeni il tasso di deforestazione è significativamente più basso che altrove.

Altre 6 riserve erano state istituite ad aprile. Altre 6 potrebbero vedere la luce entro la fine dell’anno. Il Brasile ha circa 800 riserve indigene, ma una buona parte non godono di una demarcazione ufficiale.

Insomma, pur fra mille difficoltà Lula sta facendo un buon lavoro. L’obiettivo ovviamente è la deforestazione 0, o probabilmente la riforestazione. Ma il trend è incoraggiante.

Oltre alla necessità di ripristinare la natura selvatica, o forse più che ripristinare, altro termine molto antropocentrico, di lasciare spazio alla natura selvatica, sappiamo che dobbiamo fare qualcosa per smettere di alterare il clima. La crisi climatica sta continuando a battere colpi forti e si moltiplicano gli allarmi degli scienziati. L’ultimo della serie arriva da un rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) che afferma che si sta creando un “circolo vizioso” di ondate di calore, incendi e intrusioni di sabbia del deserto. Con “effetti a cascata” su inquinamento e qualità dell’aria, e quindi sulla salute umana. 

Leggo da un articolo su Rinnovabili.it: “Le ondate di caldo peggiorano la qualità dell’aria, con effetti a catena sulla salute umana, sugli ecosistemi, sull’agricoltura e in effetti sulla nostra vita quotidiana. Le temperature più alte portano condizioni più secche che favoriscono la propagazione degli incendi. A loro volta, i fumi dei roghi accrescono la quantità di particelle in sospensione nell’aria, che ne peggiorano la qualità e in alcuni casi vanno a rinforzare l’effetto serra alla base del global warming.

Come spesso ci troviamo a commentare, tutto è collegato, nel mondo la fuori. per questo è importante apprendere almeno i rudimenti del pensiero sistemico e applicarlo quando immaginiamo soluzioni, che devono inevitabilmente tenere conto della complessità in cui ci muoviamo. le soluzioni lineari, verticali, che affrontano un unico problema per volta, ci piacciono molto perché rispecchiano il funzionamento del nostro cervello, ma raramente funzionano. 

Ultima notizia del giorno, restiamo in tema clima, la trovo sl Corriere. Qualche giorno fa, il 4 settembre, a Nairobi, in Kenya, si sono aperti i lavori dell’Africa climate week 2023, evento annuale che riunisce i leader di governi, imprese, organizzazioni internazionali e società civile per esplorare i modi per ridurre le emissioni di gas serra e adattarsi alle crescenti conseguenze della crisi climatica. 

E in parallelo, è iniziato anche il primo Africa climate summit, che si è concluso ieri sera e il cui obiettivo è quello di trovare una posizione unitaria dell’Africa sulla crisi climatica in vista della Cop28 di Dubai e tentare di sviluppare la dichiarazione di Nairobi, un progetto per la transizione energetica dell’Africa in chiave sostenibile.

Come è andata? Ce lo racconta sul Corriere Edoardo Vigna, che riassume così:

“Africa superpotenza delle energie rinnovabili o ulteriore ultima frontiera delle fonti fossili? Nonostante l’insanabile contraddizione fra le due vesti, dal primo Africa Climate Summit che si chiude oggi emerge che il continente sarà entrambe le cose. E non potrebbe essere diversamente: il summit si è tenuto a Nairobi, in Kenya, che è uno dei Paesi poveri di idrocarburi (insieme a Egitto, Sudafrica ed Etiopia, che sono anche fra i più popolosi), quindi naturalmente orientati verso una massimizzazione delle fonti “pulite”, ma colossi come la Nigeria, e poi anche il Senegal, il Mozambico e l’Angola – con enormi riserve di petrolio e gas, molte ancora in via di esplorazione – non hanno nessuna intenzione di rinunciare alle loro ricche risorse “pesanti”.

A non molto è servito che il presidente keniano William Ruto sia arrivato alla sede del vertice per inaugurarlo pedalando una bicicletta elettrica – a ribadire con un’immagine simbolica il senso che voleva dare all’incontro. Il segretario generale Onu Antonio Guterres ci ha messo del suo: «L’energia rinnovabile potrebbe essere il miracolo africano. Ma dobbiamo fare in modo che accada, guidando i Paesi sviluppati verso una doverosa “giustizia climatica”, facendo in modo che mantengano la promessa di fornire 100 miliardi di dollari all’anno ai Paesi in via di sviluppo per il sostegno all’adattamento climatico» (nel 2020 i Paesi “ricchi” sono arrivati a malapena a concederne 83).

Un discorso che vale in modo particolare per l’Africa: i 54 Stati, abitati oggi da un miliardo e mezzo di persone pesano pochissimo come causa di emissioni di CO2, appena il 4 per cento, ma sono i più colpiti dal riscaldamento globale, fra desertificazione ed eventi climatici estremi. 

Il dualismo africano, insomma, resta, ed è difficile pensare diversamente. Al vertice in Kenya, però, le parti in gioco erano più di due, a cominciare da un paio di commensali dal ricco portafoglio: l’Unione Europea e gli Emirati Arabi. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione di Bruxelles, ha ricordato che l’Europa ha destinato all’Africa 150 miliardi di euro dei 300 – quindi la metà – del piano Global Gateway, che sostiene investimenti che comprendono le centrali idroelettriche in Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Tanzania e Ruanda. 

Von de Leyen ha anche annunciato la Global Green Bond Initiative, ovvero un meccanismo per attrarre investimenti privati che almeno in teoria dovrebbero finanziare la transizione ecologica, e ha invitato i Paesi africani a presentare una proposta per un prezzo globale del carbonio e veri crediti di carbonio alla Cop28 di Dubai di fine novembre.

Prima di lei, anche gli sceicchi degli Emirati Arabi, presenti in quanto rappresentanti dell’organizzazione della prossima Cop, hanno messo sul piatto un impegno finanziario verso l’Africa che dimostra l’appetibilità del continente: 4,5 miliardi di dollari in energia pulita. 

In conclsione al vertice sono arrivate anche alcune decisioni, anche se non so quanto pratiche. I capi di Stato e di governo dei Paesi africani hanno “deciso di assumere un ruolo guida nella ricerca di soluzioni sostenibili alla crisi climatica» collaborando con le nazioni sviluppate. «Non possiamo perseguire l’azione per il clima attraverso politiche isolate e solitarie. Il riscaldamento globale non può essere mitigato climatizzando le nostre piccole tasche e i nostri angoli di mondo», ha affermato il presidente keniano. Cosa vorrà dire si vedrà.

Infine nella “Dichiarazione di Nairobi” che ha chiuso il vertice africano sul clima, i Paesi del continente hanno chiesto alla comunità internazionale di contribuire ad “aumentare la capacità di produzione di energia rinnovabile dell’Africa dai 56 gigawatt del 2022 ad almeno 300 gigawatt entro il 2030 per combattere la penuria di combustibile e rafforzare la fornitura globale di energia pulita ed economica». 

E più ancora di questo hanno invitato i leader mondiali a “sostenere la proposta di un regime di carbon tax, che comprenda” un’imposta “sul commercio dei combustibili fossili, sul trasporto marittimo e sull’aviazione, che potrebbe anche essere aumentata da una tassa globale sulle transazioni finanziarie». La dichiarazione servirà come base per la posizione comune dell’Africa «fino alla COP28 di Dubai e oltre». Il dualismo resta, ma qualche novità è arrivata.

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