3 Ott 2022

Rimonta Bolsonaro, sarà testa a testa con Lula al ballottaggio – #591

Ieri, domenica 2 ottobre, c’è stato il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile, terminato con Lula in vantaggio di 5 punti percentuali su Bolsonaro. Adesso il clima è tesissimo in vista del ballottaggio del 30 ottobre. Parliamo anche della tragedia in uno stadio in Indonesia, delle novità sull’attacco a Nord Stream e sui referendum in Ucraina, degli screzi fra la premier britannica Liz Truss e Re Carlo III sulla Cop 27 e infine del retrofit elettrico che da pochi giorni è possibile effettuare anche sulle moto.

ELEZIONI IN BRASILE

Ieri si è votato in Brasile per eleggere il Presidente in un clima politico che definire teso è decisamente un eufemismo. A sfidarsi due uomini emblema di due visioni opposte della società brasiliana: Lula e Bolsonaro.

Partiamo dalla fine: non c’è ancora un vincitore. Nonostante Lula fosse dato ampiamente in vantaggio da tutti i sondaggi e molti prevedessero che potesse persino vincere al primo turno (gli veniva attribuito attorno al 51% delle preferenze contro il 36% di Bolsonaro), quest’ultimo ha compiuto una grossa rimonta e così la differenza fra i due candidati principali è minore del previsto. Con quasi tutti i seggi scrutinati, siamo a 48,35% Lula, 43,27% Bolsonaro. Tutto rimandato al 30 di ottobre, quando ci sarà il ballottaggio!

Lo scontro fra Luiz Inácio Lula da Silva e Jair Bolsonaro è uno scontro fra due mondi opposti, ed è uno scontro molto rilevante per tutto il mondo. Lula è simbolo del progressismo in Brasile, è già stato Presidente per due mandati nei primi anni duemila, poi finito in carcere per un anno e mezzo per corruzione e infine scagionato da ogni accusa dalla Corte Suprema. Sotto la sua guida il Brasile aveva conosciuto un forte sviluppo economico con politiche sociali importanti, come Bolsa Familia o Fame Zero, che hanno permesso a 20 milioni di brasiliani di uscire dalla povertà estrema e portato la disoccupazione a livelli minimi.

Per il nuovo mandato Lula ha riproposto la sua agenda sociale e ambientale: aumentare i fondi destinati ai programmi sociali e gli interventi di finanziamento delle banche pubbliche, rendere più flessibile il limite di spesa e di deficit dello stato, tornare a investire in programmi di controllo e difesa dell’ambiente nella regione amazzonica, specialmente nella repressione delle attività di deforestazione illegale. Altre proposte riguardano il riacquisto da parte dello stato di alcune raffinerie di petrolio cedute a Petrobras (compagnia petrolifera privata brasiliana), ma anche l’uscita dall’isolamento diplomatico, riallacciando rapporti nella regione: le vittorie di Gabriel Boric in Cile e Gustavo Petro in Colombia potrebbero creare un’alleanza progressista in Sudamerica, che il Brasile di Lula vorrebbe guidare.

Tuttavia, nel tentativo di intercettare un elettorato più conservatore, Lula ha anche scelto come vice-presidente Geraldo Alckmin, ex governatore per 12 anni dello stato di San Paolo, fervente cattolico vicino all’Opus Dei e suo avversario nelle elezioni del 2006, quando era candidato per la destra.

Bolsonaro invece è stato eletto nel 2018, proprio dopo che Lula – anche allora in vantaggio nei sondaggi – venne arrestato e condannato a 12 anni per corruzione. Bolsonaro è simbolo della destra in stile Trump, forse ancora più sfrontata. È stato accusato da molte ong della drammatica accelerazione della distruzione della foresta amazzonica, con la deforestazione aumentata del 75,6% e gli incendi del 24%, e di aver incoraggiato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia. È accusato anche di una gestione disastrosa della pandemia, mentre a livello economico è famoso per le sue ricette ultraliberali di privatizzazioni sfrenate. 

“C’è poi chi lo accusa – scrive la Stampa – di aver minato le fondamenta della giovane democrazia brasiliana, riempiendo posti chiave con militari, dichiarando guerra alla Corte Suprema e infilando suoi fedelissimi nelle procure e in polizia. Senza contare le sue dichiarazioni ultra reazionarie su gay, le questioni di genere, il razzismo, gli indios, l’ambiente, la violenza sessuale”.

Uno degli aspetti più preoccupanti di un possibile nuovo mandato Bolsonaro riguarda sempre la foresta Amazzonica, che il Presidente sembra disposto a sacrificare pur di far diventare il Brasile primo produttore e esportatore di grano al mondo, approfittando della crisi in Ucraina.

Insomma, uno scontro fra mondi diversi, che è stato caratterizzato da un clima apertamente ostile, quasi da guerra civile con tanto di scontri e morti. Bolsonaro ha ulteriormente alzato il livello dello scontro instillando il dubbio sull’andamento delle votazioni, minacciando il golpe e ricalcando un po’ la strategia di Trump alle ultime elezioni presidenziali americane, che poi portò alla follia di Capitol Hill. Ai seggi era presente l’esercito, invitato apertamente da Bolsonaro a controllare sulla regolarità del voto. 

Adesso è tutto rimandato di un mese. Lula dice che la vittoria è solo posticipata mentre Bolsonaro porta a casa un risultato insperato, frutto forse anche degli ultimi endorsement in suo favore di molti calciatori brasiliani tipo la stella del Psg Neymar. Scrive Ansa: “Il rischio adesso è che Bolsonaro getti benzina sul fuoco, incendiando le piazze ed accelerando nei suoi attacchi senza tregua per screditare il Tribunale superiore elettorale (Tse) ed il suo presidente, il giudice Alexandre de Moraes, cuore delle procedure democratiche. E in questo periodo di transizione il presidente uscente potrebbe varare misure provvisorie ad effetto immediato (con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale), per dare nuovo impulso alla liberalizzazione della vendita delle armi, accrescendo così il rischio di violenza politica. Un clima tesissimo, con tutto il mondo che guarda al Brasile. 

TRAGEDIA IN INDONESIA

La seconda notizia di oggi è che in Indonesia c’è stata una delle più gravi tragedie sportive di sempre, con almeno 125 vittime e circa 180 feriti in Indonesia. 

Vi riassumo brevemente il fatto, poi facciamo una piccola riflessione. L’incidente è avvenuto in uno stadio di calcio dopo una partita in cui il club giavanese Arema è stato sconfitto dagli storici rivali del Persebaya Surabaya. I sostenitori della squadra perdente hanno preso d’assalto il campo e la polizia ha risposto sparando gas lacrimogeni. Ciò ha provocato il panico fra gli spettatori che si sono accalcati verso le vie di fuga, con molte persone che sono state schiacciate e soffocate. Il computo finale delle vittime è di 125 persone, con circa 180 feriti.

Il governo centrale ha aperto un’indagine sull’accaduto e attualmente gli agenti e gli organizzatori sono sotto esame per la tragedia, anche per via dell’uso di gas lacrimogeni all’interno dell’impianto, in contrasto con quanto previsto dalle direttive della Fifa. Nel frattempo l’intero campionato è stato sospeso.

Questo è il fatto. La riflessione non riguarda tanto il fatto in sé, quanto – come spessp accade – la nostra informazione. La notizia ieri era contemporaneamente in homepage di Aljazeera, NYTimes, Guardian, persino sul quotidiano cinese Global Times (che parla quasi esclusivamente di faccende cinesi) mentre nei nostri quotidiani è passata in maniera davvero marginale, a testimonianza, se ce ne fosse ulteriormente bisogno, che per molti dei nostri media esistono paesi di seria A e paesi di serie B. 

NORD STREAM, LE NOVITA’ SULL’INCIDENTE

Un po’ di aggiornamenti sulle questioni più scottanti in Ucraina. Sul caso dell’attentato ai gasdotti Nord Stream, stanno proseguendo le indagini per accertare le responsabilità dell’attacco (perché sul fatto che si sia trattato di un attacco ormai ci sono pochi dubbi).

Anche sulla dinamica dell’esplosione si sono ricostruiti diversi dettagli. Secondo fonti di intelligence della rivista tedesca Spiegel, le esplosioni avrebbero causato la rottura dei tubi in quattro punti e sarebbero state ottenute con 500 chilogrammi di tritolo. Che è tanto. Perché non è semplice far esplodere un gasdotto. “Ogni gasdotto – spiega il Post – è costituito da un tubo di acciaio spesso 4 centimetri e avvolto in 11 centimetri di calcestruzzo; una sezione lunga 12 metri pesa circa 24 tonnellate”.

Sul come sia stato realizzato l’attacco e soprattutto da chi, invece, ci sono ancora moltissimi dubbi e altrettante ipotesi. Scrive ancora il Post: “Potrebbero essere stati dei sottomarini, dei droni sottomarini o anche dei subacquei nel caso in cui il sabotaggio fosse stato compiuto con mine sottomarine, di quelle che possono essere attivate anche mesi o anni dopo essere state collocate nel punto di esplosione. Oppure potrebbero essere stati usati diversi tipi di ordigni, sparati da sottomarini militari, o anche da droni.

È stato suggerito che siano stati usati i robot che si occupano delle operazioni di manutenzione lungo i gasdotti: se fosse provato, sarebbe più facile dimostrare la presunta responsabilità russa. Per cercare prove i servizi di intelligence occidentali stanno cercando di scoprire le ultime posizioni note dei robot sottomarini russi che avrebbero potuto piazzare dell’esplosivo, alcuni dei quali appartengono a Gazprom”.

Insomma, se a livello politico le colpe sono già state assegnate, e tutto l’occidente è convinto che sia Putin il mandante, mentre Putin accusa convintamente gli Usa, su piano delle indagini e dei fatti è ancora difficilissimo dire qualcosa di sensato.

Intanto si è fermata l’emorragia di gas dalle falle nelle tubature. Lo scrive Ansa citando il portavoce della società che gestisce Nord Stream. Non è finita perché qualcuno abbia fatto qualcosa, ma semplicemente perché sotto una certa pressione il gas smette di uscire perché, banalmente, la pressione dell’acqua circostante le tubature è maggiore di quella interna. 

Resta però che l’incidente ha causato quella secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), potrebbe essere stata la singola più grande diffusione di metano nell’atmosfera. Enormi nubi di metano si stanno dirigendo verso la Svezia e la Norvegia. Parliamo di una perdita stimata fra le 40mila e le 80mila tonnellate di metano, circa l’1% di tutto quello emesso annualmente dall’Europa. Cosa non esattamente divertente, dato che il metano è un gas con un effetto serra potentissimo. Per fortuna il suo effetto è più volatile rispetto a quello della CO2: resta nell’atmosfera solo una quindicina d’anni, contro i più di 500 dell’anidride carbonica, ma ha un effetto climalterante di molte volte superiore (dalle 25 alle 80 volte, a seconda degli studi).

In tutto ciò vengo a sapere, così, en passant, sempre da Ansa che Secondo l’Agenzia finlandese per l’ambiente (Syke) il bacino danese di Bornholm, dove lunedì è stata rilevata la prima perdita dal gasdotto Nord Stream, è la più importante discarica di armi chimiche nel Mar Baltico. In una nota la Syke afferma che “è probabile che l’effetto delle perdite di gas sulle armi chimiche sia minimo, poiché sono sepolte a diversi chilometri ma gli effetti sono ancora incerti”. 

I REFERENDUM E LE ALTRE NOVITA’ DAL CONFLITTO

Intanto si continua a dibattere sui referendum e la successiva annessione dei territori ucraini da parte della Russia. In Italia in particolare diversi giornali, tipo la Repubblica e Open, danno molto risalto a una serie di dichiarazioni fatte dall’osservatore italiano.

Che sarebbe l’osservatore italiano? Per vigilare sul corretto svolgimento dei referendum il governo russo aveva convocato un comitato internazionale, con persone provenienti da varie parti del mondo. Tutte accomunate da una spiccata simpatia per il regime russo, ma vabbé. 

Fatto sta che alcuni di questi sono italiani, uno di loro è stato intervistato e ha sostenuto che il voto si sia svolto regolarmente, che i bambini giocavano nelle piazze e così via. Ora, al di là di questa testimonianza che onestamente lascia il tempo che trova, ho notato come appunto Open e Repubblica accentuassero in prima pagina il fatto che questa persona sarebbe leghista. Titolo di Repubblica: “L’osservatore italiano nel Donbass: “Voto Lega e capisco Putin. Il referendum era regolare”.

L’articolo, più che a dare una notizia, è volto ovviamente a screditare i votanti della Lega e di conseguenza la Lega. Forse qualcuno dovrebbe dire a la Repubblica che la campagna elettorale è finita. E soprattutto che continuare con questa strategia di demonizzare l’avversario non sembra funzionare molto. Io penso che il Pd, e la politica più in generale, avrebbero un sacco bisogno di voci critiche soprattutto da parte di quei giornali che ne condividono i principi. Di avviare una riflessione seria sui motivi profondi della crisi della sinistra in Italia.

IL PRIMO SCREZIO FRA LIZ TRUSS E RE CARLO è SULLA COP27

Manca poco più di un mese alla Cop27, la conferenza delle parti sul clima che aprirà i battenti al Cairo il prossimo 6 novembre.Ne parleremo amipamente, come al solito. Intanto però la conferenza sul clima sarebbe già stata oggetto del primo screzio fra la premier inglese Liz Truss e re Carlo III. È quanto riporta il quotidiano britannico The Times, ripreso da molti giornali italiani. 

Pare che il sovrano britannico avesse intenzione di tenere un discorso in favore della lotta al cambiamento climatico, ma Liz Truss abbia intimato a Carlo di non intervenire al vetice. Il tutto mentre ci sono timori che Truss possa fare marcia indietro sugli impegni della Gran Bretagna per la riduzione dell’emissione di gas serra, attenuando o ritardando l’obiettivo di neutralità climatica al 2050. Carlo III non prenderà quindi parte all’incontro in Egitto ma, secondo una fonte citata dal quotidiano, è ancora determinato a far sentire la sua voce.

Questa facenda potrebbe a detta di molti analisti inasprire un rapporto già non esattamente idilliaco fra il sovrano e la premier, rapporto su cui la questione climatica potrebbe influire non poco.

RETROFIT ELETTRICO

Intanto arriva una grossa novità in tema retrofit. Per chi non sapesse cosa sia il retrofit, si tratta della possibilità di modificare dei veicoli con motore a scoppio trasformandoli in veicoli elettrici. 

La novità ce la riporta la redazione di QualEnergia, che parla di uno degli ultimi provvedimenti approvati dal governo uscente il 16 settembre, che estende il campo di applicazione del retrofit. “In pratica dal primo ottobre 2022 (data di entrata in vigore del nuovo provvedimento) si potranno installare kit elettrici anche su ciclomotori, motoveicoli e quadricicli (ovvero i veicoli della categoria L). Finora la riqualificazione elettrica dei veicoli era materialmente possibile solo su automobili e mezzi leggeri destinati al trasporto merci (categoria M).

Insomma, da due giorni a questa parte potete retrofittare anche la vostra moto, motorino, quad e quant’altro. Fatevi avanti.

FONTI E ARTICOLI

#elezioni Brasile
La Stampa – Brasile, 156 milioni di elettori al voto. Bolsonaro VS Lula: referendum su democrazia ed economia https://www.lastampa.it/esteri/2022/10/02/news/elezioni_brasile_bolsonaro_vs_lula-10245507/
Ansa – Brasile: Lula e Bolsonaro al ballottaggio il 30 ottobre
Aljazera – Brazil votes in tense election: Bolsonaro vs Lula
il Post – Il Brasile sceglie fra Lula e Bolsonaro

#Indonesia #tragedia
The Guardian – 125 dead after crowd crush at Indonesian football match

#Nord Stream
il Post – Come sono stati sabotati i gasdotti Nord Stream?
Ansa – Gestore Nord Stream, finita la fuga di gas
Il Fatto Quotidiano – Gasdotto Nord Stream, i danni provocati dalle perdite? Gli esperti: “Il gas nell’atmosfera pari all’1% di tutto quello emesso ogni anno in Ue”

#referendum
Open – L’italiano che ha fatto l’osservatore per i referendum in Ucraina: «Voto Lega e sto con Putin, il voto era regolare»

#Truss-CarloIII
Il Fatto Quotidiano – La premier Truss blocca a casa e mette a tacere re Carlo: “Nessun discorso pro ambiente al vertice Cop27 del Cairo”

#Cuba
The Guardian – Cubans protest over power outages four days after Hurricane Ian

#retrofit
QualEnergia – Da ottobre via libera al retrofit elettrico anche sulle moto

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