9 Mar 2023

Salva Ilva, fra scudo penale e proteste – #685

Torniamo a parlare dell’ex Ilva di Taranto, per commentare l’approvazione definitiva del decreto salva ilva e dello scudo penale che introduce, le manifestazioni che ne sono seguite e diversi aspetti connessi alla vicenda. Per bilanciare un po’, parliamo anche di un’esperienza per molti versi opposta, di riforestazione partecipata di un territorio, che arriva dal Nepal.

Tocca che torniamo a parlare di Ilva, perché stanno succedendo un po’ di cose, purtroppo non positive, fra decreto Salva Ilva, scudo penale e proteste. Vi faccio il riassunto degli ultimi avvenimenti, di cui vi aveva già parlato giorni fa Francesco Bevilacqua quando mi ha sostituito qui su INMR. 

Il 2 marzo il Parlamento ha approvato in via definitiva – con tanto di fiducia messa dal governo – il decreto legge cosiddetto salva-Ilva. “Il decreto – leggo da un articolo di Stefano Baudino su L’Indipendente – consente lo stanziamento da parte dell’Agenzia nazionale per lo sviluppo – di proprietà del Ministero dell’Economia – di 680 milioni ad Acciaierie d’Italia (nuovo nome dell’impianto) come anticipazione dell’aumento di capitale previsto per il 2024. 

Quindi lo stato aumenta la sua quota come investitore, in anticipo rispetto ai programmi, per permettere all’acciaieria (in perdita netta da anni) di continuare a produrre e a pagare le bollette.

L’aspetto più contestato di questa norma però è un altro: la reintroduzione dello “scudo penale” – revocato dal ministro Luigi Di Maio nel governo Conte I. Quando si dice “Di Maio ha fatto anche cose buone”.

Che sarebbe questo scudo penale? La definizione che ne danno i giornali è abbastanza arzigogolata. Vi leggo ad esempio dallo stesso articolo dell’Indipendente che lo scudo penale “garantisce ai soggetti che agiscono al fine di dare esecuzione ai provvedimenti che autorizzano la prosecuzione dell’attività produttiva di stabilimenti industriali dichiarati di interesse strategico nazionale di non essere puniti”. Con scappellamento a destra come fosse antani. 

Comunque, traducendo, significa che se io tengo aperta l’Ilva, anche se c’è ad esempio un decreto ingiuntivo che mi obbligherebbe a chiudere i forni, non posso essere perseguito penalmente perché sto portando avanti un interesse strategico nazionale. La cosa curiosa, è che con questa affermazione si sta anche dicendo, implicitamente, che la salute e la tutela dell’ambiente non sono degli interessi strategici nazionali. Sarebbe carino se lo fossero, ecco. Almeno ogni tanto.

Nel decreto in realtà oltre allo scudo penale ci sono anche altri “scudi”. Ad esempio viene prorogata l’esclusione della responsabilità amministrativa sia della persona giuridica Ilva, così come di eventuali affittuari, acquirenti, amministratori straordinari per tutta la durata del piano ambientale.

Comunque, questa legge ha sollevato molte contestazioni fra le opposizioni, soprattutto fra le fila dei Verdi. Ho chiesto ad Angelo Bonelli un suo commento:

“Penso che sia stata fatta una barbarie giuridica che sancisce ancora una volta che Taranto e Priolo sono zone di sacrificio ambientale. Quello che loro fanno con questa norma è determinare l’immunità penale per reati della violazione della legislazione ambientale, sanitaria e della sicurezza sul lavoro. E aggiungono che consentono il dissequestro per quegli impianti responsabili delle stesse violazioni. 

Tra l’altro c’è una fattispecie, perché nel 2015 a Taranto morì l’operaio alessandro Morricella travolto da una colata di ghisa rovente, e la procura della repubblica arrivò a sequestrare l’impianto per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. L’allora governo, che era il governo Renzi, emise un decreto che consentiva la continuità dell’attività produttiva dissequestrando l’impianto e intervenne con una sentenza la corte costituzionale nel 2018 che dichiarava incostituzionale quel decreto perchÉ veniva meno la tutela preminente dell’incolumità e della vota del lavoratore. Con questo decreto il governo ripropone una cosa che la CC ha dichiarato incostituzionale. Questa è la cornice giuridica.

La seconda questione è che il sequestro dell’Ilva fu ordinato dalla magistratura il 26 luglio del 2012. Dopo quasi 11 anni ci troviamo nella situazione in cui questo impianto vive grazie ai decreti salva ilva, pensa che dal 26 luglio del 2012 ne sono stati approvati dal parlamento ben 14, quello che è stato approvato pochi giorni fa era il quattordicesimo. Nel frattempo di bonifiche e messa in sicurezza delle falde non se ne parla, si parla solo di dare una vagonata di soldi a questa multinazionale assieme a acciaierie d’Italia che peraltro non garantisce il lavoro (perché ha ridotto drasticamente il lavoro mandando in cassa integrazione migliaia di lavoratori) e non garantisce dall’inquinamento, considerato che alcuni giorni fa a Taranto nella stazione di rilevamento di via Orsini nel quartiere Tamburi si è rilevato il record storico di benzene”

A quel punto ho chiesto a Bonelli qual è il senso di ostinarsi a mantenere le cose come stanno, nonostante tutte queste contraddizioni.

“Perché si ritiene che l’acciaio prodotto a taranto sia d’interesse strategico non considerando che in altre parti d’Europa, ad esempio nel bacino della Ruhr (una regione tedesca) hanno avviato processi di riconversione industriale chiudendo le industrie inquinanti e rilanciando l’occupazione, infatti i sindacati oggi dicono “abbiamo creato più occupazione di quando c’erano le acciaierie” e a Duisburg dove c’era l’acciaieria l’hanno rasa al suolo hanno costruito le fonderie lontane dai centri abitati.

Mi fa un esempio: “Immagina una famiglia che parte con i figli per un viaggio in macchina. A un certo punto l’abitacolo si riempie di fumo., Cosa fanno dei buoni genitori? Si fermano, mettono in sicurezza i figli facendoli scendere e poi consegnano la macchina al meccanico che la aggiusti. A Taranto invece si è consentito con questi decreti la continuità dell’attività produttiva sapendo che così però si andava ad avvelenare la città”.

A Taranto c’è anche stata una grossa manifestazione, la scorsa settimana per chiedere al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non firmare il decreto. Perché saprete, forse, che per entrare in vigore un decreto o una qualsivoglia legge deve essere firmata dal Capo dello Stato. Si tratta normalmente di una formalità, per cui è davvero raro che succeda, ma può succedere. Come disse qualche anno fa proprio Sergio Mattarella ad un gruppo di studenti: «C’è un caso in cui posso, anzi devo, non firmare: quando arrivano leggi o atti amministrativi che contrastano palesemente, in maniera chiara, con la Costituzione. Ma in tutti gli altri casi non contano le mie idee: ho l’obbligo di firmare».

Lo scudo penale contrasta con Costituzione? Secondo alcuni sì. C’è una famosa sentenza della Corte Costituzionale del 2013 in cui si parla di incostituzionalità di una legge che avesse riconosciuto l’immunità penale a commissari e gestori di ILVA. Sapete chi l’ha firmata? Provate a dire? Proprio Sergio Mattarella, che ai tempi non era ancora PdR ma scriveva nella funzione di giudice della Corte costituzionale. Quindi, per quanto inusuale, questa volta le speranze dei tarantini e delle tarantine avevano un margine di speranza.

Speranza che è stata cancellata venerdì, quando Mattarella ha firmato il decreto. Vi leggo un pezzetto del comunicato stampa di “Genitori tarantini ETS”, in occasione della firma di Mattarella. “Memori di ciò, avevamo sperato che il presidente della Repubblica si dissociasse dalle condotte illecite di Governo e Parlamento in merito al DL 5 gennaio 2023, n° 2.

Così non è stato, nonostante la trasformazione di Taranto in “zona di sacrificio, creata dalla collusione tra Governi ed imprese nella democratica Repubblica italiana”, annunciata dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, che ha puntato il dito contro la insopportabile negligenza dello Stato, colpevole di aver trattato i tarantini come “usa e getta”.

L’associazione Genitori tarantini non si arrende e conta sull’intervento della magistratura e della giustizia europea. Continuerà in quella sede, la nostra battaglia. Esimi giuristi hanno commentato la legge sul nuovo scudo penale (ed amministrativo) motivando in modo incontestabile come essa violi diversi articoli della Costituzione. 

Qui la lettera passa a commentare i vari aspetti per cui la legge, oltre ad essere probabilmente incostituzionale, può essere considerata in contrasto con diverse normative europee, fra cui quella sull’inquinamento industriale e quella sulla tutela penale dell’ambiente, per poi concludere: “Ebbene, se avevamo qualche piccolo dubbio sull’esito vittorioso della (nostra) causa, ora, con l’approvazione di questa legge di stampo feudale, non l’abbiamo più. Infatti  la recente normativa  è un portentoso aiuto in favore della nostre tesi rivolte a dimostrare come sia in atto da anni un comportamento fraudolento di Governi ed imprese per eludere il diritto comunitario.  Chi troppo vuole, nulla stringe. E’ questione di tempo, ma siamo sulla buona strada. Questa volta si sono dati la zappa sui piedi.

In chiusura vi faccio ascoltare, questa volta sì, un contributo audio di Alessandro Marescotti, fondatore di Peacelink la cui storia abbiamo pubblicato pochi giorni fa su ICC. 

CONTRIBUTOI DISPONIBILE NEL VIDEO/PODCAST

Vi lascio sotto FONTI E ARTICOLI il link per andarvi a vedere la recente intervista realizzata da Paolo Cignini e Benedetta Torsello. 

Per cambiare argomento e tono, ma anche per mostrare una storia di cambiamento molto efficace, vi parlo di una notizia che non è qualcosa di estrema attualità ma che mi sembra utile a fare da contraltare, in qualche forma, alla vicenda di Taranto.

È una storia che arriva dal Nepal, che parla di come si possono applicare politiche virtuose nel campo della riforestazione, unendo l’impegno governativo agli sforzi delle comunità locali. Ve la leggo nelle parole di Domenico Guarino su Luce: “La storia ha per certi versi dell’incredibile: negli anni ’80 sembrava infatti che lo Stato asiatico, compreso tra India e Tibet, dovesse finire del tutto disboscato, con il rischio di un aumento delle alluvioni e degli smottamenti. Il Paese stava affrontando una crisi ambientale durissima, e le foreste avevano iniziato a ridursi pesantemente a causa delle attività di taglio, che venivano realizzate per ampliare la superficie a pascolo e per la raccolta di legna da ardere. Tanto che nel 1979 la stessa Banca Mondiale aveva lanciato un grido d’allarme: senza programmi di riforestazione su larga scala le foreste nelle colline nepalesi sarebbero potute sparire nel giro di pochi anni.

La consapevolezza del disastro imminente ha prodotto un movimento politico via via sempre più apprezzabile, a partire da nuove pratiche di gestione forestali a livello nazionale, fino all’emanazione di una nuova legge sulla silvicoltura, adottata nel 1993, basata sul principio tanto semplice quanto rivoluzionario: che fossero le stesse comunità territoriali a portare avanti queste operazioni. 

Il risultato è che una recente ricerca finanziata dalla Nasa, ha dimostrato come il Nepal abbia in questi anni quasi raddoppiato la superficie nazionale delle foreste, passando dal 26% al 45% del territorio, soprattutto nelle colline tra l’Himalaya e le pianure del Gange. Per fare un esempio, la zona boschiva di comunità che si trova a est di Kābhrepalāñchok, il cui territorio nel 1988 era coperto dalla foresta solo per il 12%, è arrivata a toccare il 92% nel 2016.

“Una volta che le comunità hanno iniziato a gestire attivamente le foreste, le piante sono ricresciute soprattutto grazie alla rigenerazione naturale”, ha detto Jefferson Fox, principal investigator del progetto della Nasa “Land Cover Land Use Change” e vice-direttore delle ricerche al centro est-ovest nelle Hawaii. Prima che il Nepal passasse la sua legge sulla silvicoltura, la gestione delle foreste del governo era meno attiva. “Le persone usavano ancora le foreste – ha aggiunto Fox – semplicemente non era loro permesso di gestirle autonomamente, e non c’era alcun incentivo nel farlo”, tanto che queste sono diventate luoghi degradati. Con la gestione comunitaria tutto cambia, perché le persone vengono messe i grado di estrarre risorse dalle foreste (frutta, medicine, foraggio) e venderne i prodotti, restringendo però il disboscamento e il taglio per pascoli e legna da ardere. Inoltre i membri delle comunità hanno partecipato attivamente delle ronde per assicurare che le foreste fossero protette.

Una vera e propria rivoluzione dunque. Un processo virtuoso che ha visto politiche governative e protagonismo delle comunità unirsi per ottenere risultati impensabili. Lo studio ha per altro dimostrato come gli alberi e la vegetazione si siano rigenerate rapidamente già dai primi anni di gestione informale. A oggi le foreste di comunità occupano quasi 2,3 milioni di ettari, cioè circa un terzo della superficie forestale del Nepal. Sono gestite da oltre 22.000 comunità che comprendono circa 3 milioni di famiglie.

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