Io faccio così #26 – Marco Bersani, dai movimenti per l’acqua alla riscoperta dei beni comuni

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Dopo il referendum sull’acqua pubblica il concetto di “bene comune” ha cominciato a pervadere la comunicazione, superando la favola che ci è stata raccontata per anni del “privato è bello”. Così Marco Bersani di Attac Italia ha spiegato uno dei cambiamenti culturali fondamentali introdotto dai movimenti per l’acqua.

Attac fa parte di una rete internazionale, nata in Italia nel 2000, e composta da attivisti ben formati e informati. Una delle prime iniziative per cui si era mobilitata è stata la realizzazione di una legge di iniziativa popolare sulla tassazione delle transazioni finanziarie. Dopo aver raccolto oltre 200 mila firme la proposta è arrivata in parlamento diventando, molto tempo dopo, qualcosa di estremamente diverso dal progetto iniziale.

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Il principio di base da cui parte Attac è la consapevolezza che i poteri forti stanno “finanziarizzando” tutto, inglobando non solo i mercati ma la vita stessa delle persone. Il punto di partenza doveva essere dunque quello di sottrarre i beni comuni da questo processo onnivoro e l’acqua era uno di quei beni. “La nostra forza”, spiega Bersani, “è stata quella di riuscire a parlare con l’intera società, facendo sentire tutti coinvolti”.

Dall’esperienza dei movimenti per l’acqua Bersani ha imparato che il “fare rete” è fondamentale ma difficile, per questo non bisogna mai dare nulla per scontato. Una strategia per unire i movimenti senza il rischio che uno fagociti l’altro, è quella di trovare gli elementi comuni all’interno di ogni singola vertenza per rafforzare la battaglia di ogni movimento.

Dopo la vittoria del referendum e l’affermazione del concetto di bene comune, “i poteri forti hanno imposto il paradigma che il nostro unico problema è il debito e che non ci sono i soldi”, a questo Bersani e gli attivisti di Attac rispondono che se la crisi è di tutti i cittadini allora tutti devono partecipare alla discussione sulle soluzioni per uscirne. Allo stesso modo, se il debito è pubblico i cittadini devono avere la possibilità di accedere ai documenti necessari per capire in cosa consiste il debito e chi lo ha creato. Parlando, ad esempio, dei costi lievitati per la costruzione della Metro C a Roma, ognuno dovrebbe essere messo nelle condizioni di capire perché un chilometro di metro nella nostra capitale costa circa ventitré volte di più della costruzione di un chilometro di metro ad Amburgo. La consapevolezza degli individui è insomma un aspetto fondamentale per restituire nelle mani dei singoli la capacità di azione che trent’anni di deleghe ai poteri forti hanno atrofizzato.

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“Dobbiamo riappropriarci degli spazi della democrazia”, aggiunge Bersani, “per affermare il paradigma che si esce dalla crisi in un modo diverso da quello imposto dalla finanza”. Parla di un’economia solidale e di una riconversione ecologica che abbia alla base una pianificazione condivisa dei processi necessari per scardinare il modello liberista. “Porto l’esempio della Fiat: perché restare attaccati al dogma che l’azienda debba produrre solo veicoli privati” – si chiede – “quando potrebbe produrne per la mobilità pubblica?”.

 È chiaro che si tratta di un processo lungo, ammette Bersani, come un’erosione carsica che alla fine porta al successo cui hanno condotto i movimenti per l’acqua. “Uno degli elementi che ci ha imposto il modello liberista”, continua, “è l’attenzione al prodotto piuttosto che al processo, ma a mio avviso è proprio il processo il momento fondamentale su cui concentrare l’attenzione.” Il risultato straordinario raggiunto durante la campagna referendaria è stato infatti quello di ottenere il coinvolgimento e l’interessamento di una fetta di popolazione normalmente esclusa o disinteressata. Fa sorridere e riflettere il racconto di Bersani, quando parla della mail di un’anziana signora di 86 anni, chiusa in una casa di riposo, che ai tempi della campagna aveva scritto una mail agli attivisti per esprimere la sua vicinanza a loro e alla causa dell’acqua bene comune.

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La totale inadempienza ai risultati plebiscitari del referendum è stata l’ennesima riprova della perdita di democrazia nel paese. La strada per riconquistarla inizia dalla riappropriazione degli spazi e da un forte radicamento locale, per questo è necessario ripartire dalle realtà che operano sul territorio. Indebolire e gradualmente far sparire gli enti locali è un modo per indebolire la democrazia diretta: se il potere viene centralizzato e allontanato è più facile che subentri la rassegnazione nel cittadino.

“Credo che gli attivisti debbano muoversi secondo il principio di una lenta impazienza, cioè l’impazienza come consapevolezza dell’inaccettabilità dello stato attuale delle cose, ma rimanendo coscienti della lentezza dei tempi necessari per il cambiamento.”

 Elena Risi

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