3 Feb 2023

Myanmar, le responsabilità dell’occidente a due anni dal golpe – #663

In Myanmar sono trascorsi due anni dal golpe militare. Il paese è allo sbando, le proteste sono diventate più silenziose ma continuano ad essere diffuse, la giunta al potere ha proclamato le elezioni ma in molti temono siano una farsa. E l’occidente ha diverse responsabilità in questa situazione. Parliamo anche della situazione di Israele, che rischia l’isolamento per via del suo governo di estrema destra, dello scandalo che ha travolto il gruppo Adani in India, dell’inquinamento a Bangkok, dei fondi per l’agricoltura naturale in Uk e dell’ipocrisia di alcune organizzazioni non profit, negli Usa.


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In Myanmar sono successe due cose. C’è stato il secondo anniversario del golpe militare (il 1 febbraio) e in quell’occasione è stato prolungato di altri sei mesi lo stato d’emergenza in vigore nel paese.

Un articolo su Ispi online (la rivista di geopolitica) racconta come stanno andando le cose adesso fa una sorta di tragico bilancio di questi due anni. “Due anni: tanto è passato da quando il Tatmadaw, l’esercito del Myanmar, imponeva un cambio di regime alla ex Birmania. Appena poche ore prima i militari avevano fatto irruzione nelle case dei vertici della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il partito che per la seconda volta in cinque anni aveva vinto liberamente le elezioni, per metterli agli arresti. Tra loro anche Aung San Suu Kyi, leader indiscussa del partito e simbolo della lotta contro i militari. 

Si apriva così una nuova stagione di violenze nel paese, governato con il pugno di ferro dai militari dal 1962, ma che dal 2011 aveva registrato qualche apertura democratica, tra cui la possibilità di organizzare le elezioni parlamentari. Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati invece da lotte e scioperi generali, animati dalla società civile e partecipate soprattutto da ragazzi e ragazze della generazione Z, i giovanissimi cresciuti nell’era della cosiddetta ‘transizione’ e che ritengono inaccettabile la dittatura militare. 

Da 24 mesi l’esercito di Myanmar continua ad arrestare arbitrariamente, torturare e uccidere e a commettere gravi violazioni dei diritti umani, compresi attacchi aerei e terrestri contro le popolazioni civili. In una recente risoluzione, il Consiglio di sicurezza Onu (su cui pesa l’opzione di veto della Cina) ha espresso “profonda preoccupazione” per il perdurare dello stato di emergenza nel paese, e per il “grave impatto” del golpe sul popolo birmano. Una prima risposta che – come ha sottolineato il Rappresentante speciale dell’Onu Thomas Andrews – appare del tutto insufficiente a fronte di una crisi di cui la comunità internazionale sembra essersi dimenticata. 

L’articolo, attraverso un’infografica, fornisce anche alcuni numeri:

3mila vittime accertate
13mila persone arrestate
1,5 milioni di sfollati
100 dissidenti condannati a morte
7 mln di bambini che non possono andare a scuola

Il tutto in un paese di 53 milioni di abitanti complessivi, meno dell’Italia.

Comunque, “per protestare nel secondo anniversario dal colpo di stato militare, attivisti pro-democrazia hanno indetto uno “sciopero silenzioso” esortando la cittadinanza a rimanere in casa e le attività commerciali a chiudere. L’appello è stato diffuso appena poche ore prima che la giunta militare prorogasse di altri sei mesi lo stato d’emergenza in vigore nel paese. Le immagini – riferisce Bbc – mostrano strade deserte nelle principali città, compreso il centro commerciale di Yangon”. 

Lo sciopero ha anche un altro obiettivo: i militari hanno promesso elezioni entro l’anno ma capite bene che in questa situazione le elezioni saranno probabilmente una farsa. Così la popolazione voleva fornire la prova che “l’opinione pubblica non accetta le elezioni truccate” che i militari stanno pianificando. Nelle aree sotto il loro controllo, è possibile che le persone siano costrette a votare e votare per il partito o i partiti affiliati alla giunta”, ha spiegato il professor Htwe Htwe Thein all’agenzia France Presse, “e potrebbero esserci punizioni per non aver votato o per aver votato contro la giunta”.

E il resto del mondo? Come si comporta di fronte a questo scenario? Se Washington ha esortato la comunità internazionale a respingere qualsiasi elezione, definendole una “farsa”, fonti diplomatiche affermano che i paesi vicini come Thailandia, India e Cina probabilmente daranno la loro tacita approvazione, mentre la Russia si è già detta “favorevole” al voto. E con i generali che godono della protezione di Mosca e Pechino all’Onu molti in Myanmar disperano sul fatto che la salvezza possa arrivare dall’esterno. 

E sarebbe fin troppo facile dare tutta la colpa a russi e cinesi. Finora, i governi di Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia si sono limitati ad approvare sanzioni contro le aziende legate all’esercito, indebolendo ancora di più l’economia del paese, e contribuendo a una crisi che ha colpito soprattutto le fasce più povere, di certo non i militari stessi. Negli ultimi due anni milioni di persone hanno perso lavoro e fonti di sostentamento. I prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati, mentre la valuta nazionale, il kyat, è crollata, facendo salire il prezzo delle importazioni, compresi i fertilizzanti e la benzina, con conseguenze enormi sui costi di trasporto interno. Anche i servizi pubblici sono in grande difficoltà: medici e insegnanti sono stati in prima linea nel movimento di disobbedienza civile, e molti continuano a rifiutarsi di lavorare sotto la giunta militare. Gran parte della popolazione, città incluse, sta scivolando verso la povertà e l’insicurezza alimentare.

Come se non bastasse, nel giorno del secondo anniversario del golpe, uno scoop del Guardian rivela che negli ultimi due anni alcune delle sussidiarie delle più grandi compagnie petrolifere di Stati Uniti, Regno Unito e Irlanda, tra cui Halliburton, Baker Hughes e Diamond Offshore Drilling, hanno continuato a trarre ingenti profitti da progetti che sostengono la giunta birmana. Sia la statunitense Chevron che la francese Total, a lungo criticate per aver gestito progetti di gas nel paese, avevano annunciato lo scorso gennaio che avrebbero sospeso ogni attività con la compagnia nazionale Myanmar Oil and Gas Enterprise (Moge), ma fin qui solo l’Ue ha applicato davvero le sanzioni verso la società. 

Di conflitto in conflitto, torniamo a parlare di Israele e Palestina. Secondo quanto riport L’Indipendente: “Israele ha lanciato una serie di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza nelle prime ore di ieri, un’azione a cui la parte palestinese ha reagito lanciando razzi in quello che è un nuovo acuirsi delle tensioni nella regione. Gli attacchi notturni – che l’esercito israeliano ha confermato in una dichiarazione – sono stati lanciati poche ore dopo che era stato intercettato un razzo lanciato dal territorio palestinese. 

Secondo alcune testimonianza, il primo round di attacchi – almeno sette – ha colpito un centro di addestramento delle Brigate Ezzedine al-Qassam, il braccio armato del movimento islamista palestinese Hamas. Queste nuove azioni arrivano dopo il lancio di razzi transfrontalieri dalla Striscia di Gaza la scorsa settimana, come rappresaglia a un micidiale raid israeliano nella Cisgiordania occupata, dove le forze israeliane hanno ucciso 10 persone del campo profughi di Jenin nel loro raid più letale in Cisgiordania in quasi due decenni”.

Sembra che il nuovo governo israeliano di estrema destra sia intenzionato a usare il pugno duro, come c’era da aspettarsi, con i palestinesi. Questo tuttavia alla lunga potrebbe isolare Israele sul piano internazionale. O perlomeno questa è l’ìipotesi del giornalista francese Pierre haski, su France inter, tradotto su Internazionale: “Possiamo ancora parlare con Benjamin Netanyahu? – si chiede. La questione dell’opportunità di un dialogo con personalità diaboliche si pone regolarmente, come dimostra il recente caso di Vladimir Putin. Un altro esempio si è verificato quando l’Austria è stata isolata per aver dato spazio al leader di estrema destra Joerg Haider.

In Israele l’argomento preoccupa, in prospettiva, e il governo cerca di evitare un possibile isolamento causato dalla svolta intrapresa dallo stato ebraico. Le prime settimane del nuovo esecutivo hanno fatto scattare un avviso di tempesta sulla regione, dovuto all’aumento della violenza che da gennaio ha provocato decine di morti (israeliani e palestinesi) ma anche alle minacce nei confronti della democrazia israeliana.

Paradossalmente quello che sta avvenendo è che Israele sta rinforzando le sue allenaze con i paesi arabi del golfo, che stanno chiudendo gli occhi sulla questione palestinese in nome della sicurezza, mentre si sono parzialmente deteriorati quelli con gli Usa – Netanyahu non ha mai nascosto le sue antipatie per le amministrazioni Dem – e ancor più con i paesi europei. 

Alla fine dell’articolo Haski si chiede: “C’è il rischio di un’esplosione dei palestinesi, ormai dimenticati da tutti, con la possibilità che l’assenza di qualsiasi speranza porti alla violenza. Gli alleati occidentali di Israele possono davvero difendere il diritto in Ucraina e ignorarlo in Palestina? Affrontare la questione dei rapporti con Israele potrebbe diventare inevitabile. Potremmo ancora parlare con Benjamin Netanyahu se la sua coalizione assestasse il colpo di grazia a qualsiasi prospettiva di pace?

Parliamo di multimiliardari, di uno nello specifico. Quello che, perlomeno fino a pochi giorni fa, era la terza persona più ricca al mondo. No, non sto parlando né di Arnauld, né di Elon Musk, nè di Bezos, né di Bill Gates o Warren Buffet, ma di un nome che non è detto che vi dica qualcosa. Gautam Adani. 

Adani è l’uomo più ricco dell’India, e fino a poco fa lo era anche del continente asiatico. È il fondatore nel 1988 del Gruppo Adani, una multinazionale impegnata nello sviluppo e nelle operazioni portuali in India. Nel tempo ha diversificato il business in risorse, logistica, energia, agricoltura, difesa e aerospaziale. Insomma, in tutto. È un caro amico, si fa per dire, del premier indiano Modi, e in molti sospettano che questa amicizia abbia favorito la sua ricchezza. 

Ora però Adani è finito nell’occhio del ciclone e nel giro di una settimana le azioni del gruppo che porta il suo nome hanno perso circa 100 miliardi di dollari di valore, un terzo dell’intero valore del gruppo. Scrive il Post che “tutto è iniziato qualche giorno fa, quando le sue aziende sono state oggetto di una grossa inchiesta pubblicata il 24 gennaio da una piccola società di ricerca e investimento, che denunciava pratiche illegali e truffaldine messe in atto grazie a una fitta rete di società off shore, cioè registrate nei paradisi fiscali.

Da allora gli investitori che detenevano azioni di Adani hanno iniziato a venderle massicciamente, non fidandosi più della solidità del gruppo e causando un crollo del valore di borsa dei titoli, che sono andati via via peggiorando.

In un video pubblicato giovedì poco prima dell’apertura dei mercati, il fondatore Gautam Adani ha negato le preoccupazioni sulla solidità finanziaria del suo gruppo, ma le azioni sono continuate a sprofondare. In tutto ciò, c’è un altro aspetto che ho trovato interessante in questa vicenda. 

Voi penserete: chi è questa organizzazione così coraggiosa che ha sfidato l’uomo più ricco e potente dell’India? Saranno dei paladini dell’informazione libera, tipo Assange? Sì e no. Di nuovo il Post ci racconta che “La società di ricerca e investimento che ha pubblicato l’inchiesta, la Hindenburg Research, nel frattempo sta guadagnando molto proprio su questa vicenda. I rapporti di Hindenburg riscuotono un notevole successo e sono spesso riusciti a mettere in luce pratiche scorrette, ma allo stesso tempo è conclamato che il fondatore Nathan Anderson e la sua società talvolta traggano un profitto dal tracollo finanziario delle persone o società che prendono di mira. Per questo Anderson è stato spesso definito un “investitore attivista”, proprio perché assume posizioni di short selling sui titoli”.

In pratica questa società pubblica delle inchieste e in contemporanea specula sul fallimento delle aziende sulle quali pubblica le inchieste. Una pratica non proprio deontologicamente impeccabile, ma che a quanto pare è consentita e rappresenta una delle tante complessità e contraddizioni che caratterizzano il rapporto fra finanza e informazione.

A proposito, lo sapete che è uscita la nuova puntata di INMR+ proprio sull’India contemporanea? 

Restiamo in Asia per una notizia interessante che arriva dalla capitale della Thailandia, che è alle prese con altissimi livelli di smog, dovuto sia al traffico sempre congestionato che alle mastodontiche industrie.

Scrive Antonio Pellegrino su La Svolta: “I livelli di PM2.5   hanno raggiunto 63.2 microgrammi per metro cubo. Numeri molto più alti delle linee guida fornite dall’OMS, secondo le quali la soglia limite per la protezione della salute umana è di 5 μg/m³, aggiornata nel 2021”. Considerate che Milano che è una delle città più inquinate d’Italia e d’Europa ha in media circa 20 microgrammi per metro cubo. E infatti una buona parte degli abitanti della capitale tailandese presenta problemi alle vie respiratorie o sintomatologie infiammatorie, come dermatiti generalizzate o irritazioni oculari.

Nelle ultime settimane questa emergenza è stata incrementata da alcune condizioni meteo particolari e una serie di incendi che hanno reso lo smog più persistente. I pazienti con malattie legate all’inquinamento che si recano negli ospedali locali sono raddoppiati in una sola settimana, passando da 96.000 a circa 213.000.

Ad ogni modo, questa vera e propria emergenza ha spinto qualche giorno fa il governatore di Bangkok Chadchart Sittipunt  a invitare le persone a lavorare da remoto, se è possibile  o almeno passare dai veicoli privati alle opzioni offerte dal trasporto pubblico, se pendolari. Se la situazione dovesse peggiorare   verranno prese in considerazione altre misure, come limitazioni ai trasporti privati o chiusura delle scuole, adottate anche in passato. Agli abitanti è stato consigliato anche di indossare mascherine protettive per proteggersi dalle particelle inquinanti, verranno distribuite gratuitamente alle persone più vulnerabili.

Questa notizia mi ha impressionato, per i numeri. Come mi raccontava Daniel Tarozzi nella puntata sull’India (credo che il discorso sia simile) l’inquinamento che c’è nelle megalopoli asiatiche non ha niente a che vedere con il nostro. Parliamo di altri livelli, altre scale. Bene che il governatore se ne stia in qualche modo occupando, ma occorrono soluzioni decisamente più strutturali che degli inviti temporanei e l’uso delle mascherine.

Mentre nel Regno unito proseguono gli scioperi (trovate più informazioni sotto fonti e articoli), un articolo di Michael Sainato sul Guardian fa luce su quella che viene definita “l’ipocrisia delle organizzazioni ambientaliste e non profit in tema di diritti dei lavoratori. “I lavoratori di alcune delle principali organizzazioni ambientaliste degli Stati Uniti definiscono i loro manager “incredibilmente ipocriti”, in quanto sostengono che le organizzazioni no-profit progressiste stanno combattendo gli sforzi dei lavoratori per sindacalizzarsi.

Un’ondata di iniziative sindacali ha investito il settore no-profit, nell’ambito di un rinnovato entusiasmo nazionale per la sindacalizzazione. Poco dopo la pandemia di Covid-19, i lavoratori di 350.org, Sunrise Movement, National Audubon Society, Defenders of Wildlife, Greenpeace USA, Public Interest Network e Center for Biological Diversity hanno deciso di sindacalizzarsi. 

Ma i lavoratori di molte di queste organizzazioni raccontano di aver subito un’opposizione aggressiva e presunte ritorsioni nel periodo precedente alla sindacalizzazione e durante la contrattazione per il primo contratto sindacale.

Ad esempio, Secondo i lavoratori, Defenders of Wildlife ha combattuto la sindacalizzazione fin da quando la campagna è stata resa pubblica e ha continuato a farlo durante la contrattazione. L’organizzazione, che lavora per proteggere tutti gli animali e le piante autoctone in tutto il Nord America, ha respinto la richiesta di riconoscere volontariamente il sindacato, ma i lavoratori hanno vinto con successo un’elezione sindacale nel settembre 2021 con un voto di 70 a 5 per aderire all’Office and Professional Employees Union Local 2.

Una delle accuse mosse all’organizzazione non-profit è di aver licenziato la dipendente Erica Prather come ritorsione per il suo ruolo nella campagna sindacale. E così via, ci sono tanti altri esempi. 

Ora, cosa ci dice questa notizia? Che al di là che un’organizzazione faccia parte dei buoni o dei cattivi, come ci piace classificarle, ci sono certe dinamiche umane che rimangono spesso invariate, a meno che non si metta un focus proprio sulla struttura dell’organizzazione stessa. Nel bel libro reinventing organizations Frederic Laloux parla di organizzazioni Teal per intendere quelle organizzazioni, che siano aziende, associazioni o altro, che hanno sperimentato nuovi modelli, agili e orizzontali, di stare assieme.

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