Marcella Danon: alle radici dell’eco-psicologia – Meme #2

Prosegue il viaggio alla ricerca dei “meme” che muovono il cambiamento. Questa volta incontriamo Marcella Danon, direttrice della scuola italiana di eco-psicologia, una disciplina che intende far incontrare psiche e natura, portando le persone a recuperare un contatto diretto con il pianeta che le ospita. Un approccio che appare quanto mai necessario in questo momento storico.

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Incontro Marcella Danon – psicologa formatrice e direttrice della scuola di eco-psicologia Ecopsiché – in un assolato pomeriggio di ottobre. Erano anni che sentivo parlare di lei nel mondo dell’ecologia profonda e dei paradigmi alternativi, la mia curiosità è quindi molto forte quando ci incontriamo alla stazione del treno.

 

Saliamo sulla sua auto e mentre ci dirigiamo verso il luogo della nostra intervista (ovviamente un bellissimo parco) comincia a parlare ed è subito un fluire di input ed energia. Parcheggiata l’auto e montata la telecamera, inizia l’intervista ufficiale. Cominciamo dall’inizio. Le chiedo quindi come descriverebbe l’ecopsicologia a qualcuno che non ne hai mai sentito parlare.

 

L’ecopsicologia – mi risponde sicura è l’incontro tra due giovani scienze, ecologia e psicologia; la prima studia il mondo ‘esterno’ la seconda il mondo ‘interno’. Le due discipline, però, hanno molto da darsi reciprocamente. Non possiamo stare, infatti, veramente attenti a cosa accade nel mondo esterno se non partiamo dal coinvolgimento, dal senso di appartenenza che si risveglia dentro di noi. Ecco perché, ad un certo punto, studiosi di educazione ambientale ed ecologia si sono resi conto di avere bisogno di una formazione anche psicologica per capire come arrivare a coinvolgere ed attivare le persone visto che ‘catastrofismo’ e ‘senso di colpa’ non si sono rivelati efficaci.

 

 

Guarda anche il video integrale dell’incontro tra Italia che Cambia e Marcella Danon 

 

Allo stesso modo, alcuni psicologi, educatori e counselor si sono accorti che praticando la propria professione immersi nella Natura si stava meglio. A fine anni ’80 a Berkley – USA – Theodore Roszak, storico della cultura, riconosciuto da tutti come padre dell’ecopsicologia, ha quindi raccolto tutte queste esperienze in un libro – ‘The voice of the earth‘ – uscito nel 1992 a cui ha fatto seguito una raccolta del Sierra Club – Ecopsicology – pubblicato nel 1993”.

 

L’ecopsicologia, quindi, mette sotto lo stesso cappello queste diverse prospettive: professionisti del mondo eco-sociale – attenti ad aspetti inerenti la psiche umana – e psicologi o psicoterapeuti sensibili all’ambiente, all’ecologia e alle sue connessioni e ripercussioni sull’individuo.

 

“Portando le persone a passeggiare immerse nella natura – continua Danon - con una preparazione, una centratura e un attenzione al proprio ‘sé’, ecco che si crea un silenzio interiore in cui è più facile cogliere l’intuizione e la saggezza che è dentro ognuno di noi, una voce che normalmente sussurra, ma non viene avvertita perché sommersa dai ‘rumori’ della quotidianità.

 

D’altra parte, quando una persona inizia un percorso di crescita personale che va al di là della visione superficiale del ‘chi dovrei essere’, e scopre qualcosa di più ampio, arriva ad un livello molto più profondo che lo mette in contatto con la Terra, con il cosiddetto ‘inconscio ecologico’, che prevede che essendo noi parte integrante di questo Pianeta, siamo mossi da meccanismi emotivi e mentali simili a quelli degli altri esseri umani e animali. Ci sono similitudini persino con i meccanismi che regolano in mondo vegetale e minerale”.

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In effetti, mi invita a riflettere Marcella, la Natura è sempre stata la sede primaria dei templi e degli altri luoghi sacri – immersi nel cuore delle foreste – . La nostra stessa esistenza era chiaramente interconnessa a quella degli altri esseri viventi. Ancora nella canzone ‘Il dono del cervo’ di Branduardi, è viva l’idea che quando un cacciatore uccide un animale lo ringrazia per il dono/sacrificio compiuto dall’animale stesso.

 

Oggi ci siamo ‘disconnessi’ dal tutto.Dobbiamo tornare alla gratitudine, alle tradizioni dei nativi americani. Il vicolo cieco evolutivo rappresentato dal capitalismo è la perdita del concetto che siamo tutti fratelli. Questa disconnessione con il mondo esterno va di pari passo con la disconnessione con il mondo interno. È diffusa l’incapacità di capire chi siamo, cosa ci piace fare, che stile di vita è adatto a noi. Dobbiamo riportare l’attenzione al nostro ‘interno’.

 

Come?

Io cerco di tradurre questi principi in azione portando le persone che si rivolgono a me in Natura. Cerco di risvegliare l’attenzione alle piccole cose, alla meraviglia e allo stupore; si riattiva così una attenzione alle emozioni, alle sensazioni, alle idee dentro di noi. È un occasione per attivare apprendimenti che parlano di noi.

 

Fare un lavoro approfondito su chi siamo, inoltre, – continua Marcella Danon – ci mette nelle condizioni di dialogare con alberi, nuvole, scarabei… non perché ci porti a dare fuori di matto, ma perché crea una relazione io-tu con un interlocutore diverso. Scopriamo così che ogni albero è un mondo, come ogni persona è diversa. Molte ricerche ormai dimostrano che essere in contatto con gli alberi per almeno venti minuti favorisce il processo di guarigione e recupero”.

 

L’apprendimento proposto dall’ecopsicologia, quindi, comporta un continuo ‘rimbalzo dentro-fuori’.

 

Questo metodo non è adottato solo da psicologi. “Proprio per risolvere questo equivoco – spiega Danon – è stato creato il termine ‘ecotuner‘: il ‘tuner’ – in inglese – è la rotellina per sintonizzare la radio. Chi fa una formazione in ecopsicologia applicata, se è psicologo può definirsi ecopsicologo, se è counselor può definirsi ecocounselor, se è coach greencoach. Questo ci sta permettendo di diffondere questo approccio sia nel mondo degli psicologi che in quello degli ecologi. Si instaura così un apprendimento reciproco e nascono collaborazioni e progetti favoriti da questa interdisciplinarità”.

 

L’ecopsicologia in ambito accademico non è ancora consolidata, ma secondo Marcella Danon nelle università troviamo la sua ‘sorella maggiore’: la psicologia ambientale. Questa avrebbe il compito di approfondire ricerche e dati che stanno rendendo sempre più evidente il parallelismo tra degrado ambientale e disagio personale. “I bambini che crescono entrando in contatto diretto con la Natura hanno meno problemi di obesità e meno disturbi dell’umore, solo per fare un esempio”.

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L’ecotuning può quindi definirsi come uno strumento e un processo di facilitazione della relazione tra l’essere umano e la natura. Propone, tra le altre cose, attività che permettono di ‘fare amicizia’ con la Natura, di non averne paura. “Molte persone cresciute lontano dalla ‘Natura non coltivata’ – ci spiega Marcella Danon – trovandosi in un bosco vengono prese dall’ansia. Noi le aiutiamo a ritrovare la dimestichezza con l’ambiente selvatico”.

 

Questo approccio, inoltre, può anche essere considerato un antidoto all’eccessivo utilizzo della tecnologia.

 

“L’ecopsicologia però – ci tiene a puntualizzare – non è anti tecnologica, ma post industriale; abbiamo una grande fiducia in un corretto utilizzo della tecnologia. Noi la usiamo continuamente e non potrebbe essere altrimenti essendo la nostra associazione internazionale presente in quattro continenti. Invece, grazie al web possiamo sentirci con costanza e parte della nostra stessa formazione avviene on line”.

 

L’ecopsicologia si è diffusa, tra gli altri, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Canada. L’Italia però, - aggiunge Danon con orgoglio – è stata a prima realtà extra-USA ad ufficializzare una scuola, e non a caso primi tre convegni internazionali si sono svolti proprio in Italia”.

 

La scuola in questione è nata nel 2004 ed è stata frequentata finora da circa 350 persone. Al momento, oltre che in Lombardia – dove vive e lavora Marcella – l’ecopsicologia italiana è fisicamente presente in Sardegna e Sicilia, ma è entrata in molte realtà aziendali e non diffuse in tutto il territorio nazionale.

 

Il nostro sogno è che questo approccio si diffonda sempre di più portando tante persone ad utilizzare queste competenze sia nel privato che nelle proprie relazioni personali e lavorative. Questa disciplina, infatti, vuole essere l’antidoto alla diffusa rassegnazione all’evitabile e vuole farlo spingendo le persone a prendere in mano la propria vita”.

 

Un auspicio quanto mai in linea con le realtà raccontate da Italia che Cambia.

 

 

 

Intervista a cura di Daniel Tarozzi

Riprese: Roberto Vietti

Montaggio: Paolo Cignini