PFAS, storia di una contaminazione a catena

Di inquinamento da PFAS in Veneto si è iniziato a parlare nel 2013, quando è scoppiata quell'emergenza che ha ora oltrepassato I confini della “zona rossa” ed è stata dichiarata nazionale. Eppure sappiamo oggi che il più grave inquinamento delle acque della storia italiana ha avuto origine anni prima a causa di una pericolosa gestione del territorio che ha determinato negli anni contaminazioni e reazioni a catena. Tra queste la mobilitazione di mamme, cittadini e associazioni che lottano nel tentativo di limitare le conseguenze ambientali e sanitario di questo “veleno invisibile”. Eppure, oggi più che mai, la via d'uscita da questo disastro appare lontana.

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I PFAS sono composti chimici industriali utilizzati per rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. Sono usati nella produzione di molti oggetti di uso quotidiano come padelle di teflon, carta da forno sbiancata, packaging per fast food, abbigliamento reso impermeabile o isolante e lubrificanti. Da almeno 60 anni queste sostanze si diffondono e avvelenano le falde acquifere, acque superficiali e acquedotti del Veneto occidentale ma ormai sono diffusi nel fiume Po e quindi anche nel mare Adriatico. L’Ispra ha stimato per il solo danno ambientale 136,8 milioni di euro.

 

Per il secondo anno il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza da contaminazione delle falde idriche di Verona, Vicenza e Padova. Man mano che la regione Veneto aggiorna i dati, aumentano i comuni contaminati oltre a quelli già presenti nella zona “rossa” attorno a Trissino dove ha sede l’incriminata azienda Miteni Spa. A sempre più persone vengono riscontrati valori elevati nel sangue di PFAS e si allargano gli screening anche alla popolazione pediatrica.

 

Queste sostanze rappresentano un grave pericolo sia per la salute umana che per l’ambiente, sono catalogate nelle liste internazionali di sostanze estremamente preoccupanti (SVHC) perché tossiche, persistenti e bio-accumulabili cioè il nostro corpo le integra e le accumula; esse sono particolarmente subdole perché inodori, incolori e insapori.

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La gestione del caso Miteni
La Miteni Spa, un’azienda chimica specializzata in produzione di intermedi fluorurati per agrochimica, farmaceutica e chimica fine, dal 1977 ha scaricato sostanze altamente tossiche nei corsi d’acqua ma l’inquinamento da tali sostanze è stato constatato solo nel 2013. Questo evento ha portato alla luce un intero sistema di pericolosa gestione del territorio.

 

Il 20 marzo di quest’anno i carabinieri del NOA (Nucleo Operativo Ecologico) in 270 pagine certificano, con 13 rinvii a giudizio tra i dirigenti aziendali, che la Provincia di Vicenza ha nascosto l’inquinamento per 13 anni: “C’è stata la volontà di non far emergere la situazione, colpevole anche l’Agenzia Ambientale regionale, l’organo di controllo, Arpav”.

 

L’attività industriale
Le attività industriali che usano questi prodotti sono quelle per la lavorazione delle pelli, del tessile, le cartiere e le produzioni con inchiostri e tinture. Le industrie rilasciano questi composti come fanghi, scarichi e contaminanti del suolo. Ma sono soprattutto le concerie le industrie incriminate. L’ltalia rappresenta il 66% della produzione conciaria europea, il Veneto il 52% della produzione italiana del settore.

 

Ne consegue che la sola industria della pelle del Veneto consuma ogni anno, secondo i dati dell’agenzia europea ECHA che disciplina l’uso delle sostanze chimiche, circa 160 tonnellate di sostanze che rilasciano PFOA e che non sono mai state oggetto di analisi negli scarichi industriali perché precursori dei PFAS. A questi vanno ad aggiungersi 30 tonnellate di PFOA e sali di PFOA puri o utilizzati in miscele vendute in Europa.

 

In Italia la chiusura delle indagini preliminari della procura di Vicenza sull’azienda Miteni ha sollevato gravi responsabilità di Istituzioni Pubbliche ed enti di controllo per il più grave inquinamento delle acque della storia italiana con interessamento, per ora, di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico. Già dal 2010 la Provincia di Vicenza era a conoscenza dell’incremento della contaminazione da PFAS dovuta alla Miteni e così l’Arpav Veneto, l’organo di controllo.

 

La diffusione dei PFAS si sarebbe potuta arginare 10 anni fa.

 

Eppure la regione Veneto si è inserita nel fallimento della Miteni per essere risarcita di 4,8 milioni di euro. Inoltre il Ministero delle politiche economiche ha messo a disposizione fondi al Commissario Delegato, Nicola Dell’Acqua, per una quota complessiva di 56,8 milioni con il compito di iniziare, e portare avanti, gli interventi urgenti. Ulteriori 80 milioni saranno stanziati dal Ministero dopo un un Accordo di programma da sottoscrivere con la Regione Veneto. Quindi l’onere della bonifica è a carico dello Stato ma gestita dalla Regione.

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Contaminazioni a catena
L’acqua è la base di ogni forma di vita e si distribuisce in ogni parte dell’ecosistema. Oltre che nei rubinetti dell’acqua potabile i PFAS sono entrati nella catena alimentare, nell’agricoltura, negli allevamenti e nella pesca. Infatti l’acqua è responsabile solo per il 20% della contaminazione, il restante 80% è dovuto agli inquinanti presenti nella catena alimentare e nell’aria (EFSA, 2017).

 

Nessuna iniziativa, fino ad ora, è stata adottata nei confronti dell’origine alimentare della contaminazione. Infatti le Istituzioni hanno diffuso segnali rassicuranti basandosi su parametri dose/giornaliera vecchi di 10 anni quando ancora gli studi sull’impatto della contaminazione erano appena cominciati. Mentre in America già molte persone sono state risarcite per avvelenamento da PFAS, in Italia si attendono le prove causa-effetto non bastando il “probabile collegamento” che già emerge dagli studi epidemiologici.

 

Dagli studi del Prof. Carlo Foresta dell’Università di Padova, endocrinologo e andrologo si prospetta una crescita esponenziale di infertilità nelle future generazioni, soprattutto maschile. Infatti i PFAS, interferenti endocrini, per la loro natura chimica si sostituiscono all’ormone testosterone nei tessuti dove questo dovrebbe agire. Questo determina grave insufficienza del sistema riproduttivo ma anche problematiche ormonali a lungo termine.

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I valori guida di riferimento
Leggiamo dal documento/inchiesta pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land che la pubblicazione dei nuovi valori guida per la salute umana indicati dall’EFSA(organo di controllo europeo) è per ora stata sospesa per la pressione delle lobbies chimiche sulle Istituzioni Europee. Ma sono state pubblicate dalla rivista del Sindacato veterinari di medicina pubblica del Veneto: per PFOS e PFOA sono rispettivamente di 13 ng/kg e 6 ng/kg peso corporeo per settimana.

 

Emergerebbe una enorme discrepanza con i dati di riferimento della regione attualmente in atto per le valutazioni: in totale un litro d’acqua, definita potabile, può contenere fino a 390 ng di PFAS. Ad esempio un bambino di 10kg supererebbe la soglia giornaliera solo bevendo un litro di acqua. Su tali parametri sono basati anche i pochi monitoraggi dell’istituto Superiore di Sanità sugli alimenti vegetali e animali. Questo è uno dei punti chiave che necessita di misure urgenti poiché nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti vengono distribuiti.

 

Per ora la regione Veneto ha emesso un’ordinanza che vieta fino al 30 giugno il consumo del pesce pescato proveniente dalle aree dove sono state riscontrate positività analitiche per i PFAS. Ma non c’è nessun controllo, non emerge la capacità di gestire la situazione neanche di saperla valutare.

Campi del Veneto visti dall'aereo

Campi del Veneto visti dall’aereo

Le economie di zona
Storicamente la ricchezza della Regione deriva proprio dall’opera di regimentazione delle acque attraverso le bonifiche delle paludi che permisero ad una delle zone più povere d’Italia il grandioso sviluppo economico prima agricolo e poi industriale. Dagli anni ’60 lo sviluppo industriale di questo territorio ha avuto una forte connotazione chimica. Gli impianti di Marghera della Monsanto e della Sicedison hanno posto le basi per diventare uno dei più importanti poli per la produzione di materie plastiche in Europa. Poi si insediò la Rimar, che in seguito diventa appunto Miteni, costruita sulla seconda falda acquifera più grande d’Europa, grande come il Lago di Garda.

 

La zona di Arzignano rappresenta il più grande polo europeo della concia che scarica nella zona migliaia di tonnellate di rifiuti tossici arrivando ormai alla nona discarica e con nessun intervento da parte delle autorità di controllo. Reflui conciari e reflui della Miteni viaggiano vicini, vengono diluiti con acqua pulita, paradossalmente definita “vivificazione”, ma non filtrati dai PFAS. Infatti gli impianti di depurazione continuano a non limitare il problema poiché non sono in grado di filtrarli ed eliminarli. I PFAS continuano a scorrere abbondantemente lungo la pianura e ad accumularsi, sono fatti proprio per non degradarsi.

 

Questa stessa zona è toccata anche da una grande opera in costruzione: la superstrada Pedemontana. Corre proprio lungo la fascia di ricarica della falda acquifera di buona parte della pianura padana, è costruita “in trincea” cioè diversi metri al di sotto del livello campagna. Così in alcuni tratti si vedono i muri, appena costruiti, percolare liquami tossici. Inoltre subisce continuamente crolli e rattoppi incontrando anche discariche industriali abusive e zone instabili.

 

Non sembra che la politica di sviluppo della regione segua una progettazione organica tra le varie problematiche né che ci sia un’adeguata analisi idrogeologica. Sicuramente si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute. Non si riscontra neanche il vantaggio economico poiché la Pedemontana negli anni ha quadruplicato i costi che nessuna banca ha voluto finanziare e quindi la Regione ha chiesto l’intervento dell’Anas cioè dello Stato. Per ora il costo ammonta a 12 miliardi.

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L’altra faccia del Veneto
Già dal 2014 diverse associazioni attive sul territorio si sono riunite nel coordinamento Acqua libera da PFAS che ha cercato di sensibilizzare cittadini, enti pubblici e di controllo e ha chiesto per anni di indagare quale fosse il reale impatto sull’ambiente e sulla salute. Ora che iniziano maggiori controlli sulle acque e nel sangue degli abitanti i dati sono allarmanti e ancora molto sottostimati.

 

Il movimento No PFAS è stato il motore che ha rotto un sistema di omertà e dolo ma anche di inadeguatezza e immobilismo tra Istituzioni e forti interessi economici. I partecipanti hanno subito 5 avvisi di garanzia per aver spinto alle indagini e dubitato delle rassicurazioni. Chiedono “Zero PFAS” per uscire dalle contrattazione dei cosiddetti “limiti accettabili” che sono la mediazione possibile per poter continuare a produrre. Nessuna opera di bonifica, che comunque non è neanche all’orizzonte, può funzionare se prima non si bloccano le sorgenti dell’inquinamento.

 

Chiedono analisi e dati, di poter effettuare esami del sangue per controllare il proprio stato di contaminazione. Non possono effettuarli né gratuitamente né pagando il ticket e nemmeno privatamente poiché non sono analisi comuni. I cittadini sono pertanto privati di una forma di controllo della propria salute che rimane nelle mani di chi fa i monitoraggi ufficiali.

 

Nella mancanza totale di informazioni si è costituita la Redazione di PFASLand che rappresenta l’Organo di informazione dei gruppi-comitati-associazioni NO PFAS della Regione del Veneto che raccoglie le più importanti realtà maturate in questi anni: Mamme No PFAS, Angry Animals dei Centri Sociali, Greenpeace, Legambiente, ISDE, Medicina Democratica, CiLLSA, associazione di Arzignano, Coordinamento Acqua Bene Comune di Vicenza e Verona, Rete Gas Vicentina, gruppi territoriali NO PFAS indipendenti, in continua nascita.

Foto di Francesco Alesi tratta da Greenpeace.org

Foto di Francesco Alesi tratta da Greenpeace.org

Grazie al Comitato scientifico della Redazione PFASLand il 12 aprile è nata la prima mappa digitale navigabile sulla contaminazione da PFAS, dove ogni cittadino potrà verificare quanto inquinati siano il pozzo, la risorgiva, il fiume, le acque in prossimità della propria casa, del proprio orto, le stesse acque con cui si irrigano i campi e si allevano gli animali, per arrivare poi in forma di alimenti non solo sul proprio piatto, ma anche su quello degli altri. Uno strumento popolare, un bene comune ma complesso, basato sui dati aggregati ArpaV, usando software liberi come QGIS.

 

Dal documento pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land precedentemente citato leggiamo: “Per la bonifica di un territorio così grande, dei bacini fluviali, delle colture, per l’aiuto ai produttori danneggiati dall’inquinamento e il risanamento totale delle loro aziende, per la mano d’opera occorrente e gli strumenti, il personale medico e le strutture sanitarie, c’è bisogno di grandissime risorse economiche di cui la Regione non dispone. Sarà necessario un piano di solidarietà nazionale, coordinato dai ministeri competenti, per garantire un budget inimmaginabile ma necessario.

 

Confligge con tale bisogno la logica perversa con la quale tutte le forze politiche del Veneto si sono accodate alla richiesta di Zaia che esclude ogni tipo di solidarietà nazionale nei confronti di chi produce meno o amministra male. Però non puoi chiedere aiuto agli altri se neghi il senso della solidarietà nazionale che è alla base di un paese democratico i cui governanti sappiano guardare un tantino più in là del proprio naso… Ricordo da bambino i camion pieni di vestiti e coperte che partivano, salutati dalla folla, da una Sicilia poverissima in aiuto degli alluvionati del Polesine”.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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