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2 Nov 2012

Viaggio nell’Italia che cambia: la Sardegna delle contraddizioni

Scritto da: Daniel Tarozzi

Nel precedente articolo avevamo concluso sottolineando come dalla riscoperta delle relazioni poteva ripartire la rinascita sarda. Una rinascita che secondo alcuni non può prescindere da un distacco dall’Italia: un paese percepito come straniero e invasore da molti. Mi ha particolarmente colpito l’incontro con Roberto Spano. Roberto, rappresentante del movimento indipendentista sardo, è buddista, non violento, ‘decrescentista’. Una persona affabile […]

Nel precedente articolo avevamo concluso sottolineando come dalla riscoperta delle relazioni poteva ripartire la rinascita sarda.
spanoUna rinascita che secondo alcuni non può prescindere da un distacco dall’Italia: un paese percepito come straniero e invasore da molti. Mi ha particolarmente colpito l’incontro con Roberto Spano. Roberto, rappresentante del movimento indipendentista sardo, è buddista, non violento, ‘decrescentista’. Una persona affabile e accogliente, che ci ha accolto insieme alla sua famiglia nella loro casa facendoci sentire come vecchi amici. Con Roberto abbiamo discusso a lungo. Lui e il suo movimento rivendicano la specificità sarda: una nazione e non una regione, una lingua e non un dialetto.
Per convincermi delle sue tesi mi porta dati e fatti storici difficilmente eccepibili. La Sardegna ha sicuramente una storia peculiare e l’Italia, fino ad oggi, l’ha sicuramente utilizzata più come terra da depredare e da sfruttare per le sue basi militari e le sue fabbriche inquinanti, la sua pastorizia legata al mercato del ‘basso costo’ che come luogo da arricchire e migliorare culturalmente e socialmente. Ma lo stesso Roberto Spano ha sottolineato più volte come la più gravecolonizzazione (secolare) sia stata quella culturale che ha portato i sardi a ‘dipendere’ dall’assistenzialismo centrale piuttosto che prendersi il proprio destino sulle spalle. Io resto convinto che la strada non sia quella delle divisioni, ma della valorizzazione delle diversità, ma per il resto condivido in gran parte quanto ho appreso in questi giorni. Forse bisognerebbe andare veramente verso le famose ‘bioregioni’, i cui confini potrebbero essere segnati dai fiumi e dalle montagne, dai mari e dalle specificità culturali. Bioregioni che mettano al centro le peculiarità alimentari, ambientali, climatiche e culturali e che si relazionano tra loro con scambi di prodotti ed esperienze, in un reciproco arricchimento, ma che si caratterizzino allo stesso tempo per un’apertura verso l’altro, in un mondo in cui perderebbe di senso il concetto stesso di ‘straniero’. Nel frattempo però…
Nel frattempo la Sardegna è una terra profondamente povera se il sistema di valori resta quello vigente e potenzialmente ricchissima se si mettono al centro le risorse reali, quelle da cui dipende la vita: agricoltura, artigianato, bellezze naturali, valorizzazione del patrimonio archeologico e storico, accoglienza turistica e conservazione del paesaggio.
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