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19 Mar 2019

In India con la famiglia: un viaggio che cambia la vita

Il racconto di un mese trascorso in India insieme a tutta la famiglia per fare volontariato in un'associazione che gestisce alcune case accoglienza. Un'esperienza che cambia la vita, aiuta a superare limiti e pregiudizi e ad apprezzare i piccoli gesti quotidiani che troppo spesso diamo per scontati.

Un mese in India per fare volontariato con tutta la famiglia. Sarà fattibile? Riflettendo su questo viaggio, sui rischi che avrei potuto correre e soprattutto a cui avrei potuto esporre i miei figli, sulle possibili conseguenze, mi sono sentito un po’ come un alpinista che scala una montagna. Chi glielo fa fare? È faticoso e molto pericoloso. Potrebbe morire assiderato, potrebbe cadere in un crepaccio, potrebbe perdersi… Già. Potrebbe succedere. Ma volete mettere la sensazione di indescrivibile libertà che si prova una volta arrivati in cima? Poter chiudere gli occhi e pensare “ce l’ho fatta!”. Potersi guardare le mani e ringraziarle dicendo “voi e solo voi mi avete portato quassù”.

india1L’India è sporca. L’India è piena di malattie. L’India è troppo calda. L’India è pericolosa. I bambini sono troppo piccoli. Voi sarete da soli. Il viaggio è troppo faticoso. Un mese è un periodo di tempo troppo lungo. Sì, è vero. È tutto vero. Avete ragione. Ma noi andiamo lo stesso. È un’avventura a cui non riusciamo a rinunciare e crediamo che un mese in una casa famiglia in Kerala sia molto più formativo per i nostri figli rispetto a un mese di scuola materna in Italia. Faranno fatica? Sì, ma la fatica è la maestra più brava a insegnare come si sta al mondo.

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E così si parte. Io, mia moglie, la nostra bimba di tre anni e mezzo e il nostro bimbo di un anno e mezzo. Destinazione Vellanad, un piccolo paesino nel cuore del Kerala, in mezzo ai verdi boschi di palme dell’India meridionale. Ci aspetta Namasté, un’associazione italo-indiana che gestisce alcune case famiglia, supporta a distanza famiglie bisognose e realizza progetti di sviluppo di cultura e consapevolezza, come la biblioteca della pace, il kitchen garden o Lady love washable pads, un’iniziativa di imprenditoria femminile per la realizzazione di assorbenti lavabili. Per un mese saremo volontari lì. Giocheremo con i bambini, insegneremo un po’ di inglese, li porteremo in gita, canteremo e balleremo con loro. Daremo qualcosa e sicuramente riceveremo molto di più.

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Scoprire posti nuovi ed esotici e conoscere situazioni che nella bambagia occidentale sono solo le trame di film drammatici: una lezione di vita che ti permette di ritararti rispetto alla quotidianità. Chi si lamenta che in frigo non ci sono più bottiglie di San Pellegrino dovrebbe visitare una casa senz’acqua corrente e parlare con una madre che deve percorrere più volte al giorno centinaia di metri con in mano due pesanti secchi se vuole dare da bere ai suoi figli. Chi si aggira con lo sguardo bramoso fra gli scaffali di Foot Locker dovrebbe sgambettare un pomeriggio con i ragazzi di qua, che calpestano ruvidi ciottolati, campi di terra battuta e infuocate lingue d’asfalto a piedi nudi.

 

Questa è l’opportunità che abbiamo voluto dare ai nostri figli e a noi stessi. Vivere per un po’ una vita diversa, scevra da orpelli inutili, dai capricci di una società che ci vuole dare a tutti i costi più di quanto abbiamo bisogno. Ridurre, rallentare, accontentarsi dell’essenziale che quaggiù, giocoforza, è l’unica scelta possibile. Restituire agli oggetti il loro significato. Scoprire quanto la nostra opulenza ci spinga a sottovalutare gesti ed esperienze carichi di valore.

 

Organizzare una gita insieme a bambini che, pur vivendo a pochi chilometri dalla costa, non hanno mai visto il mare. Riempirsi gli occhi e il cuore delle loro espressioni esterrefatte quando giungono davanti all’oceano sulla spiaggia di Kovalam e corrono verso il grande blu di cui hanno sentito parlare tanto nei racconti dei più grandi, ma in cui non hanno mai immerso i piedi.

 

Certo, lì la quotidianità è estenuante. Il caldo è asfissiante e la notte si dorme poco. Il cibo è molto diverso da quello a cui siamo abituati noi e “plain, no spicy” per gli indiani vuol dire piccante quanto una ‘nduja calabrese. La routine è serrata e le cose da fare tantissime. I bambini indiani sono molto affettuosi, forse troppo! I nostri figli devono “difendersi” continuamente da strizzate di guancia, abbracci molto energici e rapimenti lampo da parte dei piccoli inquilini della case famiglia.

 

Ogni giorno mi sento come l’alpinista che si avvicina sempre di più alla vetta. Ma non c’è solo l’attesa per il traguardo finale. C’è anche il piacere della scalata. Mettersi alla prova metro dopo metro, voltarsi per godere il panorama che si delinea lassù, riempire i polmoni dell’aria che diventa sempre più pura e rarefatta. Anche l’ultima sera, sul terrazzo che affaccia sulla giungla, guardando il buio denso di suoni, odori e colori che solo la Natura tropicale sa offrire, ho provato quella sensazione di libertà e di soddisfazione racchiuse nello scrigno della cima della montagna. Volete un consiglio? Fatelo anche voi!

india3È stato un mese a tratti eterno, a tratti sfuggente. Intenso, duro, commovente, appagante. Abbiamo superato molte paure e abbiamo smentito qualche gufo. L’unico inconveniente medico è stato un colpo d’aria per il piccolino dovuto al condizionatore di un ristorante regolato su una temperatura un po’ troppo bassa. Ci è andata bene? Può darsi. Sicuramente le mattine passate al centro per la profilassi dei viaggiatori della nostra città sono state utili.

 

Abbiamo dimostrato come spesso i limiti risiedano solo nella nostra testa, nei nostri pregiudizi e nella nostra pigrizia fisica e mentale. Abbiamo arricchito il nostro bagaglio confrontandoci con una cultura e uno stile di vita lontani anni luce dal nostro. Abbiamo portato un piccolissimo contributo per migliorare un paese con tanti problemi. Una goccia nel mare. Ma abbiamo ricevuto molto, molto, più di quello che abbiamo dato.

 

 

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