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1 Ago 2019

Miriam Pugliese, una storia d'amore: “Torno in Calabria per creare seta e futuro” – Io faccio così #257

Scritto da: Daniel Tarozzi

Oggi vi raccontiamo la storia di Miriam Pugliese, una giovane calabrese cresciuta in Lombardia, che ha deciso di tornare nella sua terra da Berlino e qui, con altri due giovani, ha riportato in vita la filiera della seta creando economia, recuperando tradizioni e stimolando il turismo in un borgo fino a quel momento in forte spopolamento.

Siamo in Calabria, è fine giugno, e l’intervista che stiamo per andare a fare a Miriam Pugliese è un fuori programma. Come spesso ci accade, quando visitiamo un territorio scopriamo molte realtà di cui non sapevamo l’esistenza e il nostro lavoro – già fitto – diventa senza sosta. Incontriamo Miriam in un piccolo paese che sembra quasi disabitato ad un occhio superficiale – San Floro, provincia di Catanzaro – è con lei ci inoltriamo in un vicino bosco. All’improvviso, eccoci giunti alla sede di Nido di seta. Da subito iniziamo a parlare e mentre lo facciamo osserviamo dei piccoli esseri bianchi strisciare su foglie, strutture di plastica bianche, tavoli: sono i bachi da seta.

L’origine della seta

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Già, la seta: in passato non mi ero mai interrogato sulla sua origine mentre le mie dita la toccavano apprezzandone la morbidezza. Scoprire che viene dal bozzolo di un piccolo bruco bianco quasi in estinzione è sorprendente. Una di quelle cose che… “quando te lo dicono ti sembra di saperlo, ma in realtà non lo sai”.

L’esserino – come molti insetti – ha una vita apparentemente ingrata. Per 28 giorni mangia ininterrottamente (foglie di gelso). Poi fa “la salita al bosco”, si trova un posto sicuro e si avvolge in una sorta di gomitolo che crea (gomitolo di seta). Da qui diventa crisalide e quindi falena – una specie “farfalla”- che però non sa volare, perde la bocca, depone le uova e muore. E via al prossimo ciclo. Il bozzolo è fatto di questo straordinario filo che, lavorato in acqua calda, diventa appunto la base di vestiti, sciarpe, teli, lenzuola o quant’altro.

Miriam ci mostra tutto ciò. Porta avanti l’attività con il marito, Domenico Vivino, e con un’amica, Giovanna Bagnato. Insieme, nel 2014, hanno dato vita a questa avventura prendendo in gestione cinque ettari di terra del Comune su cui sorgeva un gelseto abbandonato e il museo della seta di San Floro.

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Riabitare la Calabria

Se la storia della seta mi sorprende, quella di Miriam mi emoziona. Nata in questo territorio, la giovane calabrese è cresciuta a Varese, in Lombardia, e qui – dopo aver studiato lingue straniere – ha iniziato a lavorare per una compagnia aerea. Quattro anni dopo, in seguito ad un licenziamento ingiusto quanto improvviso, emigra a Berlino e qui trova subito lavoro. Vivendo in Germania scopre che i locali stanno investendo sulla valorizzazione di zone turistiche e naturali e si rende conto che la sua zona d’origine non solo non ha nulla da invidiare a questi luoghi, ma è addirittura molto più ricca di bellezza e potenzialità.

«In una delle capitali europee più all’avanguardia d’ Europa – ci confida Miriam – ho sentito persone vantarsi delle stesse cose che faceva mio nonno trenta anni fa. Per questo e altri motivi, ho finalmente visto la mia terra di origine in modo diverso».

Rinunciando ad un lavoro sicuro e ben pagato, decide quindi di prendere l’areo Berlino/Lamezia Terme e qui – dove ha trascorso molte delle sue estati ma non ha mai vissuto – inizia l’avventura di Nido di seta, insieme a Domenico – che nel frattempo stava prendendo la seconda laurea a Napoli e Giovanna, che invece era rimasta a San Floro.

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«Quando ci siamo incontrati – continua Miriam – abbiamo deciso di rimanere qua, ma qualcosa dovevamo pur fare. Non ci interessava diventare ricchi, ma volevamo creare un terreno fertile per le future generazioni. Mio padre mi ha sempre detto che in Calabria non c’era niente, ma dal mio punto di vista dove non c’è niente c’è tutto da fare, si può fare tutto! Si continua a ripetere che questa è una terra da cui bisogna scappare, ma la verità è che questo è un luogo in cui la gente dovrebbe venire per lavorare. Abbiamo scelto di rimanere per essere felici e per fare qualcosa che avesse un impatto nel nostro territorio e in quello circostante».

San Floro è stata capitale della seta tra il 1300 e il 1700. La tradizione serica è sopravvissuta fino alla generazione dei nostri nonni e poi è andata scomparendo. È stato quindi quasi naturale ripartire proprio dalla seta. Gli abitanti del borgo, inizialmente, li consideravano letteralmente dei “pazzi”.  «Mai avrebbero potuto pensare – si illumina Miriam – che l’anno scorso avremmo chiuso le attività con più di 6000 presenze. Oggi Nido di Seta è una realtà del territorio, che collabora con il territorio, presente nel territorio. San Floro è un paesino di 500 abitanti, ma ha la fortuna di trovarsi a mezz’ora dall’aeroporto, dieci minuti da uno dei mari più belli di Italia e nelle vicinanze di un capoluogo. Non potrei chiedere di più. Qua i bambini scorrazzano ancora da soli per il paese e tutti li ‘controllano’. Penso che non ci sia posto migliore per crescere un bambino».

E infatti Miriam, mentre parliamo, è incinta di qualche mese, ma non ha nessuna intenzione di cambiar vita! Mi chiedo – e le chiedo – se inizialmente le persone siano state chiuse nei loro confronti. «All’inizio, quando mi vedevano andare in giro con scarpe antinfortunistiche, tute da lavoro e forbici, un po’ di scompenso c’è stato, ma non ho incontrato chiusura. San Floro, inoltre, è un’isola felice, non siamo soggetti al cancro delle mafie. Certo, ci mancano i servizi (sanità, trasporti) ma ci organizziamo».

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I primi passi (intorno al mondo!)

«Quando abbiamo iniziato questa attività – racconta Miriam – non eravamo esperti di seta o di bachicultura. Solo Domenico, quando era piccolo, allevava bachi con il papà per “uso famigliare”. Fino a pochi anni fa qui le persone si autoproducevano la propria seta con la quale realizzavano vestiti da matrimonio o altri prodotti. Abbiamo cercato gli anziani del posto per carpire tutti i segreti che stavano dentro la filiera serica. Ma non bastava. Quindi abbiamo fatto la valigia e abbiamo iniziato a viaggiare per il mondo.

Siamo stati molto in Asia, principalmente in Thailandia e India, dove siamo stati ospiti del ministro del tessile, e lì abbiamo fatto corsi mirati sulla lavorazione serica. In Messico abbiamo studiato altri approcci, non convenzionali. La conoscenza ti dà la possibilità di sviluppare prodotti diversi. Oggi siamo gemellati con il museo della seta di Lione e con il consorzio Swiss Silk di Hinterkappelen: per noi la rete internazionale è molto importante».

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Diversificare le attività

La filiera del baco da seta, come visto, richiede la cura del gelseto. Quella portata avanti da Nido di seta è un’agricoltura multifunzionale, biologica certificata: allevamento del baco, lavorazione delle more di gelso e agricoltura nel vero senso della parola.  Il filo, una volta lavorato, va anche ‘colorato’: «La magia della seta è una cosa scioccante. – quasi sussurra Miriam – È incredibile pensare come un semplice bruco possa creare la cosa più bella del mondo. Con aiuto di acqua calda e uno scopino di erica si può ricavare il filo di seta. Naturalmente, i bachi ci offrono alcuni colori. Gli altri li realizziamo noi utilizzando solo quello che offre la nostra terra».

Hanno attivato un un agro-punto-ristoro dove propongono i prodotti che che coltivano nonché i frutti del lavoro artigianale realizzato con il filo dei bachi da seta e hanno avviato una serie di attività didattiche e turistiche.  «Abbiamo persone che vengono a vivere una eco esperienza a 360° nel mondo della seta”- ci spiega Miriam – È una visita esperienziale: dentro i musei parliamo delle tinture naturali, offriamo la possibilità di tessere sui nostri telai. Chi vuole ci può aiutare ad allevare i nostri bachi da seta, vedere da vicino come siano fatti, estrarre il filo come facevano i nostri antenati. E poi offriamo la possibilità di gustare prodotti tipici della nostra terra all’ombra di un pino secolare». Ovviamente, una parte delle vendite avviene anche grazie allo shop online.

Ora hanno deciso di avviare una “accademy” per formare nuovi artigiani sul territorio calabrese che li aiutino nella lavorazione del tessuto.  «Siamo orgogliosi di poter affermare che stiamo creando una filiera di seta calabrese al 100%. La maggior parte delle persone coinvolte sono donne, e questo è un fattore particolarmente importante se consideriamo la situazione della donna in molte zone d’Italia e in particolare al Sud».

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Una volta partiti i corsi, però, la partecipazione è stata sorprendente: «C’è stata affluenza da tutte le parti del mondo. Sono venute persone da Argentina, Inghilterra, Finlandia, per imparare a lavorare la seta con metodi naturali». Un’attività iniziata per cercare nuovi collaboratori, si è quindi dimostrata, invece, portatrice di un nuovo filone per l’azienda calabrese: quello della formazione.

Per capire meglio la forza di questa storia vi invito caldamente a visionare il video contenuto in questo articolo. Nel frattempo, vi lascio con le parole di Miriam: «Non scorderò mai la prima volta che sono venuti gli americani a San Floro, tutta la gente è uscita dai balconi per capire chi fossero. Nido di Seta è una storia d’amore verso la nostra terra. Personalmente vado matta per i visitatori: mai ci potevamo immaginare che in un borgo di 500 anime potessero venire persone da tutte le parti del mondo».

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

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