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7 Set 2020

Il Covid-19 ed il malessere di una società di numeri primi

Scritto da: Maria Quarato

Tristezza, insonnia, rabbia. Sono alcuni dei sintomi con cui si è manifestata in molte persone la sofferenza generata dalla pandemia e dal conseguente lockdown. Un malessere diffuso ed esasperato dal Covid-19 in una società già affetta da incapacità di ascolto e relazionali. Una dilagante solitudine di numeri primi che il virus ha forse reso più che mai evidente.

Nel lavoro di psicoterapeuta nostro compito è quello di fare una valutazione di quelle che sono le risorse e i desideri delle persone che incontriamo, offrendo loro gli strumenti del pensiero necessari per progettare e realizzare la propria vita pensata, desiderata, auspicata.

Foto di Roy Buri per Pixabay

Uno psicoterapeuta è un operatore di collettività, nella speranza che la società entro cui opera abbia risorse collettive da mettere a disposizione; così come ogni sofferenza umana si genera all’interno di forme di interazione e non è mai di totale proprietà della persona che la prova e tenta di gestirla.

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Così, possiamo immaginare quanto sia stato complicato per tante persone trascorrere intere settimane in contesti relazioni generatori di sofferenza, umanamente aridi, invalidanti, obbligate alla coabitazione h24.

Eredi di modelli psicologici /psichiatrici obsoleti in cui si considera il singolo individuo portatore di un difetto neurologico e biografico, spesso l’esperto psichiatra o psicolog* si affretta a fare solo un elenco dei sintomi attraverso cui questa sofferenza si manifesta (difficoltà a dormire, tristezza, rabbia, inappetenza, ecc…) , per somministrare la molecola chimica capace di placare gli animi in tormento, dimenticandosi di fare una valutazione dei contesti relazionali entro cui quella sofferenza possa aver avuto inizio o ragione di esistere.

Dicono siano aumentati i disturbi mentali e i suicidi durante questa pandemia anche tra il personale sanitario e le forze dell’ordine. Nonostante fossero evidenti le ragioni per cui la gente, isolata e spaventata, soffrisse, la risposta degli esperti della psiche è stata quella di somministrare psicofarmaci. Ed ecco che si leggono titoli di giornali : “Boom del consumo di psicofarmaci ”.

Una popolazione di zombi, sedati da molecole che bloccano le funzioni cognitive ed emotive.

Può essere veramente questa la soluzione per forme di sofferenza emergenti nelle relazioni e in particolari contesti socioculturali, che nascono quando si sente di non avere gli strumenti per costruirsi la vita futura, per fronteggiare il presente, la solitudine, i conflitti, per non lasciarsi abbattere quando le speranze di una vita migliore si frantumano sotto il peso di una società che ha dimenticato che per tutelare il singolo è importante insegnare il valore della collettività, delle relazioni e dell’ascolto?

Foto di Gennaro Leonardi per Pixabay

Ma cosa vuol dire ascolto se non saper rispettare,  accogliere senza giudicare le differenze di ognuno, entrandoci in relazione? Differenze che possono essere di credo religioso, di status sociale, cultura, tradizione, obiettivi di vita, sensibilità individuali, genere sessuale ecc…

Una volta un medico migrante a Vienna con sua moglie, medico anche lei, mi chiese una consulenza per la separazione. Migrare spesso è un percorso irto di difficoltà in funzione delle risorse di ognuno coniugate con la nuova terra ospitante. Il marito disse alla moglie: “Chiedo la separazione perché nelle difficoltà non siamo stati capaci di aiutarci reciprocamente, ma siamo diventati l’uno il nemico dell’altro. “

L’uno contro l’altro nella difficoltà (e non solo) è l’effetto immediato di una società i cui valori sono la scalata al successo, la competizione, il primo posto, la definizione di una realtà unica ed assoluta, l’uso del potere. Ed ecco che nei nostri studi di psicoesperti arrivano quelli che il primo posto non riescono a raggiungerlo e si sentono sbagliati, quelli che l’hanno raggiunto ma poi si sentono soli, quelli che per avere il primo posto si sono venduti l’anima o il cervello e sentono di aver tradito loro stessi, quelli che sono al primo posto ma avrebbero voluto starsene seduti sul divano, quelli che durante la corsa sono caduti per lo sgambetto di qualcun altro.

Solitudini popolate da assenze, da incapacità relazionali e sociali. Il Covid-19 è un virus ad altra trasmissibilità, si trattava solo di saper adottare le misure igieniche per entrare in relazione con il prossimo riducendo il rischio di contagio.

Foto di Francine Sreca per Pixabay

È diventato molto di più di questo il Covid-19: è diventato la lente di ingrandimento attraverso cui osservare un contesto socio culturale in cui il prossimo è l’avversario, l’appestato, il diverso, il concorrente, il fallito.

Tutti preoccupati per l’economia. Certo: i soldi, i consumi, il possedere, il primeggiare.

Eppure, spesso, quando si è felici, si è felici con qualcuno non con qualcosa, e quando la gente soffre, soffre all’interno di una qualche relazione: con parti di sé o con gli altri. I soldi, il primo posto, il successo, ecc… sono solo gli strumenti attraverso cui si ha l’illusione di poter essere amati, scoprendo poi che non sono affatto garanzia di sentimento e condivisione.

È pieno il mondo di solitudini di numeri primi che pagano psicoterapeuti in cambio di comprensione ed accettazione. Categoria che quando si affaccia nel mio studio viene rispedita velocemente nel mondo con gli strumenti necessari per costruire relazioni soddisfacenti, complementari, alla pari, emozionalmente arricchenti. Mi rifiuto sempre di fare l’amica comprensiva a pagamento per anni, come spesso accade in alcuni modelli di psicoterapia o psicoanalisi.

Viene da chiedersi dunque: abbiamo bisogno di possedere, di comandare? O di sapere che qualcun altro in questo mondo ci voglia accanto nonostante il rischio Covid,  e non contro, dietro o davanti?

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