25 Nov 2021

Camilla Rossi, educatrice: “Attivismo quotidiano, educazione e messa in discussione per combattere la violenza contro le donne”

Un cambiamento culturale che parte dall'educazione di bimbe e bimbi e prosegue con la messa in discussione di noi stess* in ogni ambito della vita quotidiana, anche a costo di perdere qualche privilegio o sembrare fuori luogo. È questa la base di partenza per combattere la violenza di genere secondo Camilla Rossi, educatrice e co-fondatrice del progetto Cargomilla.

Bologna, Emilia-Romagna - Oggi, 25 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Spesso purtroppo celebrazioni di questo tipo si perdono in vuote ed estemporanee dichiarazioni d’intenti che poi faticano a sostanziarsi nella quotidianità. Ma c’è chi va controcorrente rispetto a questa tendenza.

Camilla Rossi è una delle quattro fondatrici di Cargomilla, un interessante progetto educativo nato a Bologna che, insieme a principi come l’outdoor education e la gestione delle emozioni, mette al primo posto l’educazione di genere. Questo perché «non è pensabile scardinare un sistema fondato sulla violenza di genere, sessista e patriarcale, che fa parte ed è forma e sostanza della società in cui viviamo, senza pensare a un cambiamento radicale in termini di cultura».

Premesso che naturalmente non esistono soluzioni preconfezionate e universalmente valide, come donna, mamma ed educatrice da dove partiresti per contribuire all’eliminazione della violenza sulle donne?

Credo che la rivoluzione debba essere culturale. E la cultura va fatta con un nuovo respiro, partendo dalla base, o almeno da quella che dovrebbe essere la base di ogni società libera e in cui convivano le differenze, cioè l’educazione. Bisogna responsabilizzare il sistema scolastico, dare gli strumenti a chi ci lavora dentro in termini sia formativi che di materiali; non possiamo pensare di far studiare le nostre figlie e i nostri figli su libri di testo che vengono scritti senza a monte una formazione che permetta di non incorrere in stereotipie o pregiudizi inaccettabili.

Bisogna riformare i programmi scolastici, inserendo l’educazione di genere e l’educazione sessuale e al consenso, bisogna capire che i metodi educativi attualmente usati sono estremamente limitati e incapaci di fotografare una società che è cambiata e va necessariamente accolta nel suo esserlo.

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violenza contro le donne camilla
Camilla, educatrice e cofondatrice di Cargomilla
Chi dovrebbe affiancare la scuola nella costruzione di questa nuova consapevolezza?

Non è pensabile delegare tutto alla scuola, che deve essere collegata con un filo di continuità a quelli che sono i micro gruppi, amicali, familiari, relazionali da cui la società è composta. Nei nostri piccoli gruppi quotidiani non si può prescindere dal cambiare dinamiche tossiche, di linguaggio e di comportamento, non si può prescindere dall’educare alle emozioni anche qui utilizzando un linguaggio diverso, dobbiamo essere apert* al confronto e all’ascolto della diversità. Il cambiamento deve essere culturale quindi, e solo con le nostre azioni quotidiane, attive e attente possiamo costruire una società che previene la violenza strutturale di genere.

Quanti e quali tipi di violenza esistono?

La violenza di genere, la violenza sulle donne, sui trans o su tutte le persone che non rientrano nella categorizzazione binaria della società si potrebbero immaginare come una piramide, in cui solo alla punta troviamo lo stupro, il femminicidio o l’omolesbobitransicidio.

Quando si parla di violenza si intende una lunga serie di diverse manifestazioni che hanno come matrice unica una cultura sessista. È violenza la base della piramide, in cui per esempio victim blaming o il linguaggio sessista supportano e normalizzano la cultura dello stupro; è violenza il catcalling, tradotto dall’inglese “chiamare il gattino”, che non sono altro che tutta quella serie di comportamenti che di solito avvengono in strada e che vanno dai fischi, ai complimenti non richiesti, alle allusioni sessuali ai clacson suonati. Solo il fatto che li chiamiamo “complimenti” ci fa capire come siamo abituat* a sminuirne la gravità o anzi arrivare a far accettare alla persona che lo riceve il fatto di essere privilegiata.

Ma quante donne modificano il loro comportamento per paura di ricevere questo tipo di molestie? Magari quando sono sole e si sentono fisicamente vulnerabili? Quanti di questi gesti si basano su un reale consenso? E fin qui abbiamo parlato solo di forme di violenza che non prevedono, o almeno non sempre, la rimozione dell’autonomia di chi ne è vittima. Ce ne sono altre come lo stalking o la violenza economica che invece hanno come conseguenze, anche terrificanti, la limitazione della libertà e della possibilità di autodeterminarsi di chi le subisce.

Diverse delle forme di violenza da te citate sono sottovalutate, ma hanno un impatto drammatico sulla vita delle donne. Puoi farci un quadro più preciso?

Mi preme ricordare la violenza economica perché è forse quella, insieme al catcalling, che viene troppo spesso trascurata e vista come qualcosa di normale, ma che non può e non deve essere normalizzata. Viviamo in una società in cui in base al genere di appartenenza si è più o meno precar*, in cui in base al solo fatto di essere donne si è maggiormente occupate in ruoli precari con contratti determinati e nei quali il licenziamento è all’ordine del giorno. Basti pensare ai tassi di occupazione femminile o alla percentuale di donne che hanno abbandonato il lavoro durante la sindemia di Covid.

I dati dell’ ISTAT sono drammatici: il 73,2% delle donne è costretto a ricorrere a un lavoro part time, il 65% delle donne tra i 25 e i 49 anni con figl* fino a 5 anni non può lavorare. Si passa poi alla punta della piramide, dove possiamo trovare le forme di violenza più note e più drammaticamente reperibili anche nelle cronache quotidiane: la violenza domestica, psicologica e fisica, che passano anche attraverso la coercizione riproduttiva – forma di violenza non esclusivamente domestica ovviamente –, fino ad arrivare allo stupro e al femminicidio, in cui abbiamo la vera e propria cancellazione dell’identità della donna.

Voglio ricordare che il numero di femminicidi dall’inizio dell’anno è 56, in aumento costante. Femminicidi a cui si aggiungono i transicidi o tutti gli omicidi a sfondo lesbomofobico. La violenza ha quindi un grandissimo numero di espressioni ed è importante iniziare a riconoscerle e declinarle tutte con una narrazione appropriata, non solo quando sono la punta di quella piramide.

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Uno dei pilastri del vostro approccio pedagogico è l’educazione di genere: come mai questa scelta?

Come dicevo prima non è una scelta, è una necessità, una normale conseguenza della volontà di vivere in una società diversa. Non pensiamo come educatrici che si possa prescindere dal fare educazione di genere. A Cargomilla crediamo nella libera espressione e autodeterminazione di ogni essere umano, anche delle più piccole e dei più piccoli, e lavoriamo per proporre un modello basato sul rispetto dei tempi, dei bisogni e della diversità individuale, riportando sempre poi al gruppo la potenza e la ricchezza del pluralismo che esiste nel mondo.

Anche per questo inseriamo nel nostro progetto l’educazione di genere, intesa come possibilità di mostrare alle e ai bimb* che esiste nel mondo una fluidità dentro la quale si possono muovere, imparando senza paura o stereotipie sociali ad ascoltarsi e accettarsi per quello che si è e di conseguenza allenare un ascolto empatico e accogliente anche nei confronti delle altre e degli altri. Vogliamo portare l’attenzione sul consenso e sul rispetto degli spazi, anche fisici, che ognun* di noi deve avere il diritto di reclamare in libertà.

Pensiamo a un approccio che utilizzi come strumenti letture e laboratori adatti all’età con cui lavoriamo in collaborazione con varie realtà esistenti a livello cittadino, ma sarà sempre e comunque l’esperienza quotidiana a fornirci lo stimolo per ragionare su questi temi.

In che modo si può fare educazione di genere anche con bimb* molto piccol*?

Come dicevo, lavorando con la fascia 0/6 non è pensabile proporre attività che non siano legate al gioco o a forme espressive a loro intellegibili. Quello che facciamo nel quotidiano è porre attenzione assoluta al linguaggio, che deve essere attento alla pluralità – non usiamo il maschile generalizzato né nel parlare né nello scrivere –, ci rivolgiamo con attenzione alle bimbe e ai bimbi, abbiamo creato uno spazio con giochi disponibili a chi li vuole usare e non connotati da un genere particolare: abbiamo le bambole, la cucina, le costruzioni, il trenino… e tutti questi giochi sono a disposizione di tutte e tutti. Usiamo anche dei travestimenti che possono essere scelti liberamente da chi vuole, senza distinzione di colore, forma o personaggio.

La nostra libreria è formata da testi scelti tra numerose case editrici che propongono albi illustrati attenti a queste tematiche – la Settenove su tutte – e proponiamo letture nella quali non ci sono i tipici caratteri stereotipati. Stiamo anche definendo collaborazioni con persone e realtà esterne che si occupano di formazione e di percorsi per l’infanzia che vorremmo coinvolgere in progetti rivolti sia al gruppo delle persone adulte che al gruppo di bimb* per arricchire il nostro approccio con altri, in un’ottica sempre di apertura e confronto.

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Come Cargomilla sarete partner del festival La Violenza Illustrata. Puoi spiegarci meglio in cosa consiste questa iniziativa? Come si sostanzierà questa collaborazione?

Sin dal 2006 la Casa delle donne di Bologna ha deciso di dare forma a un evento annuale quello del 25 Novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È nato così il primo Festival centrato sulla tematica della violenza di genere in Italia, che ha come obiettivo quello di raggiungere il maggior numero di persone possibile, di ambiti diversi, con linguaggi diversi, informando, creando cambiamento e prevenzione intorno alla violenza maschile contro le donne.

Noi di Cargomilla quest’anno siamo partner del Festival e proporremo due momenti separati rivolti al nostro gruppo di famiglie. Il primo, pensato per il gruppo di mamme e papà, in cui proporremo due laboratori per riflettere insieme a loro su diversità/identità. Vorremmo partire da piccoli giochi che vengono fatti anche nella scuola secondaria di primo grado e promuovere una riflessione sulle differenze che caratterizzano noi e chi ci sta intorno e su come l’identità sia un concetto paradossalmente anche collettivo che troppo spesso tendiamo a rendere invece solo qualcosa di personale.

Il secondo invece si articolerà su una settimana intera, si rivolge al gruppo delle bimbe e dei bimbi e prevede un ragionamento sul significato della parola “famiglia” attraverso contributi fotografici e personali di tutte e di tutti. In una giornata inoltre ci sarà anche la partecipazione dell’Associazione Meraviglie dell’ambiente, che ci proporrà un laboratorio pensato per noi in outdoor .

Cosa può fare ciascun* di noi nella propria quotidianità per contribuire all’eliminazione della violenza sulle donne?

La cosa fondamentale che ognun* di noi può fare per eliminare la violenza di genere è porsi in ascolto, osservare le proprie abitudini, i propri modelli e i propri riferimenti culturali e linguistici e metterli in discussione. Avvicinandosi a chi in questa società riveste posizioni subalterne, accogliendone le istanze senza volerle prevaricare o sminuire. Si ha la necessità di un attivismo quotidiano, tutto l’anno, e non solo nelle giornate dedicate ed è fondamentale fare un lavoro costante di riconoscimento del proprio privilegio.

E visto che di violenza maschile stiamo parlando, in occasione del 25 novembre credo che sia doveroso rivolgersi a chi riveste la posizione di potere in questo caso: la violenza di genere è un problema maschile, un problema di sistema culturale in cui anche i maschi crescono, quindi è vero che “not all men” – non tutti i maschi – violentano o stuprano, ma questo non basta, anzi dovrebbe essere il minimo sindacale per un essere umano.

La matrice patriarcale della violenza sulle donne si combatte se – e solo se – chi in questa società ha una posizione “comoda” inizia ad affrontare una profonda e consapevole messa in discussione.

Bisogna responsabilizzarsi come individu* che però fan parte di una collettività e partire dalle azioni di tutti i giorni, pretendendo per le nostre figlie e i nostri figli una educazione adeguata; si devono portare questi temi all’interno delle nostre comunità, affrontandoli anche a costo di essere scomod* o fuori luogo; non si deve aver paura di schierarsi a lato di chi subisce ogni giorno questa forma di violenza. Prendere una posizione netta, accettando anche di riformulare il proprio privilegio.

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