22 Feb 2022

Quando la terra incontra il mare: storia di un bambino e dei suoi tanti sogni

Scritto da: Associazione OIA'

I sogni non stanno mai fermi, si evolvono e ci sfuggono ogni volta che li agguantiamo, per trasformarsi in una nuova sfida e una nuova rincorsa. Quella che ci raccontano oggi gli amici dell'associazione OIA' è la storia di un bambino e del suo sogno, che mutando forma lo ha accompagnato per tutta la vita, aiutandolo a diventare ciò che è oggi.

Oramai tanto tempo fa, nella periferia dell’antica città di Ianua – dal latino “porta”, così chiamata per essere varco d’ingresso e d’uscita dalla terra del vecchio continente al mare Mediterraneum – dal piemontese Giuseppe e dalla siciliana Maria, uniti in matrimonio da accordi di famiglia, dopo altri tre figli nacque Julian. Il bambino Julian venne al mondo insieme ai suoi sogni. Molti di questi gli furono precocemente tolti, altri li dovette seppellire ben nascosti e i pochi rimasti se li dimenticò.

Solo raggiunta la maggiore età, dopo aver affrontato l’interminabile carriera di studi e aver prestato un anno alla leva militare che non gli fu mai più restituito, ebbe la buona sorte di ritrovarsi dinanzi a uno dei suoi sogni, che era riemerso dal limbo, il quale motto era: raccontare con le immagini. Bene, era pur sempre un inizio.

Dunque, investì buona parte dei risparmi del suo lavoro in una macchina fotografica reflex. Non si può dire quanto quel giovane fosse felice di veder realizzato quel sogno. Ma, come si sa, i sogni non stanno mai fermi e dopo un primo momento d’euforia, Julian avrebbe dovuto fare il passo successivo. Così con le sue immagini apprese a comunicare in sintesi; un attimo raccolto alla realtà che lo circondava, un riflesso di ciò che trovava dentro di sé. Anche per questo amava fotografare.

Nacque forte in lui la passione per i ritratti. Sui volti delle persone scoprì tesori a prima vista invisibili, tracciati di mappe segrete, incisioni di storie di anime, geroglifici che svelavano misteri e occhi che sapevano dire più di tutte le parole. Ma tutto era sempre nel profondo silenzio. Eppure, prima e dopo quei ritratti, prima di scattare quelle immagini zitte, era accaduto un incontro, uno scambio, e aveva ascoltato i racconti di coloro che si sarebbero rivelati poi in una sua fotografia. Sapeva che tutto questo nascosto aveva un valore immenso.

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Sentì la necessità di unire ciò che lui trovava di più prezioso nelle persone, con la fotografia e con le parole. Così dovette cercare sotto il cuscino ed estrarre un altro sogno: una telecamera. Questo si materializzò più rapidamente del precedente e, con la sua prima piccola telecamera, si avvicinò a un altro modo per comunicare. E gli piacque, (buon cielo, quanto gli piacque). Così volò nel suo sogno che, molto più veloce di lui, lo precedette trasformandosi in un altro, e poi un altro ancora, sempre più vivace.

Poi accadde che un’idea, giunta da chissà dove nel suo scantinato, gli sussurrò di fondare un’ente di solidarietà. Ecco che si formò subito un altro sogno da vivere. Studiò a lungo per procedere nel terzo settore, raccolse ciò che serviva e mise al mondo una Onlus per sostenere bambini in disagio sociale, nella sfera ludica e creativa.

Dopo le prime esperienze vissute con questa attività, nella sua città, la medesima vocina del suo scantinato gli diede un altro suggerimento:

«Chiama il Brasile… ricordi della persona che hai conosciuto dodici anni fa?».
«Io sì, ma dubito che si possa ricordare di me», Ribatté Julian, ma comunque chiamò. E il Brasile si ricordava di lui.

In breve tempo si ritrovò in una piccola cittadina nell’entroterra di Sao Paulo, senza conoscere una sola parola della lingua locale, dove la sua prima permanenza durò un mese, il tempo esatto per spostare completamente la traiettoria della vita di Julian.

E il suo sogno era esploso, s’era felicemente frantumato in un’infinità di altri piccoli sogni. Ora ne aveva intorno a sé a milioni, d’ogni forma e colore. Non staremo qui a raccontare di dieci anni vissuti in quest’incredibile avventura, ma ciò che si deve sapere è che lì incontrò Catarina, che divenne prima sua compagna, poi sua moglie e dopo la madre di Nino, il loro figlio. E quanti sogni realizzati videro insieme, i propri e quelli di innumerevoli persone che loro incontrarono, con le quali condivisero grandi gioie.

Con le sue immagini apprese a comunicare in sintesi; un attimo raccolto alla realtà che lo circondava, un riflesso di ciò che trovava dentro di sé

Specialmente il sogno di Julian, quello di raccontare attraverso una telecamera, si fece gigante: raccolse immagini e voci in orfanotrofi, in favelas, in terra di Indios, libere e altre prigioniere, di anziani felici d’aver vissuto la propria vita e di altri infelici per non aver ricordato di vivere, di donne che trascinavano dolori e di altre che se n’erano finalmente liberate, di uomini soli catturati dal potere e di altri per gli altri pronti a donarsi.

Immortalò artisti sepolti dalla propria arte e altri che con l’arte avevano appreso a giocare, persone senza capacità di parola che raccontavano tutto e persone piene di vocaboli che dicevano niente, persone ricche di tanta vita e altre ricche solo di tanto denaro, persone senza gioia, altre piene d’amore, persone nella fase terminale della propria esistenza e altre all’inizio della scoperta della propria vita. Un mare infinito di gente, come dice qualcuno, nel quale Julian apprese a navigare.

E a pensaci un attimo: che esperienza meravigliosa, direi. Ma il suo sogno di registrare volti e dare loro voce era destinato a cambiare perché, come si diceva poc’anzi, i sogni si muovono, non stanno mai fermi. Così un bel giorno la sua ultima preziosa telecamera morì. Successe durante un viaggio, quando dalla Spagna sarebbe dovuto, con la sua famiglia, trasferirsi in Portogallo. Lisbona lo accolse anche privo di telecamera, ma Julian non riusciva a darsi pace: cosa avrebbe dovuto fare, adesso? Glielo disse l’Oceano.

Fu durante un’interminabile camminata lungo il confine tra la fascia di terra e il mare, proprio dove le onde dell’oceano accarezzano la spiaggia portoghese, che Julian raccolse una conchiglia. Nera, piatta, piccola. Le diramazioni delle sue nervature, che convergevano tutte in un unico punto, erano un bel suggerimento, che dite? E poi, se ci fossero stati ancora dei dubbi, gli si aggiunse la voce del Mare, appunto.

Ascolto era la parola. Curiosamente, comprese lucidamente che il processo – prima con la fotografia, poi con i documentari video – lo aveva condotto in un luogo che sentì d’essere finalmente pronto di poter conoscere. Era arrivato a Lisbona per cambiare il suo sogno e lì il sogno cambiò in un microfono.

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Tutta la sua nuova attrezzatura si ridusse solo al microfono di un registratore audio, tascabile. Ma ciò che finalmente avrebbe potuto raccogliere con questo, era l’essenza della sua ricerca, era ciò che unicamente contava. Solo la voce, solo la storia raccontata. Quindi addio alle inquadrature, addio alla ricerca della luce migliore e alle location, addio ai volti, ai vestiti e a tutto ciò che si vedeva e soprattutto addio alla tensione o al piacere di apparire, di mostrarsi o di farsi guardare. Era giunto il momento di dire e di ascoltare. Quante cose potevano finalmente andarsene, compresa quella radicata pesante personalità da fotografo che, poco a poco, scomparve da Julian.

L’avventura che visse – dalla Lisboa portoghese e poi fino al nord della penisola iberica lungo le coste di Santiago di Compostela e dopo al centro nella terra di don Chisciotte della Mancha e ancora al sud sui monti della Sierra Nevada – in un lento camminare con il microfono nelle sue mani fu, sinceramente, unica, magnifica e straordinaria. La bellezza che vide nel suono delle voci era di gran lunga superiore a ogni immagine che aveva realizzato. La ricchezza che aveva scoperto era infinita, così intensa di Vita. E questo, Julian, mai se lo sarebbe sognato.

In parallelo a questa raccolta, a questi incontri con il microfono, Julian s’inventò un podcast, un contenitore dove chiunque avrebbe potuto trovare e ascoltare gratuitamente grande parte del tesoro raccolto lungo il suo viaggio. Un sito dove lasciare queste impronte che non erano solo sue, ma di ogni persona alla quale s’era avvicinato e con la quale aveva camminato lungo un breve tratto di strada nel percorso della propria vita, con delicatezza e profondo rispetto, empatia e libertà di condividere per davvero.

Di questo progetto si potrebbe dire e raccontare così tanto che ora nemmeno mi azzarderò a farlo, anche perché ogni distinto incontro raccolto in questo podcast è originale e a sé, pur essendo nel medesimo tempo unito con tutti gli altri in un meraviglioso corale, un mosaico da contemplare.

QATEOM: così ha voluto esser chiamato questo impronunciabile progetto, con un acronimo che in portoghese significa “quando la terra incontra il mare“, a ricordare d’un preciso momento e unico: quello di un incontro indimenticabile con la Vita.

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