8 Lug 2022

Anna Rizzo: “Per riattivare i borghi si parta dalla cultura, dai giovanissimi e dalle comunità locali” – Meme #41

Scritto da: Paolo Cignini
Video realizzato da: PAOLO CIGNINI

Vivere il luogo, creare relazioni stabili con chi lo abita, sporcarsi le mani, esporsi in prima persona. È questo il metodo di lavoro che da più di dieci anni accompagna Anna Rizzo nel suo viaggio personale e professionale per studiare e contribuire a riattivare i borghi italiani. Ne ha parlato con noi, proponendo anche una critica puntuale e ragionata sulle attuali politiche di sostegno alle aree interne.

Oggi vi proponiamo una storia corredata di due video che vi abbiamo già raccontato più volte su questo giornale: quella dell’antropologa e ricercatrice Anna Rizzo e del suo personale e originale rapporto con le aree interne e i piccoli borghi. Perché lo facciamo? Perché dare un volto ad Anna significa aggiungere un nuovo tassello al mosaico di Italia che Cambia.

Ammetto da subito la mia scarsa capacità di essere oggettivo con lei: per me rappresenta l’incarnazione perfetta del nostro progetto, grazie alla sua incrollabile volontà nell’andare oltre le apparenze e di scavare nel profondo delle cose, al suo desiderio di incontro e di ascolto delle persone, la passione profonda per lo studio e per la conoscenza. Ultimo, ma non per importanza, il coraggio di incarnare in prima persona l’ideale di vita che adora raccontare

Queste caratteristiche mi rendono più “digeribile” anche il secondo video di oggi, dove Rizzo esprime una radicale critica alle politiche finora adottate sulle aree interne e sul cosiddetto “riabitare”. È convinta – lo ascolterete – che chiunque si occupi di un argomento debba aver compiuto un’esperienza pratica di ciò che racconta: «Non si può rimanere solo sulla teoria e sugli ideali – sostiene –, la maggior parte degli addetti culturali, specialmente in ambienti ministeriali e pubblici, che si occupano di aree interne e di paesini non conoscono nulla di questi contesti».

Orto Il dito verde Anna Rizzo Frattura AQ foto Claudio Mammucati

Non ci hanno vissuto e non ci vivono, non intessono rapporti con le persone che li abitano e non hanno nessuna intenzione di farlo, sostiene Anna Rizzo. «Sono persone che non nutrono una sincera voglia di ricerca e di scoperta dei luoghi. Aspetto, quello del coinvolgimento di chi vive i paesini ogni giorno, che è invece fondamentale per comprendere i disagi e i disservizi che vivono le aree interne e per creare, insieme alle comunità, un nuovo modello di abitarle e viverle che metta davvero la cultura al centro, non caratterizzato solo da slogan vuoti utili alla manifestazione o al festival di turno».

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Ogni giorno parliamo di uno dei migliaia di progetti che costellano il nostro paese. Vorremmo raccontarne sempre di più, mappare tutte le realtà virtuose, e magari anche la tua, ma per farlo abbiamo bisogno che ognuno faccia la sua parte.

PERCHÈ LA CRITICA DI ANNA È CREDIBILE?

Come sapete, noi di Italia che Cambia non abbiamo un “buon rapporto” con le critiche, se fini a sé stesse. In un contesto mediatico (e non) caratterizzato da superficialità e pigrizia, abbiamo sempre prediletto il racconto di storie propositive di cambiamento, ci siamo concentrati nel racconto su “come” realizzare i progetti, non sul “se” realizzarli. Quando però la critica proviene da persone che incarnano lo spirito che guida il nostro progetto, il compito del giornalista diventa quello di tenere le orecchie ben aperte e riportare fedelmente l’opinione, a volte molto dura, di chi abbiamo di fronte.

Anna è credibile e titolata a parlare di queste tematiche: il nostro Francesco Bevilacqua ha seguito e raccontato la sua missione a Frattura, piccolo borgo in parte diruto situato nella Valle del Sagittario in Abruzzo, il luogo dove ha iniziato concretamente ad occuparsi di aree interne. Trovate tutti gli approfondimenti nel video che vi proponiamo, ma vi raccontiamo parte della sua storia in estrema sintesi.

L’ESPERIENZA DI FRATTURA

Anna è arrivata a Frattura grazie a una missione dell’Università di Bologna che aveva lo scopo di implementare la carta Archeologica della Valle del Sagittario. In quella missione era la responsabile della parte antropologica della ricerca. Iniziando il  lavoro sulla ricettazione dei beni archeologici trafugati nella zona durante gli anni novanta, una delle sue prime interlocuzioni fu con le persone del posto: «Non trovavo nessuna fonte e nessuna documentazione che mi raccontasse la storia del luogo – spiega – e mi resi conto che esistevano degli scenari e dei contesti non analizzati, non indagati, legati proprio ai paesi abbandonati e spopolati».

Iniziò allora un dialogo con le persone che non si è mai concluso: «Tutti mi dicevano che lì non c’era niente e allora cresceva la mia curiosità per questo luogo». Osservando con i suoi occhi di ricercatrice, trovò in Frattura un esempio di borgo considerato abbandonato, ma che invece non lo era. Nonostante fosse considerata una sorta di frazione della ben più conosciuta località di Scanno, Rizzo iniziò a intervistare gli abitanti del luogo, ricostruendone storia e caratteristiche, scoprendo che le persone non hanno mai smesso di coltivare la terra e di renderla un’attività economica – da qui il suo interesse per il fagiolo bianco di Frattura, volano economico del borgo.

Per realizzare e per traslare tutte le interviste fatte, Anna Rizzo chiese e ottenne di appoggiarsi in una stanza della ex scuola di Frattura, adattandosi al contesto: «Ho sempre dormito nel mio sacco a pelo. Con il passare dei mesi conoscevo e intervistavo le persone del luogo, le quali spontaneamente iniziarono ad arredare la mia stanza». Per immedesimarsi al meglio nel contesto di azione e per capire davvero come vivevano (e vivono) i locali, iniziò a prendersi cura dell’orto della sua casa, ad aiutare gli abitanti a lavorare le terre agricole della zona e si unì ai pastori nella pratica della “pastorizia a difesa”, che necessita di diversi spostamenti del gregge per difendersi dalla fauna selvatica locale.

Anna e Rosetta Frattura AQ foto Claudio Mammucari

«Erano giornate pienissime e vitali – ci racconta Anna –, le persone del luogo non mi hanno mai visto al bar per un aperitivo, nemmeno oggi quando torno lì ci vado. Ero completamente assorbita nella mia attività, che comprendeva la ricerca universitaria, la realizzazione delle interviste e il lavoro nei campi e con gli animali; ritmi molto duri e intensi. Per me Frattura è un laboratorio per un modello funzionale delle aree interne: qui le persone non hanno abbandonato gli insegnamenti del passato, ne hanno anzi fatto tesoro e li hanno adattati alla contemporaneità. Solo studiando davvero i luoghi si possono elaborare nuovi modelli credibili per il riabitare e lo studio deve andare di pari passo con il coinvolgimento attivo delle comunità che vivono in questi borghi».

UN MODELLO DA RIPENSARE

Anna Rizzo, oltre che a Frattura, ha portato questo modello di lavoro di ricerca e di partecipazione attiva alla vita dei piccoli borghi anche in altre zone d’Italia. Nel video precedente trovate approfondimenti anche sul suo lavoro di ricerca antropologica a Civita, ai Piedi del Parco Nazionale del Pollino in Calabria, dopo la tragedia del Raganello, e nel Cilento con la collaborazione in residenza con il festival Fòcare e con il progetto di forno comunitario “Il Forno di Vincenzo“.

Il lavoro di ricerca in Calabria ha dato vita a un libro, La Comunità Necessaria, dove Anna scrive: “La cultura deve necessariamente operare una profonda e accurata ricostruzione del sociale. Attivando una riflessione sulla calamità ed elaborando dispositivi simbolici di comprensione e di interpretazione della realtà. Inserendo le conoscenze elaborate in disciplinari, al servizio di interventi sociali, incentrati sulla mitigazione del rischio, la prevenzione da future catastrofi, la gestione dell’emergenza e l’educazione di comunità”.

L’educazione di comunità è proprio l’aspetto che, secondo Anna Rizzo, sembra mancare nelle politiche attuali sulle aree interne, che lei considera, senza troppi giri di parole, fallimentari. Diversi sono gli aspetti di critica che l’antropologa pone nel secondo video che vi proponiamo: una non velata misoginia tra gli autori dei programmi e dei bandi che dovrebbero rivitalizzare queste aree, che finisce per penalizzare le donne che sono spesso l’unico motore del welfare dei piccoli borghi.

Ma anche la totale assenza di mezzi pubblici e dei servizi pubblici essenziali nei piccoli centri, che non mettono le persone nella condizione necessaria per poter acquisire le capacità necessarie allo sviluppo sociale ed economico dei luoghi potenzialmente abitabili. E ancora, il mancato coinvolgimento, in qualsiasi azione o programma di intervento in questi luoghi, della comunità locale, spesso considerata secondo Rizzo più un ostacolo che la vera e solida base per costruire un modello di abitare i borghi abbandonati davvero sostenibile.

«Queste e altre condizioni stanno rendendo quasi impossibile qualsiasi azione concreta e seria per ripopolare i borghi abbandonati e dare vita ad un vero e proprio spostamento delle persone in questi luoghi. Quando la politica è così assente, le uniche persone che possono vivere questi posti sono solo coloro che hanno la fortuna di poterselo permettere e che possiedono i mezzi privati e le risorse finanziarie adeguate».

Solo studiando davvero i luoghi si possono elaborare nuovi modelli credibili per il riabitare

RIPARTIRE DAI GIOVANISSIMI

Ammetto, dopo un inizio entusiasmante, un certo sconforto nell’ascoltare il punto di vista di Anna: ma è davvero così irreparabile la situazione? «Io penso che la vera speranza la rappresentino i bambini e gli adolescenti. Non per retorica, ma perché possiedono quella capacità di risolvere i problemi e di utilizzo sapiente degli ambienti digitali che noi adulti non riusciamo a vedere. Infatti, nelle programmazioni ministeriali e nei bandi per le aree interne, i giovani sono completamente assenti e non ascoltati».

Eppure non mancano esempi virtuosi di ogni tipo: «Tra le vostre storie, sul settore della legalità si pensi a quanto hanno fatto di concreto e di utile iniziative come quelle di Addio Pizzo Travel e di Libera. Grazie al loro lavoro si sono ricostruite filiere imprenditoriali etiche impensabili fino a pochi anni fa. Io credo che l’Italia sia piena di energie già pronte ad attuare il cambiamento, ma è necessario che siano sostenute oltre che ascoltate».

Questi e altri aspetti del lavoro di Anna Rizzo sono contenuti nell’ultimo libro, appena uscito, intitolato I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia ed edito da Il Saggiatore. Aiuta a capire ancora meglio quanto la voce critica di Anna sia, in realtà, una dichiarazione di amore per questi luoghi.

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