22 Mar 2023

La storia dei Saharawi, il popolo “senza terra” dimenticato dal processo di decolonizzazione

Il Sahara Occidentale è la terra dei Saharawi – cioè i sahariani –, anche se non ufficialmente. La regione è infatti oggetto di contese geopolitiche e di pressioni anche violente da parte del vicino Marocco. Una delicata situazione che la comunità internazionale, salvo piccole eccezioni, continua a trascurare, alimentando la condizione sociale ed economica precaria di chi vive qui.

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Il 14 dicembre 1960, con la celebre risoluzione 1514 – in seguito denominata Dichiarazione sulla decolonizzazione –, l’ONU stabiliva formalmente l’inizio del processo di decolonizzazione, assecondando lo spirito che animava già da anni molti popoli desiderosi di dare una forma alla loro identità. E proprio l’autodeterminazione dei popoli costituisce il principio di ispirazione di tale movimento di idee.

Gli anni sessanta sono dunque ricordati, soprattutto in Africa, come la stagione delle indipendenze e la maggior parte degli Stati così come li conosciamo oggi si costituisce in quell’epoca di fermento politico e sociale. Esiste tuttavia un territorio che, ancora oggi, attende il proprio riscatto; seppur non particolarmente delineato dal punto di vista geografico o monumentale, esso si identifica con una forza straordinaria dell’animo della sua orgogliosa popolazione.

I saharawi, favolosi abitanti del deserto, nomadi pastori di lontane ascendenze yemenite, nascono dal millenario incontro fra le tribù berbere locali e i conquistatori orientali di fede musulmana provenienti dalla penisola araba. Al termine di diverse fasi di migrazione, si stabiliscono definitivamente in un territorio desertico a sud dell’Atlante, a ridosso dell’oceano Atlantico settentrionale. I prodromi delle recenti e spiacevoli vicende di questa terra controversa sono costituiti dalla colonizzazione europea: la Francia occupa sporadicamente quest’area fino al 1956, quando concede la piena indipendenza al Marocco, ma quella spagnola è la presenza più ingombrante.

saharawi

Particolarmente interessato alla protezione e allo sviluppo delle exclave di Ceuta e Melilla – così come delle isole Canarie e del loro pertinenziale spazio marittimo – il Governo di Madrid esercita una sorta di soft power sul Sahara Occidentale, strategia perseguita anche dopo la scoperta, nel 1949, di uno straordinario giacimento di fosfati nella zona di Boucra. Alla luce della scoperta di queste risorse minerarie, della credibile ipotesi della presenza di altrettanto interessanti risorse petrolifere e della grandissima pescosità delle coste sahariane, il territorio Saharawi diventa oggetto ambito e conteso sullo scacchiere geopolitico maghrebino e le neocostituite realtà territoriali – il Marocco su tutte – manifestano un ansioso interesse per il suo controllo.

La presenza spagnola continua tuttavia a garantire un ordine cordiale e, con l’esclusione di qualche episodica insofferenza – nel 1958 la Spagna reprime una velleitaria insurrezione locale con l’aiuto della Francia e del già scalpitante Marocco –, si arriva a metà degli anni sessanta, quando l’ONU si esprime in maniera esplicita e specifica sull’argomento, sancendo formalmente il diritto del popolo Saharawi a scegliere se costituirsi in uno Stato indipendente tramite un referendum o unirsi a uno Stato già esistente.

La Spagna, interessata soprattutto alle sue exclave e già orientata a disimpegnarsi, conduce nel territorio un censimento propedeutico allo svolgimento del referendum auspicato dalla comunità internazionale, pur con l’opposizione del Marocco, orientato all’apertura formale di una controversia giudiziaria: le fazioni cominciano a delinearsi. Il neocostituito Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro (POLISARIO), organizzazione nata nel 1973 con lo scopo di armare la fazione indipendentista, si impone come imprescindibile interlocutore, a rappresentazione delle velleità identitarie saharawi.

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Il Sahara Occidentale, terra dei Saharawi, si trova sulla costa ovest dell’Africa e ha una superficie di poco inferiore a quella dell’Italia. È abitato da circa mezzo milione di persone. La maggior parte del suo territorio è desertico. È una terra contesa e il Governo dell’autoproclamata Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi è in esilio in Algeria.

Nel 1975 la situazione precipita: la corte internazionale di giustizia si pronuncia a favore della legittimità delle ambizioni indipendentista saharawi e, in tutta risposta, il re marocchino Hassan II indice la Marcia verde, una vera e propria occupazione di buona parte del territorio saharawi, che entra dunque sotto il controllo del Marocco e non ne uscirà più. L’aggressione è stigmatizzata dalla comunità internazionale, ma nessun provvedimento concreto viene preso; la situazione si aggrava ulteriormente quando la Spagna, indebolita dalla irreversibile crisi del sistema franchista e ansiosa di disimpegnarsi definitivamente, firma un trattato di spartizione territoriale con Marocco e Mauritania.

Si tratta del primo di tanti passi falsi della governance globale, poco attenta e protettiva nei confronti del popolo saharawi, il quale dal canto suo decide di proteggersi da solo, dichiarando formalmente la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) nel 1976. Nello stesso anno si compie la drammatica diaspora saharawi, quando decine di migliaia di locali fuggono dall’aggressiva occupazione marocchina attraversando il deserto in direzione dell’Algeria e stabilendosi in campi profughi per mai più fare ritorno.

Nel 1980, per impedire il ricongiungimento della popolazione riparata in Algeria con quella rimasta sul territorio, il re Hassan II dispone l’edificazione di un lunghissimo vallo fortificato, che per 2700 chilometri attraversa il deserto separando la zona orientale e costiera del Sahara Occidentale – ricca di miniere e con accesso alle riserve di pesca e da allora sotto il controllo marocchino – dall’entroterra desertico.

Nel 1991 la situazione si normalizza: viene imposto un cessate il fuoco e l’ONU stabilisce una missione – diventata di fatto permanente – finalizzata alla preparazione del referendum per l’indipendenza. Manca tuttavia concretezza all’azione, il Marocco intraprende una politica di colonizzazione civile, con lo scopo di alterare la consistenza anagrafica della regione ed essere dunque favorito dall’esito di un eventuale voto; questa strategia viene contestata dal POLISARIO, che invoca l’indipendenza incondizionata.

Un apparente disinteresse sembra avvolgere la controversia e né gli organismi internazionali né i singoli Stati sono in grado di dirimere la questione locale e la comunità internazionale trascura colpevolmente gli interessi del popolo saharawi, afflitto da precarie condizioni di vita nei campi profughi e dalle angherie dell’esercito marocchino nei propri territori e sempre più isolato dal punto di vista internazionale.

Oggi l’Algeria, storica alleata, sta attraversando una grave crisi economica che ne distoglie l’interesse, mentre il colosso americano si ostina a flirtare con il Marocco, nuovo partner nord africano, arrivando addirittura a riconoscere la legittimità delle ambizioni territoriali marocchine sul Sahara Occidentale. In questa pessimistica situazione di stallo si distingue positivamente la piccola Emilia-Romagna, attentissima e appassionata finanziatrice di cooperazione decentrata, destinazione di risorse e promozione di programmi di sviluppo per il territorio, una carezza nel momento più duro.

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