3 Mag 2024

Ecco perché facciamo giornalismo costruttivo. Ne parliamo con Assunta Corbo

Scritto da: Daniel Tarozzi

Cosa significa fare giornalismo costruttivo? E perché è importante il suo ruolo all'interno del panorama mediatico odierno? Quasi senza saperlo noi di Italia che Cambia lo facciamo sin dalle origini ed è anche per questo che siamo entrati ufficialmente nel Constructive network, nato in Italia grazie alla volontà di Assunta Corbo, con cui il nostro direttore Daniel Tarozzi ha chiacchierato a lungo. I temi sul piatto? Lo stato di salute del giornalismo italiano, la differenza fra i vari tipi di giornalismo e soprattutto la risposta a una domanda: "Io cosa posso fare?".

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Ogni anno Italia che Cambia aderisce alla giornata dell’informazione costruttiva. Qui e qui i nostri editoriali degli ultimi due anni. Quest’anno abbiamo deciso di approfittare dell’occasione per annunciare che la nostra testata è entrata ufficialmente nel network che riunisce oltre duecento giornalisti che si ispirano a questi principi, il Constructive network, che vanta sette fondatori ed è guidato da Assunta Corbo.

Facciamo un passo indietro. Quando nel 2012 sono partito con il camper alla ricerca di esperienze concrete di cambiamento positivo in atto in Italia e quando nel 2013 abbiamo fondato l’associazione e poi il giornale non sapevamo che quello che stavamo facendo si chiamasse giornalismo costruttivo ma era proprio ciò che stavamo portando avanti. Sentiamo quindi l’adesione al network come naturale e inevitabile in quanto rappresenta ciò che prima inconsapevolmente e poi, da ormai diversi anni, coscientemente guida il nostro modo di raccontare il mondo: mostrare i problemi valorizzando le soluzioni, evidenziare esperienze positive replicabili, affrontare la complessità del mondo senza iper-semplificazioni, mantenere salta un’agenda non influenzata passivamente dai media “main stream”.

AssuntaCorbo Red
Assunta Corbo

Ho conosciuto da poco Assunta Corbo, ma ho trovato da subito molta risonanza nelle sue parole, in cui mi ritrovo. Vi propongo quindi qui quanto emerso dalla nostra conversazione intorno a queste tematiche. Premetto che ritengo questi temi fondamentali non solo per un modello di giornalismo efficace, ma anche per una vera libertà di informazione e quindi una possibilità concreta di cambiare le cose.

Ultimamente si parla molto di giornalismo costruttivo, giornalismo delle soluzioni e buone notizie. Puoi aiutarci a fare un po’ di chiarezza?

Questo periodo storico ha aperto la strada a nuove esigenze sia da parte di chi fa informazione che del pubblico. È nato il bisogno di un giornalismo che si occupi anche di ciò che funziona nel mondo e non solo di ciò che rappresenta un problema. Il giornalismo costruttivo ha come sua mission la narrazione della speranza attraverso le storie. La sua chiave è la risposta alla domanda What now? – “e adesso?” – che si aggiunge alle 5 W del giornalismo tradizionale – Who? What? When? Where? Why?.

Questa domanda stimola a guardare oltre il fatto accaduto per cercare un punto di vista che racconti possibilità e opportunità. È un approccio che invita a prestare attenzione anche alle parole che si utilizzano nei titoli e negli articoli invogliando al rispetto dei protagonisti delle storie e del pubblico stesso.

Il solutions journalism, giornalismo delle soluzioni, è una sfumatura del giornalismo costruttivo ed è fortemente orientato alle soluzioni ai problemi che vive il nostro tempo. In questo caso la domanda che guida la narrazione è How?, “come?”. Il focus quindi è il racconto di una risposta a una difficoltà della comunità che possa essere raccontata nella sua applicazione, con dati concreti che ne evidenziano l’efficacia e con l’onestà di mettere l’attenzione ai limiti della soluzione. L’obiettivo è fornire esempi concreti e replicabili anche in altre comunità. Fornisce ispirazioni e idee. Questo tipo di giornalismo è molto efficace in ambito sociale, economico, ambientale e trova una buona applicazione nella stampa locale.

giornalismo costruttivo

Sia il giornalismo costruttivo che il giornalismo delle soluzioni hanno a cuore la narrazione in tutte le sue parti. Questo significa che non chiudono gli occhi davanti ai problemi. Ogni approfondimento parte da un contesto che viene caratterizzato da una difficoltà o un’esigenza ma anziché restare fermo a questo aspetto – come per lo più avviene nella narrazione sui mass media – focalizza l’attenzione su ciò che funziona.

Questo ultimo aspetto li differenzia molto dal giornalismo positivo delle buone notizie, che invece si limita a raccontare ciò che funziona e che tende a trasformare i protagonisti delle storie in eroi ed eroine. Il risultato è un’informazione che manca di alcuni aspetti che sono quelli realistici dettati dai problemi e dal contesto.

Come e quando è nata l’idea di un network italiano di giornalismo costruttivo? 

Ho scoperto il giornalismo costruttivo intorno al 2013, quando ho capito di voler svolgere la professione che tanto amo in modo diverso. Mi mancava qualcosa e così ho iniziato a cercare nuove visioni nel mondo digitale. Mi sono innamorata del profondo rispetto per il pubblico che denota sia il giornalismo costruttivo che quello delle soluzioni. Così mi sono messa a studiare e ad applicarlo per alcuni anni.

Ho cominciato a parlarne agli eventi e sui social network, non sempre con un pieno sostegno da parte della categoria, devo dire. Poi a novembre 2019 è nato il Constructive Network, che voleva essere un modo per creare una rete di professionisti e professioniste pronti a sostenersi. Sin da subito l’obiettivo del network è stato quello di restare uniti sostenendo un approccio all’informazione in cui crediamo fortemente ma anche fare formazione e generare opportunità per i colleghi e le colleghe che ne fossero attratti. Oggi siamo 200 distribuiti su territorio italiano ed europeo.

giornalismo costruttivo
Da sinistra a destra: Vito Verrastro, Angela Di Maggio, Assunta Corbo, Isa Grassano, Andrea Paternostro, Mariangela Campo e Marco Merola.
Chi sono i fondatori e come sono stati scelti?

Ricordo molto bene quei primi momenti di condivisione. Ho chiamato Isa Grassano, Vito Verrastro, Marco Merola, Mariangela Campo, Andrea Paternostro e Angela Di Maggio e chiesto loro di essere con me in questo viaggio. Mi hanno detto subito sì e così abbiamo dato vita al network. Perché loro? Sono professionisti e professioniste che stimo profondamente e che hanno quella sensibilità necessaria per intraprendere un percorso così complesso. Cambiare il paradigma dell’informazione è una sfida molto importante che va condotta con determinazione e consapevolezza. Ognuno di loro porta avanti progetti personali che hanno un’anima costruttiva e che portano grande valore al percorso del nostro network. Abbiamo iniziato senza darci troppi obiettivi, poi durante il viaggio abbiamo delineato la rotta.

Che rapporto ha il network italiano con le analoghe reti europee e americane?

Dialoghiamo con entrambe le realtà: il Constructive Institute in Danimarca, fondato e diretto da Ulrik Haagerup, e il Solutions Journalism Network negli Stati Uniti, fondato da Tina Rosenberg e David Bornstein. Con questi ultimi è un dialogo più quotidiano di confronto, collaborazione e ispirazione. Ho avuto la grande opportunità di fare una fellowship con il Solutions Journalism Network e di diventare trainer certificata con loro. Il nostro magazine News48.it è nato grazie a un grant ricevuto dagli americani che ci hanno anche chiesto di celebrare in Italia i primi dieci anni del loro network. Abbiamo organizzato un evento a Milano il 26 ottobre 2023 con la partecipazione dei membri del network, partner e docenti universitari.

Quello di cui abbiamo bisogno davvero è una narrazione che ci aiuti a comprendere la complessità del mondo che avanza imperterrita

E di cosa si occupa nel concreto?

In concreto il network si occupa di formazione continua professionale ai membri che ne fanno parte. Ogni mese viene organizzata una call di allineamento e confronto e una volta l’anno – a maggio – viene organizzato a Roma il Constructive Day, che riunisce colleghi e colleghe che arrivano da ogni parte d’Italia e d’Europa. Veniamo coinvolti anche in formazioni presso gli Ordini dei Giornalisti Regionali e presso le Università. Nella nostra mission c’è la creazione di connessioni tra i colleghi e le colleghe che fanno parte della rete: i giornalisti non sono una categoria che collabora con facilità, noi proviamo a farlo con costanza ed entusiasmo. Sono nate diverse opportunità in questi anni.

Con il nostro magazine News48.it garantiamo il percorso per ottenere il tesserino come da indicazioni dell’Ordine dei Giornalisti ai ragazzi e alle ragazze che scelgono questa professione. Li seguiamo nel percorso per aiutarli a diventare giornalisti costruttivi. Altri temi per noi importanti sono la condivisione e il sostegno concreto. E questo riguarda progetti individuali e di gruppo, articoli, eventi. Qualunque iniziativa di un membro viene condivisa nel network e sostenuta dagli altri.

Come sta il giornalismo italiano e che ruolo ricopre secondo te questo approccio nel panorama odierno?

Credo che il giornalismo italiano non goda di ottima salute. La perdita di credibilità nei confronti della professione ha vissuto una rapida ascesa negli ultimi anni. Quella a cui siamo abituati è un’informazione che fa leva sugli istinti primordiali degli esseri umani. Ma quello di cui abbiamo bisogno davvero è una narrazione che ci aiuti a comprendere la complessità del mondo che avanza imperterrita. In questo momento il feedback che riceviamo dai media è di una società corrotta, abitata da persone senza scrupoli, fondata sull’odio e sulla rabbia.

giornalismo costruttivo

Ma è davvero così? Il giornalismo costruttivo è certamente un approccio di nicchia che si rivolge al pubblico che ha voglia di allenare il proprio pensiero critico e di scoprire le sfumature che raccontano anche l’altra parte della storia. Quella che ospita persone che si danno da fare, comunità che riemergono, problemi che offrono soluzioni. Se smettiamo di credere nell’umanità perdiamo una grande opportunità e finiamo per sentirci impotenti. L’impotenza è una malattia che genera paura, rabbia, frustrazione: nulla di buono per noi.

Che obiettivi vi siete dati come rete per i prossimi anni?

Abbiamo una carta etica del giornalismo costruttivo redatta da Mariagrazia Villa, docente di etica dei media e Presidente del Comitato Etico del Constructive Network, che vorremmo fosse inclusa nelle carte dell’Ordine dei Giornalisti. Su questo stiamo lavorando assiduamente insieme a Vincenzo Varagona, Presidente Nazionale UCSI. Nei nostri piani c’è la formazione e il supporto ai giornalisti di domani, ma anche la possibilità di organizzare sempre più iniziative per aiutare il pubblico a informarsi in modo costruttivo.

Si dice che “una cattiva notizia è una buona notizia”. Secondo te è vero?

Questa è una delle affermazioni più pericolose da sostenere. Sin da quando ho iniziato il percorso in questa professione, a 19 anni, ho sentito stridere queste parole. Con il giornalismo costruttivo ho capito di avere tutti gli strumenti per poterla sfaldare. La cattiva notizia è una buona notizia solo per il cattivo giornalismo, per quello che ambisce a seminare paura, frustrazione e rabbia nelle persone. Quello che sceglie percorsi che volgono lo sguardo in direzione opposta rispetto a quello del pubblico che vuole conoscere, sapere, comprendere.

giornalismo costruttivo

La notizia buona è una notizia curata e onesta. È quella che intercetta il bisogno della comunità e si impegna a cercare le risposte che ci sono là fuori per poterle raccontare. È la notizia che ha a cuore le persone più che i propri interessi. Il giornalismo nasce come servizio pubblico e poi si è snaturato completamente. Per questo il giornalismo costruttivo e delle soluzioni ha accolto la sfida di una contro narrazione.

Assunta… perché lo fai?

Siamo piccole gocce nell’oceano, ma abbiamo sempre la possibilità di scegliere. Siamo tutti responsabili pur nel nostro piccolo. Quando è nata mia figlia – nel 2010 – mi sono chiesta se volessi farle credere che il mondo è un posto orribile in cui vivere. E quando ho capito che avevo il desiderio di volerle dare una visione più ampia mi sono chiesta: io cosa posso fare?

Amo la mia professione con tutta me stessa e vederla andare a fondo mi ha sempre provocato un grande dispiacere. Ciò che posso fare nel mio piccolo voglio poterlo fare. Ogni mattina mi faccio un’altra domanda per me potente: che tipo di persona voglio essere oggi? Queste domande mi aiutano a delineare la mappa nonostante le sfide, gli ostacoli e anche i successi che possono talvolta offuscare.

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