7 Set 2018

La luna e i calanchi: paesaggio, poesia, paesologia e… plastica

Scritto da: Ezio Maisto

Si è da poco conclusa ad Aliano, in Basilicata, la settima edizione della Festa della Paesologia, manifestazione ideata e curata da Franco Arminio. Cinque giorni di poesia, musica, arte, laboratori e senso di comunità nel magico scenario descritto da Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”. Peccato che, fra le tante belle “P” protagoniste dell’evento se ne sia insinuata un’altra meno piacevole.

Basilicata - Anche quest’anno la mia estate è finita ad Aliano. Agli amici che mi hanno chiesto cosa mi spingesse a tornare con tanta convinzione nel paese del confino fascista più celebre d’Italia, ho evitato di rispondere con una delle tante descrizioni da “Cristo si è fermato a Eboli” appese ai vecchi muri del villaggio. E troppo facile sarebbe stato anche citare le più recenti parole del poeta e paesologo irpino Franco Arminio, che lo avvolgono in un efficace alone di mistero: “Aliano è un paese che da lontano non si vede bene e […] quando ti avvicini sembra allontanarsi”. La verità è che Aliano è solo una scusa come un’altra. Il motivo per cui ci torno, infatti – questa è stata la risposta che ho dato ai miei increduli amici – è perché voglio passare le mattine seduto al bar del paese. Intendiamoci, questa affermazione avrebbe meno senso se il paese non fosse la sede de La luna e i calanchi, la festa della paesologia ideata dallo stesso Arminio che dal 2014 si tiene nel piccolo centro del materano circondato dalle spettacolari formazioni argillose conosciute come calanchi.

Quando ci si siede al bar di Aliano durante il festival, il tempo si prende una pausa. Al suo posto entrano in scena quelli che un attimo prima sono passanti e un attimo più tardi – “scusi, è libera quella sedia?” – si trasformano in complici. Complici per una cena volante prima di una proiezione, una performance o una lettura di poesie; complici di una passeggiata notturna al cimitero comunale per omaggiare la tomba di Carlo Levi o di una diurna ai calanchi; complici di una o più albe di concerti e balli. O, forse, complici soltanto di quell’unico scambio davanti al bar a cui non seguirà che un rapido saluto al prossimo, immancabile incontro. E allora, seduti al tavolino, i minuti smettono di scorrere inesorabili e si fermano per un po’, coccolati dal sole mai troppo afoso, in un’attesa gioiosa che prescinde dalla loro “produttività”. Perché Aliano è una fiera fatta di atmosfere, “dove non si vendono merci ma incontri”; un sito di incontri dove non si gode della possibilità del sesso ma di quella della letizia.

 

Proprio questo riuscito e casuale miscuglio di persone del luogo, artisti sconosciuti e pubblico proveniente da tutta Italia, restituisce il senso profondo del festival: la riscoperta dei valori della cultura tradizionale, della ruralità, della frugalità, di una decrescita tanto selettiva quanto poetica che qualcuno definisce umanesimo delle montagne. Come scrive lo stesso Arminio, questo “non è un evento in cui qualcuno viene a esibire la sua arte, nella logica del consumo culturale fine a se stesso; l’idea è che le persone del paese, gli artisti invitati e i visitatori del festival costituiscano una comunità provvisoria capace di infondere fiducia nella vita dei piccoli paesi”.

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Una comunità provvisoria che anima le tortuose stradine, scalinate, botteghe abbandonate e terrazze che si affacciano sui calanchi e che, normalmente spopolate, si trasformano per cinque giorni (e notti!) nelle sedi di laboratori artigianali, forni sociali, gallerie d’arte, improbabili enoteche, improvvisate osterie. Oppure in piazzole da campeggio per chi preferisce addormentarsi al sibilo del vento che soffia fra le casupole in pietra, invece che nel silenzio della tensostruttura che il comune allestisce ogni anno accanto alla biblioteca comunale (il paese non è attrezzato per l’ospitalità tradizionale e speriamo non lo sia mai).

la luna e i calanchi 2

Foto di Giuseppe Formiglio


C’è posto, c’è abbastanza posto per tutti, nonostante a ogni edizione i partecipanti aumentino sempre di più – quest’anno moltiplicando per venti una popolazione che normalmente conta meno di mille residenti – e una direzione artistica che privilegia artisti e performer sconosciuti ai più. Una scelta coraggiosa e vincente è proprio il fatto che, tra gli ospiti, sono rari i volti noti o televisivi, che troppo spesso attraggono un pubblico più interessato alla tradizionale fruizione mordi e fuggi che a vivere il senso di comunità e ad offrire un contributo di creatività.

 

E sì, perché la sensazione più forte che si ha durante il festival è che ciascuno, per il semplice fatto di esserci, possa portare un proprio contributo: musicale, poetico, attoriale, performativo, visivo; perfino lenitivo, come nel caso di Giuseppe Miccoli e dei suoi massaggi gratuiti “agli eroi stanchi”. E come non considerare un contributo altrettanto importante quello di coloro che vanno in giro portandosi dietro una pagina da leggere ad alta voce o un libro da scambiare?

 

Sia chiaro, il programma c’è – ed è anche ricchissimo, visto che continua notte e giorno quasi senza interruzioni – ma la peculiarità è che può sempre cambiare: negli orari, negli interpreti, nei luoghi, nelle attività e nelle offerte di laboratori gratuiti che spuntano ogni giorno come funghi sulla bacheca allestita ad hoc in Piazza Garibaldi. L’improvvisazione è ormai un approccio talmente caratterizzante che è stata istituzionalizzata. Non a caso sul programma ufficiale si possono trovare “conversazioni oziose” o “incontri non programmati” con la stessa dignità del concerto clou serale o dei sorprendenti canti di apertura in farmacia e in panetteria.

 

Franco Arminio – che del festival non è soltanto l’ideatore ma anche il curatore, presentatore e direttore – è particolarmente capace a cogliere il momento e capire quale direzione prendere: se rispettare i tempi del programma o, più di frequente, ritardarli (cosa che qui non produce proteste, ma opportunità); se dare spazio a chi si propone in quel momento o ascoltare i commenti del pubblico, col quale riesce sempre a dialogare con grande facilità. “Volete fare l’alba?” è la domanda che cala dal palco tutte le notti, che l’alba sia “necessaria” o “facoltativa”, ossia prevista o meno nel programma. E la piazzetta Panevino, il piccolo e raccolto salotto architettonico nel quale si succedono gli eventi notturni e nel quale è, di fatto, annullata la distanza tra spettatori e artisti, non fa che facilitare questa interazione.

la luna e i calanchi

Foto di Giuseppe Formiglio


Eppure, qualsiasi sia la risposta alla fatidica domanda della notte, un’alba, quella della domenica, è obbligata per tutti. E lo scenario è di quelli che raramente un luogo diverso da Aliano potrebbe accogliere con altrettanta potenza. L’ultima passeggiata ai calanchi inizia tra le 4 e le 5 del mattino, con il senso di comunità a farla ancora da protagonista. Tutti coloro che sono forniti di mezzi propri si prodigano per offrire un passaggio a chi invece si è incamminato a piedi. Sono 5 i km che separano il centro abitato dallo spettacolo che il tempo ha modellato nei secoli pennellando strapiombi improvvisi di un bianco accecante e di lunare bellezza. Una scenografia naturale perfetta per celebrare – fra arpe, flauti, canti solitari e talvolta pecore – gli ultimi riti di trasformazione di migliaia di perfetti sconosciuti… in complici.

 

In questa armonia di sobria ritualità, che esalta il sacro dei luoghi nascosti e la magia delle emozioni indotte dal paesaggio, sentiamo tuttavia il bisogno di sottolineare la presenza di una nota stonata particolarmente grave per un festival che si pone l’obiettivo di “coniugare arte e ambiente in un connubio non asservito alle logiche del puro consumo culturale”. Dal primo all’ultimo giorno, infatti, anche quest’anno è stata una continua e forsennata distribuzione di bicchieri, bottiglie, piatti, posate, buste e vassoi in plastica monouso presso ogni angolo ristoro del paese. Al punto che siamo costretti a domandarci se, oltre al numero di partecipanti, non sia persino più significativo, per provare il successo della manifestazione, pubblicare il dato relativo ai quintali di evitabile spazzatura prodotta. Oltre che contribuire alla dispersione di materiali inquinanti nell’ambiente (inutile raccontarci la favoletta della differenziata), questo approccio è soprattutto uno spreco di opportunità ri-educative. Perché questo festival non è una sagra qualsiasi.

 

Non sappiamo, e non ha importanza saperlo, quanto questa scelta sia stata subita o partecipata dalla direzione artistica del festival. Quello di cui siamo certi è che la nostra nota sarà interpretata per quello che è: una critica costruttiva che può aprire nuove strade ad una manifestazione già adesso straordinariamente innovativa. Parafrasando uno scritto dello stesso Arminio, se dalla coscienza di classe la paesologia ci può accompagnare verso la coscienza dei luoghi, la prossima tappa potrebbe essere quella della coscienza delle azioni.

 

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