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18 Apr 2019

Daniel Lumera: “Il perdono è un atto rivoluzionario” – Meme #20

Scritto da: Daniela Bartolini

Il perdono, in senso universale e laico, è un elemento fondamentale per la qualità della vita, la salute, le relazioni, la società e la risoluzione dei conflitti. Ecco perché, comprendere il significato del perdono significa comprendere il significato della vita. Ne abbiamo parlato con Daniel Lumera, docente, scrittore e formatore a livello internazionale che ha approfondito temi quali il perdono, la meditazione e la felicità.

“Quando chiedo alle persone perché perdonare, mi rispondono ‘per stare meglio, per liberare il mio cuore, per essere più leggeri, per dimenticare il passato’, sono sempre risposte che richiamano logiche di convenienza. Perdoniamo per ottenere qualcosa, quando la parola stessa per-donare, ha un significato più profondo; perdonare è il superlativo del dono, vuol dire trasformare il dolore più grande, ma anche l’amore più grande, in un dono”. Infatti quando un essere umano si attacca al dolore soffre, così come quando l’amore si trasforma in possesso, ossessione.

Daniel Lumera, docente, scrittore, conferenziere internazionale, che incontriamo a Scirarindi in Sardegna, sua terra di origine, è un esperto nell’arte del perdono che definisce “un modo di camminare nella gratitudine, nell’amore, che ci permette di trasformare sia l’odio che l’amore in dono, dando una dimensione più profonda alla vita”.

“Comprendere il significato del perdono significa comprendere il significato della vita” ed è un atto rivoluzionario, afferma Lumera, ideatore del metodo My Life Design®, il disegno consapevole della propria vita professionale, sociale e personale, applicato a livello internazionale in aziende pubbliche e private, al sistema scolastico, penitenziario e sanitario.

“Il lavoro sul perdono, precisamente della Scuola Internazionale del Perdono – l’International School of Forgiveness, progetto della Fondazione My Life Design che studia l’impatto del perdono sugli individui, le relazioni e la società, di cui Lumera è direttore dal 2013 – è un progetto formativo che che porta un concetto, un’esperienza, un’idea nuova e rivoluzionaria del perdono”, inteso in senso laico e universale, per la trasformazione degli individui, delle relazioni, della società e per la risoluzione dei conflitti tra Stati, popoli, etnie e religioni.

“Il perdono per me è un elemento fondamentale per la qualità della vita delle persone, la salute, la creazione di relazioni equilibrate, felici, durature. Per me il perdono è una scienza della felicità. Ci sono migliaia di articoli scientifici che ci spiegano che chi sa perdonare vive più a lungo, si ammala di meno e ha una qualità della vita nettamente superiore. Il perdono ci permette di far funzionare il nostro cervello in maniera completamente nuova, di educarlo alla felicità. E sopratutto è una medicina che permette al nostro sistema immunitario, cardiaco, circolatorio, di funzionare meglio”.

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Ma sul concetto di perdono, sulla parola perdono, ci sono tanti falsi miti e incomprensioni, Lumera fa riferimento a un nuovo paradigma di perdono in cui “perdonare non è non reagire. Porgere l’altra guancia significa mostrare l’altro aspetto di noi, quello che non reagisce all’odio con altro odio. Perdonare non è condonare, non è dimenticare, ma è ricordare ciò che è accaduto svuotando il passato dai contenuti di sofferenza. Perdonare non è un atto di superiorità, non vuol dire “ti perdono” perché sono superiore a te. Ci insegna come essere felici, e non è una felicità che dipende da ciò che facciamo, da ciò che abbiamo, ma dalla consapevolezza di ciò che siamo.

Perdonare è una strategia evolutiva che permette all’essere umano di essere più adatto alla sopravvivenza della specie perché così crea relazioni non conflittuali, più armoniche nel tempo. E perdonare non vuol dire non arrabbiarsi. Bisogna imparare ad arrabbiarsi in pace, così la prospettiva che offriamo alle persone non è una prospettiva di giudizio; la rabbia in sé non è positiva o negativa, a volte tirare fuori la rabbia è proprio l’elemento che sblocca, che crea un’apertura rispetto alla repressione di anni. Il problema non è l’odio, la rabbia, l’amore ma cosa io faccio con queste cose, se la rabbia è utilizzata in maniera costruttiva è un’espressione di creatività, anche di guarigione a volte”.

Perdonare non è quindi un percorso puntuale ma “un cammino di ricerca interiore che non ci dice cosa, quando, come si fanno le cose; non dà regole, ma al contrario, ci permette di ascoltarci profondamente, di discernere e di avere il coraggio di seguirci che è una delle cose più complesse perché questa società non educa all’ascolto e alla responsabilità”. E che “lavora su tre livelli: quello personale, il perdono rispetto a se stessi, e alle esperienze del passato che possono essere traumatiche, dolorose; sull’aspetto relazionale, il perdono dell’altro da sé, in famiglia, nella coppia, etc., ma anche della propria malattia; a livello sociale, in cui il perdono diventa elemento di trasformazione, di evoluzione, di interconnessione, di riconciliazione tra i popoli”.

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La Scuola Internazionale del Perdono è un progetto con una vocazione sociale molto forte che ha introdotto le pratiche di perdono e la meditazione in tantissimi contesti: dalle scuole, a luoghi di grande sofferenza come gli ospedali, nell’accompagnamento al morente e nell’elaborazione del lutto, e nelle carceri, sostenendo e promuovendo un approccio inclusivo e riparativo alla giustizia.

“Il tema perdono/giustizia è molto delicato. Il nostro cervello rettile ci spinge subito alla vendetta, a ottenere qualcosa attraverso la punizione dell’altra persona, ma punire un’altra persona non è la giustizia reale. Ho visto, nelle migliaia di persone che ho incontrato nelle carceri, che il fatto che cercare di correggere una pena inferta infliggendo un’ulteriore pena, non è un modo per risolvere le cose. La giustizia italiana basata sulla punizione, ha una recidiva del quasi 70%, questo significa che quasi 7 persone su 10 tornano in carcere per aver reiterato lo stesso reato. Secondo me è necessario un elemento come il perdono che tratti un approccio riconciliativo. Questo non significa che giustifico un assassino, significa che non mi relaziono a lui attraverso odio, risentimento, rabbia, non agisco per paura, non agisco per punire l’altra persona perché anche lui è una vittima. Non esistono carnefici, esistono vittime di altre vittime.

Ho raccontato la storia di un ergastolano il cui padre da piccolo lo picchiava e gli diceva mentre lo picchiava che lo faceva per amore, quindi lui ha registrato nel suo cervello di bambino che se vuoi bene a una persona, per dimostrargli che l’ami, devi fargli del male. E da grande, quando ha ucciso delle persone, ed è finito in carcere, condannato all’ergastolo, l’unica persona che è andato a trovarlo era la madre di una delle persone uccise e questa donna ha cercato di capire la sua condizione, di capire perché lo aveva fatto. E ha capito che insieme a lui si poteva fare un percorso di comprensione, di riconciliazione, di amore. Attraverso questo amore ha cambiato quella persona”.

Una considerazione che ci riporta alle parole dei grandi maestri della storia dell’umanità, come Buddha e Ghandi, che ci hanno detto che non si può superare l’odio con altro odio e che hanno portato un attitudine di amore rispetto all’esistenza. Il perdono è rivoluzionario per questo, ci insegna il valore pratico, pragmatico, dell’amore. La scelta di non odiare è una delle scelte più rivoluzionarie che può compiere l’umanità.

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