4 Set 2019

Eroi e Supereroi: perché ne abbiamo bisogno?

Scritto da: Matteo Ficara

Da Ercole a Superman, fino ad arrivare agli Avengers, la cultura di molti popoli è ricca di figure cui vengono attribuite doti straordinarie e imprese eccezionali. Ma da dove nasce il nostro bisogno di eroi e supereroi? Matteo Ficara, filosofo e scrittore, riflette sull’idea dell’essere umano, i suoi limiti e la voglia di superarli.

L’uomo ha da sempre raccontato di dèi ed eroi, fin da quando eventi straordinari della natura lo sconvolsero, ponendogli interrogativi a cui non avrebbe potuto rispondere usando il solito modo di pensare: un fulmine che appariva all’improvviso e che non era costantemente presente in natura, doveva avere una causa magica o divina.

Vaso greco raffigurante Enea che fugge da Troia con il padre Anchise in spalla (Fonte: Wikipedia)

Vaso greco raffigurante Enea che fugge da Troia con il padre Anchise in spalla (Fonte: Wikipedia)


Fu grazie a questi fenomeni infatti che nacque il mito, che non era una serie di racconti metafisici, ma un sistema di pensiero nuovo, un modo di rispondere a quelle domande alle quali la parte razionale non poteva. Era una filosofia, un primo tentativo di fare dei misteri della natura una scienza, che usava l’organo conoscitivo dell’immaginazione. Solo così si poteva dare un volto a ciò che non aveva una ragione: quei misteri divennero l’azione di dèi invisibili e la natura si trasformò nel palcoscenico in cui l’essere umano leggeva le scelte, le gesta e i voleri di questi numi.

 

Oltre agli dèi, la realtà di molti popoli si arricchì anche delle figure degli eroi: uomini dalle doti straordinarie, capaci di creare un ponte tra uomini e dèi.

 

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Nella cultura che ci è più vicina, quella greca, ci furono moltissimi eroi, alcuni ai quali è bene essere grati, come Enea, dalla cui stirpe nacque Roma. Tra essi il più grande fu sicuramente Ercole, colui che affrontò le famose “fatiche” e che pose le “colonne” che prendono il suo nome.  Ercole pose le colonne e su di esse incise un monito, che conosciamo nella versione latina: “non plus ultra”, ovvero “non si può andare oltre questo punto”. Ma cosa spinse un così grande eroe, il più grande di tutti, a porre un confine? Cosa aveva trovato al di là di esso, Ercole? Era una protezione da ciò che era fuori, oppure una prigione per chi era dentro?

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Eracle al bivio, sedotto dal Vizio e dalla Virtù, olio su tela di Annibale Carracci, 1597 ca., Napoli, Galleria Nazionale di Capodimonte


È possibile pensare che questi furono gli interrogativi di coloro che dettero vita ai primi Supereroi, perché di fatto ad un certo punto della sua storia, l’uomo si accorse di aver valicato quel confine. Non tanto (e non solo) geograficamente, ma concettualmente: Nietzsche diceva che “Dio è morto” e con esso, probabilmente, anche gli eroi. Ma la funzione che essi svolgevano era vivissima: proiettare un’idea di “umanità virtuosa” in cui poter sperare. Qualcosa di più vicino che non gli dèi, qualcosa di possibile.

 

Ma quell’idea di essere umano, era ormai caduta e non poteva risorgere: non ci sarebbero più potuti essere degli eroi. Di fatto i Supereroi nascono negli anni ‘30 – dopo la Prima Guerra Mondiale e nel periodo in cui l’America affrontava la Depressione – e in quel tempo il “mito dell’umanità” era crollato.

 

C’erano scoramento e miseria in ogni dove e l’essere umano era spinto a cercare speranza, ma i cieli e le religioni stavolta non sarebbero bastati: la guerra aveva dimostrato che “il male” del mondo era dentro ogni singolo uomo. Altro che virtù. C’era quindi bisogno di una via d’uscita, di un rinnovamento della speranza nell’essere umano, che fosse il più possibile vicina, più di un Olimpo o Paradiso. Questa volta quindi dèi ed eroi non avrebbero risposto a quel bisogno.

 

Furono queste le acque fangose da cui nacquero i primi supereroi: Superman e Batman. Un bellissimo connubio: l’uno extra-terrestre, capace – senza essere un dio – di rappresentare la speranza nel “Bene perfetto” ed invincibile e l’altro che raccontava la possibilità umana di risollevarsi da polvere e fango per divenire faro – nella notte – della “Giustizia”. Bene e Giustizia, quindi, erano le due più profonde necessità dell’umanità di quei tempi, le due nuove “colonne”.

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E così dalle ceneri degli eroi presero forma i supereroi, caratterizzati non più da armi, armatura e perfetta virtù, ma da superpoteri, costume e una realistica, controversa, macchiata umanità da riscattare. Dei Gesù moderni, insomma, pronti a caricarsi sulle spalle i mali del mondo. Dagli anni ’30 ad oggi abbiamo creato e raccontato le gesta di moltissimi di questi nuovi eroi: negli anni ’60 i supereroi “animali” come Spiderman, Antman e Black Panther, negli anni ’90 gli Avengers (famosi nel cinema) ed i WatchMen (una delle 100 opere di letteratura più importanti in lingua inglese) che narravano le unioni di questi supereroi; fino al giorno d’oggi, in cui le vicende dei supereroi li vedono nel confronto col tema della “fine”.

 

In ogni epoca abbiamo raccontato, con le vicende dei supereroi ed i loro avversari, le nostre speranze e i nostri timori: negli anni ’30 la speranza di ritrovare Bene e Giustizia ed il timore della follia e del fuori uscire dalle norme con le quali lentamente ci si avviava a ricostruire qualcosa (Joker e Lex Luthor); negli anni ’60 il timore che gli sviluppi di informatica, chimica e genetica potessero portarci più che verso una evoluzione, verso una aberrazione della Specie (il Goblin) e per denunciare le disuguaglianze sociali, razziali e sessuali (ci furono i primi supereroi di colore – Black Panther – e al femminile – CatWoman che, seppur nata negli anni ‘30, da ladra divenne anche in parte “eroina”). Dagli anni ‘90 in poi, abbiamo raccontano l’unirsi dei supereroi in gruppi: in particolare con Avengers e WatchMen.

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Ma perché unirsi? Se i Supereroi erano già i combattenti più potenti, viene da chiedersi cosa possa averli spinti ad unire le forze e la risposta è semplice: di fondo c’era il timore che immaginando un’umanità sempre più potente, potessimo toccarne nuovamente il confine, quel “male naturale” di cui l’uomo è portatore. Più l’idea di “potere” cresceva, più aumentava – insieme ad essa – quella del timore, del confine: il retaggio delle Colonne d’Ercole.

 

In Avengers ciò è raccontato sia dai nemici di altri mondi, che rappresentano l’idea che ci sia sempre un male, oltre qualsiasi confine (è lo specchio del male fondamentale); in WatchMen ci si ritrova coi piedi per terra, in mezzo a vicende del tutto umane: sono le rappresentazioni di tutte le possibili direzioni della paura, dai pericoli delle sperimentazioni atomiche (Dott. Manhattan), alla follia di una genialità senza etica (Ozymandias), alla bassezza lucida e ironica (il Comico) o truce e corrosiva (Rorschach) della quotidianità.

 

È qui che si comprende il senso profondo dei supereroi: da una parte sono i miti con cui esploriamo le nostre possibili “potenzialità”, dall’altra parte racconti in cui esorcizziamo le paure umane di ogni epoca, cercando di raccontarci versioni sempre migliori di noi stessi.

Il monito con cui concludere è solo uno, che racchiude tutto in poche parole e ricorda di come l’aumentare potere significa anche la possibilità di fare più male: “A grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”.

 

 

 

 

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