5 Nov 2019

L’Agrinido in una tenda yurta: un atto di (r)esistenza comunitaria

Scritto da: Matthias Canapini

Gravemente colpito dal terremoto del 2016, l'Agrinido gestito da Federica di Luca continua ad esistere e resistere grazie all'allestimento di una tenda yurta: una soluzione d'emergenza che ancora oggi consente non solo la continuità del servizio educativo, ma vuole rappresentare anche l’occasione per una rinascita del piccolo borgo montano dell'entroterra marchigiano attraverso la realizzazione di eventi culturali, formativi ed educativi.

Cratere. Marche interne. Il centro di educazione ambientale Credia WWF e l’agrinido “La Quercia della Memoria”, pittoresco avamposto multifunzionale gestito da Federica Di Luca, sono stati gravemente colpiti dal terremoto del 30 ottobre 2016, nonostante il grosso lavoro di ristrutturazione antisismica del borgo rurale montano di Vallato (Comune di San Ginesio). 

Federica e il marito Franco, esuli al pianterreno del loro vecchio agriturismo, reagiscono pazienti come meglio possono, portando avanti l’attività.

«Nel gennaio 2017 grazie a un’azione corale, siamo riusciti ad allestire la tenda yurta e riaprire rapidamente l’Agrinido e l’Agrinfanzia, malgrado le difficoltà. Si è formato dal basso un gruppo multidisciplinare di progettazione costituito da diverse competenze e sguardi sull’idea di scuola, educazione, bambino e ricostruzione, formato da educatrici, genitori, dipendenti urbanistici del comune di San Ginesio, esperti di pedagogia, psicologia, geologia, ingegneria, architettura e pediatria», racconta Federica, lentamente, meditando sulle parole con attenzione e convincimento, spazzando il parquet della yurta prima dell’arrivo di Kilian, Emilie e gli altri bimbi dell’Agrinido.

Trentasei metri quadri di ambiente circolare protetto da una struttura in legno rivestita da più strati di tessuto e imbottita con oltre sessanta chili di lana per rendere stabile il calore interno. La tradizionale tenda dei nomadi mongoli è stata issata laddove, fino a qualche mese fa, trovava forma l’orto dei bambini.

Ballonzolando nei dintorni, capisco che l’allestimento della mitica tenda consente non solo la continuità del servizio educativo, ma vuole rappresentare anche l’occasione per una rinascita del piccolo borgo montano attraverso la realizzazione di eventi culturali, formativi ed educativi. Importantissima è la rassegna di eventi denominata “Yurta letteraria” che da gennaio 2018 offre alla comunità e a un pubblico più vasto iniziative varie a carattere culturale e sociale su temi legati al post-terremoto.

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La paura del nostro Appennino è di rimanere fiaccato e solo, ucciso da un’indifferenza che corre sovrana in tutto il globo, ma l’apertura di una yurta rappresenta la volontà di restare nei territori feriti per vincere la scommessa di una terra pugnalata ma capace di futuro. 

Attorno volano gli schiamazzi dei piccoli “studenti” liberi da banchi e paccottiglie.

«Che cosa potesse significare aprire un servizio educativo permanente in una tenda yurta, di fatto era una novità – continua Federica – E anche una scommessa, perché strutturare in uno spazio aperto, gli angoli e i materiali specifici della nostra attività ha rappresentato una grossa sfida. Poi ci sono state le paure: sarà abbastanza riscaldata? Terrà il vento e la neve? 

È stato un periodo di grande soddisfazioni sulle scelte fatte, ma la yurta non può essere più una prospettiva accettabile. I bambini sono aumentati, da una parte ci sono famiglie che chiedono e continuano ad avere fiducia, dall’altra c’è uno spazio che può cominciare a diventare stretto. Quando si parla di post-emergenza si è tutti proiettati nelle necessità di adattarsi e resistere, perché quella è l’unica e migliore soluzione al momento. Ma su un tempo lungo, questa situazione di spazi ridotti si traduce in una gestione quotidiana faticosa. Ecco perché da una parte vogliamo evidenziare la straordinarietà pedagogica del lavoro fatto in questo ambiente unico e irripetibile. Dall’altra vogliamo riportare l’attenzione sui tempi della ricostruzione: questo tempo di transizione non può avere una prospettiva di anni, per lo meno per le scuole, perché si finisce per arrivare a un accumulo di stanchezza da tutti i punti di vista. 

Questa esperienza ha lasciato molte impronte nelle vite delle persone, oltre che nel paesaggio. In un futuro prossimo c’è il progetto di costruire una nuova scuola in legno, con una raccolta fondi che ha già raggiunto il suo scopo e ha permesso l’acquisto del terreno su cui sorgerà l’edificio», racconta ancora l’educatrice, determinata a non gettar la spugna.

«Qui a Vallato di San Ginesio – aggiunge Franco, il marito di Federica – abbiamo un intero borgo da ripopolare e ricostruire dopo il terremoto. Molti residenti di un tempo sono morti e molti proprietari venderebbero volentieri. Il paradosso è che in prospettiva si ricostruiranno le case senza le persone interessate a viverle come residenti». 

«I nostri borghi ricostruiti dopo il terremoto diventeranno squallidi villaggi vacanze di seconde e terze case, deserti per gran parte dell’anno. I tanti giovani interessanti a rilanciare la vitalità dell’Appennino probabilmente resteranno senza opportunità. Quanti giovani possono oggi permettersi l’acquisto di una casa inagibile venduta a prezzi da autentica speculazione? Sarebbe grandioso riportare i giovani nell’entroterra marchigiano colpito dal sisma».

Diari estrapolati da “Il passo dell’acero rosso – alberi, pecore e macerie” (Aras Edizioni)

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