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28 Gen 2020

La nonna del bosco

Scritto da: Emanuela Sabidussi
Illustrazioni di: Silverio Edel

Cosa succederebbe se un giorno un lupo decidesse di suonare alla porta di una signora anziana? E se questa, presa da una malinconia di vivere, prendesse la rischiosa decisione di aprire la porta per farlo entrare? Riscopriamo in questa nuova favola di oggi ruoli conosciuti, i quali si mescolano in un nuovo puzzle inaspettato.

Era un pomeriggio di una fredda giornata d’inverno. Il sole stava per tramontare e la casa in mezzo al bosco tentava di trattenere il calore emesso dal proprio camino, tra le sue spesse mura di pietra. Mary era una donna avanti con l’età: “non-più-giovane” si definiva quando parlava di sé con la propria famiglia.
Famiglia, sì! Ogni volta che Mary pensava a questa parola si faceva strada dentro di lei un groppo in gola, perché Luna e Cappuccetto, rispettivamente la sua amata figliola e la sua nipotina, seppur vivendo poco distanti, erano settimane che non si facevano vedere. Purtroppo non era raro che accadesse negli ultimi anni: spesso, infatti, queste sparivano per lunghi periodi senza farsi vedere da Mary e senza dar lei notizie. D’un tratto poi riapparivano bussando alla porta e spesso portando con loro guai, o nel migliore dei casi alla ricerca di soldi o favori.

Mary quella mattina non si era voluta alzare dal letto: l’artrosi abbinata ad un forte mal di gola le avevano fatto perdere da qualche giorno la voglia di affrontare la routine quotidiana, che vivendo da sola era divenuta parecchio impegnativa: accendere la stufa, pulire casa, fare il bucato, raccogliere erbe selvatiche, occuparsi del piccolo orto dietro casa, che negli anni passati aveva prodotto cibo a volontà per lei, suo marito, sua figlia e i tanti abitanti del villaggio vicino che spesso le facevano visita. Ma ora non era più così. Il marito, compagno di tante avventure, era venuto a mancare da qualche anno, la figlia si era fatta una sua vita e gli amici erano spariti: forse per mancanza di tempo, chi lo sa. Di certo Mary ne era sollevata: da qualche anno a questa parte non aveva più voglia di chiacchierare con nessuno. Preferiva la solitudine alla compagnia e il silenzio al rumore.

Negli anni la figlia, forse per acquietare la propria coscienza, aveva provato a convincerla a trasferirsi a Villa Lavanda, una casa di riposo poco lontana da Dupray, dove lei viveva. Ma Mary non aveva nessuna intenzione di andare a vivere in quel posto: vi era stata una sola volta accompagnata da Luna, ma ancora era vivo in lei il ricordo di quell’odore acre che ricopriva ogni stanza, scala e persino ascensore. Tutto lì le appariva freddo, senz’anima. Mary aveva guardato uno ad uno gli sguardi delle persone incontrate in quei corridoi durante la visita e poteva giurare che nessun medico, infermiere o ospite (così venivano chiamate le persone costrette a vivere lì) avesse sorriso, almeno non con gli occhi.

Erano all’incirca le quattro del pomeriggio quando un toc toc alla porta di Mary interruppe il fluire dei ricordi e la fece tornare nella sua casa. Si rese conto che in mano aveva ancora aperto il fotoromanzo Grandhotel, il suo preferito. L’aveva letto e riletto, ma non ne aveva più acquistati non uscendo di casa, dunque si limitava a rileggere lo stesso, fingendo di non sapere cosa sarebbe accaduto nelle pagine successive.
“Chi è?” chiese con voce scocciata, quanto incuriosita Mary
“Sono il postino” rispose una voce maschile dall’altra parte della porta
Mary rimase in silenzio a riflettere.
Mmmmm… che strano! Quello scansafatiche del postino non andava quasi mai sino alla casa nel bosco, tanto che le toccava andare – o far andare sua figlia durante la visita mensile – a ritirare la sua posta all’ufficio in paese. E poi… era pomeriggio: Mary sapeva bene che scoccata l’una in punto il postino ogni giorno correva al bar, dove passava tutti i pomeriggi, in compagnia degli amici della briscola! Dunque, cosa ci faceva lì a quell’ora?

Toc, toc, toc.
Mary sapeva che il postino non poteva essere, ma nonostante questa certezza che sempre più si faceva strada nella sua testa, era curiosa e soprattutto bisognosa di compagnia. Non andava mai nessuno a trovarla, tanto che in paese molti non ricordavano neppure il suo nome. La chiamavano solo “la nonna”, o “la nonna del bosco” o nel migliore dei casi “la nonna di Cappuccetto”.

Per quanto fosse vero che non aveva più voglia di parlare, neppure stare per lunghi periodi senza vedere e poter dialogare con qualcuno la faceva stare bene. Le mancava soprattutto il contatto fisico, gli abbracci di Cappuccetto che tanto amava regalarle quando era bambina, o la stretta di mano di forestieri che perdendosi andavano a bussare alla sua porta chiedendole indicazioni per ritrovare il sentiero.

Mary, presa dalla nostalgia di un rapporto con un altro essere umano, quindi, si recò alla porta decisa ad aprire e, quando lo fece, rimase a bocca aperta. Certo era pronta a trovare qualcuno senza abito da postino, ma non poteva certo immaginare che la voce che aveva sentito provenire dall’altra parte della porta di ingresso appartenesse ad un corpo senza nulla addosso e per di più ricoperto di pelo grigio a chiazze. Davanti a sé, con quasi un metro e ottanta di altezza e un viso che tratteneva la paura, si stagliava la figura di un grosso lupo, poggiato sulle zampe posteriori.

A Mary mancò il fiato dallo stupore. Il lupo vedendo la sua espressione in volto di sconcerto, condita di paura, si apprestò a dire: “Oh no. Non si spaventi la prego. Mi scusi se l’ho ingannata. Mi chiamo George e sono un lupo che vive proprio qui nel bosco vicino alla sua casa. Posso spiegare tutto, non sono qui per farle del male”.

Mary, accortasi dell’espressione da ebete che doveva avere vista da fuori, si ricompose e iniziò a studiare lo strano ospite inaspettato dai piedi alla testa, o meglio dalle zampe alla testa. Ne dedusse, dopo un rapido check up, che il soggetto davanti a lei, seppur molto più possente, non sembrava avere intenzioni cattive. In più era piuttosto malconcio. Era pur vero che si trattava di un lupo, animale che non godeva di buona fama tra gli umani, ma questo era magro tanto da poter contare le costole nel suo ventre. E poi non si era mai trovata davanti a sé un lupo parlante e ciò era ben al di là di quanto avesse potuto sperare di vivere in quella giornata iniziata in maniera così malinconica.

Decise quindi di farlo entrare, offrendogli un the caldo di benvenuto come era solita fare con chiunque entrasse nella sua casa da che ne aveva ricordo. Sorseggiando la bevanda calda, e sollecitato dallo sguardo di Mary, George raccontò la sua storia: “Come le dicevo vivo poco distante da qui con la mia famiglia. È sempre stato un luogo molto tranquillo dove vivere, spesso esploriamo altre terre in cerca di cibo, ma gli inverni siamo soliti trascorrerli qui al sicuro e lontani da pericoli. Alcuni umani hanno però da un po’ di tempo iniziato a tagliare tutti gli alberi vicini, facendo così fuggire tutte le prede che erano rimaste.

Io e la mia famiglia non sappiamo più dove andare per cercare cibo. Non mangiamo da settimane e i miei figlioli sono allo stremo. Preso dalla disperazione questa mattina ho deciso quindi di chiedere aiuto ad altri animali, ma qui non ci vive più nessuno. Se ne sono andati tutti. Quindi ho pensato di chiedere aiuto a lei. So che vive qui da sola. Ha per caso del cibo che le avanza? Troverei il modo per sdebitarmi, glielo posso assicurare”.

Quando George finì di parlare vide che Mary era commossa. Anche lei da piccola aveva visto il luogo in cui abitava devastato, sventrato e poi abbandonato a causa di altri umani. I ricordi degli anni della guerra riaffiorarono d’improvviso nella sua memoria, senza chiedere il permesso. Sapeva bene cosa si provava ad assistere ad un cambiamento radicale del luogo dove si vive, e di conseguenza delle persone che ci abitano. Le tornò il senso di paura di non sapere cosa sarebbe stato di lei, della mancanza di un futuro per sé e per la sua famiglia e la rabbia, forza distruttrice che provava verso chi permise che tutto ciò potesse accadere. Era convinta che il suo passato fosse alle spalle, ma ora si ripresentava lì, davanti a lei e le parlava attraverso le labbra di un lupo.

Mary, con gli occhi ludici che trattenevano con fatica le lacrime, rispose: “Io… mi dispiace! Sì, è vero che vivo qui da sola. Una volta al mese i miei familiari mi portano un cestino pieno di viveri, ma mi bastano solo per pochi giorni. Per il resto vivo di ciò che coltivo, ma come capirai ben in questo periodo dell’anno non è molto”.

E così mentre parlava di sè a George, le salì un grande vuoto dentro. Si vide per la prima volta con gli occhi esterni del guardiano che sta alla grande soglia e decide chi accogliere e chi no: Mary era sola e triste, le ferite degli anni passati l’avevano resa burbera, egoista, invidiosa e a tratti anche un po’ maligna. La fatica di vivere aveva da tempo superato la gioia. Come aveva fatto a diventare così? Non se ne era neppure resa conto. Da essere vivente si era trasformata in essere sopravvivente. Il senso della sua vita le era sfuggito di mano. Cercava di riprenderlo, ma seppur si impegnava, non riusciva proprio a riafferrare l’estremità del filo. E così senza pensarci due volte, decise… Si tuffò senza dire una parola a piè pari, ad occhi chiusi, nella bocca del suo giustiziere che era venuto inconsciamente a liberarla.

Passò qualche settimana, George grazie al dono di Mary era riuscito ad assorbire le forze che gli servivano per affrontare un viaggio alla ricerca di cibo per la sua famiglia. Ne era tornato vincitore, almeno per un po’ avrebbero avuto riserve di che nutrirsi. E mentre si trovava davanti ai suoi piccoli che gioiosi si rincorrevano in mezzo al bosco, alzò gli occhi, guardando oltre lo scorcio delle fitte chiome di abeti che svettavano verso il cielo. Le giornate iniziavano ad allungarsi e il tepore del sole che si preparava per il fiorire della primavera, si iniziava a far sentire.

George ringraziò Mary per il suo gesto. Era la prima volta, anche se da quel giorno non aveva passato un solo attimo senza pensare a lei. “Grazie”, sussurrò rivolgendosi al cielo a voce bassa, per non farsi sentire dai piccoli. Un leggero vento si alzò e una farfalla di un rosso, verde e blu accesi gli si appoggiò sul naso, quasi a suggerire la risposta a quella gratitudine nei confronti della vita.

The End

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