10 Mag 2021

Cambiamo approccio e facciamo in modo che il contagio si diffonda!

La radice etimologica del termine contagio ci fa scoprire un'accezione di questo concetto che per noi è nuova e decisamente diversa da quella che, soprattutto in questi ultimi mesi, siamo abituati ad attribuirgli. Eppure essa è estremamente familiare alla maggior parte degli esseri viventi che popola il Pianeta insieme all'homo sapiens.

Ancor prima che esseri viventi, siamo stati il sogno di un uomo e una donna che sono poi diventati padre e madre. Ancor prima di essere chioma, l’albero è stato solo fusto, seme e ancor prima del seme è stato l’albero da cui quel seme è caduto. Ancor prima che abbiano un significato, le parole nascono da suoni e radici che hanno altri significati e possono portare luce su ciò che creano nelle nostre vite.

Iniziamo con queste sfumature poetiche poiché il linguaggio nasce da processi di creatività, musicalità e anche poesia, intesa come la capacità di celebrare il bello, cosa intangibile, in parole che possano rendercene una immagine osservabile. E lo facciamo per concentrarci sul tema attuale del Contagio. La parola Contagio nasce dall’unione di due termini latini che sono: con (insieme) + tangere (toccare).

In questo periodo storico di contagio inteso come trasmissione di malattia, che cosa accade in ognuno di noi dall’incontro di “insieme” e “toccare”? “Insieme” ha a che fare con una dimensione sociale, di condivisione, di presenza, con la dimensione di esseri relazionali che ci appartiene. “Toccare” ha a che fare col tatto, stare a contatto, con la sensorialità, con la fisicità, con ciò che ha risonanza con le sensazioni e la materia fisica.

contagio 3

La riflessione viene dal fatto che quando siamo insieme a un essere vivente di specie diversa e lo tocchiamo, traiamo da questo gesto una sensazione di piacevolezza che è immediata. Accade altrettanto negli abbracci sentiti tra esseri umani: essere insieme e toccarsi, stare a contatto, col corpo. Allo stesso modo, quando siamo insieme a qualcuno e tocchiamo, stiamo a contatto con le sue informazioni, con le sue emozioni, in un processo che è altro da quello razionale, ne usciamo diversi. Arricchiti o depotenziati.

Stiamo perdendo la capacità di sognare eppure l’Italia è costellata di straordinarie esperienze di cambiamento! 
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Il punto è: cosa ne facciamo, di tutto questo? Stare insieme con ciò che ci tocca è il ponte per la passare da una vita fatta di incertezze e automatismi a una vita di percezioni coscienti e sensazioni di qualità. Stare insieme anziché giudicare o etichettare, toccare anziché capire.

Lo sanno benissimo gli esseri non umani che trasformano ogni cosa da cui vengono toccati, ogni loro esperienza, in materia prima di cognizione, emozione, esperienza con cui stare insieme, da cui costruire. Permettere a quella materia di diventare personalità e storia accolta, anziché lottarci, ignorarla, fare finta che non esista e persino ripudiarla, azioni che danno vita a quella profonda dis-connessione che ci impedisce di stare veramente insieme a ciò che ci accade, di lasciarci toccare e da qui soffriamo perché perdiamo pezzi della nostra stessa storia e della storia di chi amiamo.

E allora, in questo tempo di contagio inteso come trasmissione di malattia, da cosa potremo farci contagiare per riportare connessione ed equilibrio? Potremmo affidarci a un contagio emozionale. Quest’ultimo, come quello fisico, genera un cambiamento. Questo processo avviene in noi umani, così come nelle altre specie animali, a prescindere dalla nostra volontà di accettazione e non è arrestabile.

Un cambiamento che avviene grazie a un contagio emozionale può intraprendere la strada della nostra accoglienza, del desiderio di crescita, di trasformazione e di evoluzione. Altresì può intraprendere la strada della nostra resistenza: avviene quando cerchiamo in ogni modo di esercitare un controllo su ciò che proviamo, quando cerchiamo di gestirlo come se fosse una parte svincolata da un processo più ampio, come se fosse una semplice appendice di noi stessi, una parte aggiunta e non integrata, non determinante rispetto a una dinamica di sviluppo.

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Il pavor, il timore, che da un punto di vista evolutivo è uno strumento fondamentale ai fini della sopravvivenza, diventa un grande vallo capace di farci arretrare quando parliamo di relazioni e di cambiamenti. Le nostre resistenze si agganciano a eventi passati e subiti, non necessariamente traumatici, che tuttavia portano alla costruzione di schemi e sovrastrutture, sotto i quali ci celiamo per sentirci accettati, per proteggere i nostri sentimenti.

Rimanere nascosti dentro le nostre sovrastrutture certamente ci permette di non andare incontro, temporaneamente, a giudizi che innescano insicurezze e reazioni in noi stessi e conseguentemente nei rapporti con gli altri, ma a che costo? Il costo è duplice e davvero molto alto. Per cominciare ci costringiamo a subire una grave perdita: perdiamo noi stessi e la nostra capacità di sperimentare ciò che veramente ci appaga e le nostre peculiarità. In secondo luogo, facciamo perdere agli altri la possibilità di confrontarsi con soggetti rimasti coerenti con la voglia di sperimentarsi ed evolvere, che rivelano una strada percorribile libera dal giudizio, mostrandosi dialoganti con sé stessi e non assoggettati alle convinzioni altrui.

Se, al contrario, ci permettiamo di osservare senza giudicare le nostre e le azioni ed emozioni altrui, ci doniamo la possibilità di riuscire a vedere – come fanno ad esempio gli animali non umani che accompagnano la nostra vita – come sia possibile continuare a percorrere la strada dei nostri reali bisogni, sentendoci desiderosi di contagiarci con ciò e chi ci circonda o scegliendo di allontanarci con grande consapevolezza da ciò che non ci appartiene.

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Osservando i nostri compagni non umani e abbandonando la presunzione antropocentrica di conoscere meglio di loro i loro stessi bisogni, possiamo tornare a vedere questi individui come soggetti attivi della propria esistenza, capaci di ibridarsi senza perdersi, liberi pensatori. Gli stessi occhi dovremmo rivolgere a noi stessi affinché ogni esperienza vissuta diventi tessuto funzionale al benessere, allo scambio, alla crescita, a nuove aperture e a nuove contaminazioni.

Ecco che la paura del contagio non può che lasciare spazio alla capacità di rimanere connessi con i nostri bisogni e con gli altri – umani e non –, con l’ambiente di cui facciamo parte integrante, potenziando la capacità di evolverci in aderenza a quel che siamo, ai nostri profondi desideri, riconoscendo, e al contempo rispettando, quelli degli altri esseri viventi.

Anche in questi tempi – soprattutto in questi tempi – un virus di consapevolezza che genera un’epidemia di benessere diventa possibile abbandonando la paura di non essere abbastanza, disfunzionale al nostro benessere emotivo, e godendo di relazioni con noi stessi e con gli altri, liberi dalle imposizioni e dai giudizi.

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