21 Ott 2022

Che ruolo gioca l’Abcasia, la piccola “incompiuta” dello scacchiere russo-occidentale?

Una giovane repubblica uscita dalla disgregazione dell'Unione Sovietica è un interessante indicatore degli equilibri geopolitici della zona caucasica. Ma non solo: l'Abcasia è anche un territorio di grande bellezza che cerca il suo posto nel mondo, provando a emanciparsi da un'eredità di violenza e corruzione. Conosciamolo meglio.

Nella galassia ex sovietica generata dal big bang dell’URSS esistono numerose situazioni peculiari e interessanti, utili strumenti per decifrare con maggiore precisione i grandi eventi di una parte del mondo di oggi e occasione di approfondimento per i più appassionati delle vicende geopolitiche. L’affascinante regione del Caucaso, stretta fra Mar Nero e Mar Caspio, è da sempre un cruciale punto di contatto fra la Russia meridionale e l’area mediorientale e contiene, al suo interno, infinite sfaccettature ragionali. Degne di interesse sono le vicende dell’Abcasia – ufficialmente Repubblica dell’Abkhazia –, piccolo Stato dalla controversa identità avvolto da Russia e Georgia.

La giovane vita dell’autoproclamata repubblica è già costellata di dispute e violenza: nata nel 1992 dalla ribellione nei confronti della sovranità georgiana – a sua volta nuova stellina del firmamento ex sovietico – lo status dell’Abcasia si perfeziona in seguito a un’altra guerra, quella del 2008 combattuta – ancora – dalla Georgia in opposizione all’alleanza russo-abcasa-osseta, in seguito alla quale la stessa Russia, nuovamente e attivamente coinvolta nelle varie contese regionali, ne riconosce formalmente l’indipendenza.

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L’Abcasia è un territorio auto-proclamatosi indipendente con l’appoggio della Russia ma con limitato riconoscimento internazionale. Si trova vicino alla Georgia, nella regione caucasica, si affaccia sul Mar Nero, conta 240mila abitanti e si estende per 8400 km2, poco più del Friuli Venezia Giulia

Siffatto riconoscimento viene però negato dalla comunità internazionale, con l’eccezione di una manciata di Paesi dalle simpatie filo-russe – si tratta di Nicaragua, Venezuela, Nauru e Siria. Agli avvenimenti politici fanno da spiacevole corollario anche aspetti più truci: nell’ambito di una strategia di tutela e prevalenza etnica, i georgiani vengono violentemente esclusi dal territorio abcaso, mentre vengono tollerate, benché in seguito scarsamente rappresentate, le altre comunità numericamente rilevanti: quella armena, quella russa e quella greca – sempre meno cospicua.

Alla fine del percorso di indipendenza saranno quasi trentamila i profughi costretti a lasciare la terra di origine, nell’ottica di una ridistribuzione territoriale tutelativa, come detto, dell’autoctona etnia abcasa. Gli anni passano, ma l’autonomia dell’Abcasia non trova un riscontro nello sviluppo di un’economia indipendente; si delinea così una sempre più necessaria tutela della grande coordinatrice Russia, i cui finanziamenti statali arrivano recentemente a costituire il 70% del budget di Shukumi, la capitale.

Il processo di costruzione nazionale attivamente e fattivamente caldeggiato da Mosca si scontra nei fatti con una realtà problematica: la Georgia – rivendicante la sovranità della regione in oggetto e sostenuta nel suo reclamo dalla comunità internazionale – non ha il minimo controllo sul territorio, che a tutti gli effetti è governato da bande armate di miliziani con orientamento filo-russo – anche nel Donbass esistono reparti di milizia provenienti dall’Abcasia.

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La situazione politica è caratterizzata da una grande instabilità e le pecche di molti degli Stati più fragili sono presenti anche sullo scenario abcaso: corruzione, precarietà, violenza. In seno alla comunità locale la tutela russa viene vissuta in maniera controversa: se da una parte viene pragmaticamente riconosciuta come unica possibilità di sopravvivenza economica del piccolo stato caucasico, dall’altra Shukumi ambisce a una maggiore apertura internazionale, alla creazione di una rete autonoma di relazioni e al dialogo con Stati esterni all’ambito di controllo russo.

Ad aggiungere interesse alle vicissitudini regionali sopra descritte, si impone inoltre la sempre e ovunque attuale rivalità fra Russia e Stati Uniti. Lo zio Sam, pur con una soglia di attenzione non sempre costante, tiene sempre d’occhio ogni peculiarità regionale, dove i propri interessi possono essere tutelati e difesi e il Caucaso non fa eccezione. Preziosa alleata locale e spalleggiata in diverse occasioni e molto spesso anche in episodi interni, la Georgia – localmente il nemico naturale dell’Abcasia, con i già citati sanguinosi precedenti – intrattiene un rapporto di stretta alleanza con gli Stati Uniti, i quali a loro volta la considerano un avamposto decisivo in uno spazio che contiene tante filiazioni in poco territorio.

I contrasti locali sono estremamente frequenti – basti pensare all’attualissimo scontro fra Azerbaigian e Armenia per il controllo del Nagorno Karabak – e ogni attore regionale ha alle spalle l’interesse o l’appoggio attivo di una grande potenza. Ed ecco che lo stretto rapporto che l’Abcasia intrattiene con la Russia si può interpretare anche come una sorta di opposizione di principio all’occidentalizzazione che fa sempre da ineludibile contrappunto alla presenza americana sui vari scenari geopolitici mondiali.

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Per contrastare la proiezione locale americana – la Georgia, come detto – l’Abcasia si appoggia alla sua amicizia con la Russia, con il suo sospiro tradizionalista e anti occidentale, con la sua inesauribile rivalità con l’antagonista americano, più che mai drammaticamente esplicita nell’attualissimo conflitto ucraino. Nell’ottica della onnipresente rivalità russo-americana si può interpretare il progressivo e profondo deterioramento dei rapporti fra Russia e Georgia: i due paesi non intrattengono relazioni diplomatiche, se non attraverso la mediazione di Stati terzi, e la normalizzazione della situazione locale è oggetto di un delicato confronto negoziale che va avanti da diversi anni.

L’Abcasia è quindi uno Stato che nella sua giovane esistenza – o pretesa tale – ha conosciuto solo violenze e contese, inevitabilmente intriso di un profondo culto bellico, sfregio oltraggioso alla delicata bellezza del suo territorio, una volta raffinata meta turistica per i più sofisticati viaggiatori russi, affacciata sul Mar Nero come una bella donna alla finestra.

E proprio la sua vocazione turistica aveva illuso gli abcasi, lusingati dall’occasione di rilanciare il proprio territorio in occasione dei Giochi Olimpici invernali di Sochi del 2014 e riscattarsi dalla custodia economica russa. Abcasia l’incompiuta dunque, autonoma ma instabile, assertiva ma debole; lusingata dalla mano tesa del padre-padrone russo, ma intimamente pretendente a un’apertura internazionale che adesso è però solo una chimera.

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