25 Gen 2024

Il campo di concentramento di Ferramonti: un “paradiso inaspettato” in Calabria

Scritto da: Tiziana Barillà

Quello calabrese è stato il più grande campo di concentramento fascista italiano costruito dopo le leggi razziali per internare ebrei e nemici stranieri. Ferramonti è stato la spina nel fianco del regime, che mal sopportava la gestione troppo tollerante del direttore Paolo Salvatore. Ecco la storia di questa incredibile esperienza, oggi ricordata grazie al Museo internazionale della Memoria di Ferramonti.

Cosenza - Quando, nel 1938, il governo fascista promulga le leggi razziali, ai 10000 ebrei stranieri presenti sul territorio nazionale viene ordinato di lasciare l’Italia. Molti ci riescono, altri no. In poco più di 3000 sono ancora qui e quando nel maggio 1940 viene dato l’ordine d’arresto, oramai sono apolidi, cioè privi di cittadinanza. Tra questi vengono prelevati i primi internati del Campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in Calabria: circa 500 uomini, arrestati perlopiù nell’Italia centro-settentrionale, vengono costretti ai lavori forzati per costruire il resto del campo. 

Quello calabrese è stato il più grande campo di concentramento fascista italiano. Un’area di 16 ettari con 92 baracche di varie dimensioni, molte delle quali con la classica forma a “U”, una cucina, latrine e lavabi comuni. Il tutto in una contrada paludosa e malarica, dove erano già stati aperti i cantieri di bonifica dalla ditta del faccendiere romano Eugenio Parrini, molto vicino al regime fascista. È lui a ottenere, di fatto, il monopolio della costruzione, dei lavori e della distribuzione alimentare. 

internati 2 archivio Museo internazionale della memoria Ferramonti di Tarsua
Soldati all’esterno del Campo di Ferramonti (archivio Museo internazionale della memoria Ferramonti di Tarsia)

Destinato inizialmente a ebrei e nemici stranieri, presto la popolazione internata cambia con l’arrivo di gruppi da mezza Europa. E non arrivano solo gli ebrei, ma anche i cittadini di nazionalità nemica: greci, slavi, cinesi. Già a settembre del ’40 la popolazione è eterogenea non solo per nazionalità e religione, adesso tra loro ci sono anche diverse donne e persino i bambini. La presenza di intere famiglie provoca il primo cambiamento sociale nel Campo di Ferramonti.

Le baracche sono abitate da internati che parlano lingue diverse e hanno religioni diverse; tra loro, oltre che piccoli gruppi di cattolici, ci sono gli ebrei ortodossi e quelli riformati. Così, la comunità ebraica del Campo si organizza con una sorta di parlamento interno che possa rappresentare tutte le componenti. E la direzione di Ferramonti sostanzialmente li supporta. 

C’è un’infermeria con annessa farmacia a disposizione dei medici ebrei dove spesso trovano cure anche gli abitanti del posto. Ma anche una scuola, un asilo, una mensa per bambini, una biblioteca, un teatro e quattro luoghi di culto – due sinagoghe, una cappella cattolica e una greco-ortodossa. Nel triennio di reclusione si registrano qualche matrimonio tra gli internati e 21 nascite. Tra di loro ci sono molte personalità eccezionali.

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Internate al Campo di Ferramonti (archivio Museo internazionale della memoria Ferramonti di Tarsia)

Una è il medico jugoslavo David Mel, scopritore del vaccino per la dissenteria e più volte candidato al premio Nobel, che a Ferramonti faceva il cuoco. O Moris Ergas, un ebreo greco diventato uno dei più importanti produttori cinematografici del cinema italiano degli anni ’60, producendo alcuni dei capolavori di Rossellini, Pasolini e De Sica. O ancora, il compositore ed esecutore austriaco Oscar Klein, che a Ferramonti imparò i primi rudimenti del jazz, o l’ingegnere Alfred Wiesner, inventore e fondatore della Algida. 

Tra attività culturali e sportive, gli internati cercano di lenire le condizioni estreme in cui si è costretti, tra la minaccia della malaria e la scarsità di cibo. In quel disastro dell’epoca è possibile vedere un gruppo di bambini che fa il girotondo, un uomo che legge accompagnato da un altro uomo al pianoforte, una partita a carte attorno a un minuscolo tavolino, una macchina da cucire al lavoro, una partita di calcio. Le fotografie dell’epoca – in mostra al Museo internazionale della Memoria di Ferramonti – testimoniano la straordinarietà del campo calabrese.

Lo storico Steinberg ha definito il campo di Ferramonti “il più grande kibbutz del continente europeo”

Ferramonti è stato la spina nel fianco del regime, che mal sopportava la gestione poco fascista e troppo tollerante del direttore, il commissario di pubblica sicurezza Paolo Salvatore infatti viene sollevato dall’incarico a gennaio del 1943 e sostituito poche settimane prima della liberazione. L’anno della Liberazione inizia male e prosegue peggio. Alla fine di agosto si contano le uniche morti violente avvenute nel campo, sotto la mitraglia di un duello aereo che impazzava proprio sopra Ferramonti. Poi, di lì a poco, tra settembre e ottobre, il passaggio dell’intera armata tedesca Hermann Göring, in ritirata dal sud.

Fortunatamente anche la nuova direzione sceglie di proteggere gli internati: il campo viene evacuato, molti degli ebrei riescono a scappare nelle campagne dove trovano l’ospitalità dei contadini di Tarsia. Mentre, a protezione di chi è rimasto perché troppo anziano o malato per fuggire, all’ingresso viene issata la bandiera gialla per indicare la presenza di una epidemia di tifo. 

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Internati al Campo di Ferramonti (archivio Museo internazionale della memoria Ferramonti di Tarsia)

Sono salvi e l’inferno è quasi finito. Ferramonti è il primo campo di concentramento italiano a essere liberato. Le autorità italiane lo abbandonano subito dopo l’armistizio dell’8 settembre e già la mattina del 14 entrano i primi camion inglesi. Da quel momento il campo di Ferramonti di Tarsia rimane aperto ma sotto la conduzione ebraica, per essere definitivamente chiuso dopo la fine della guerra, l’11 dicembre 1945. 

È questa la storia del campo di Ferramonti, “un paradiso inaspettato” lo ha chiamato il Jerusalem Post, mentre lo storico Steinberg lo ha definito “the largest kibbutz on the European continent”. E cioè il più grande kibbutz del continente europeo, come recita anche il titolo di un libro del professor Giuseppe Bellizzi pubblicato nel 2021. 

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