7 Giu 2024

Giovanni Tizian: “Torna il festival Trame per tenere viva la memoria dell’antimafia”

Scritto da: Tiziana Barillà

Mafia, antimafia e memoria sono un patrimonio comune che va coltivato e rinnovato con cura e costanza. Dal 18 al 23 giugno, a Lamezia Terme, per il tredicesimo anno consecutivo, si tiene Trame, festival dei libri sulle mafie di cui Italia Che Cambia è media partner. L’evento è promosso dalla Fondazione Trame ETS e dall’Associazione Antiracket Lamezia Onlus. Per noi è anche l’occasione di presentarvi Giovanni Tizian, direttore artistico di Trame dal 2021.

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Catanzaro - Tramandare la memoria a chi oggi memoria non ne ha, le nuove generazioni. È questo l’obiettivo della tredicesima edizione di Trame. Festival dei libri sulle mafie ed è per questo che porta il nome  “A futura memoria”, tratto dal titolo di un’opera di Leonardo Sciascia. Dal 18 al 23 giugno, a Lamezia Terme, si tiene il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Trame ETS e dall’Associazione Antiracket Lamezia Onlus. Un appuntamento ricco di presenze e testimonianze, l’occasione per rifare il punto sull’antimafia in un momento in cui il tema sembra scomparso dall’agenda pubblica. 

Per noi è anche l’occasione di colloquiare con Giovanni Tizian, giornalista e direttore artistico di Trame dal 2021. Dopo le minacce di morte, Giovanni ha vissuto molti anni sotto scorta per aver raccontato il business delle slot machine illegali in Emilia Romagna che faceva capo alla famiglia di ’ndrangheta Femia. All’epoca lavorava alla Gazzetta di Modena, perché è lì che la sua famiglia si trasferisce, dalla Calabria, dopo che la ’ndrangheta incendia l’azienda della sua famiglia, che non voleva cedere al racket, e uccide a colpi di lupara suo padre Giuseppe, integerrimo funzionario di banca. Era il 1989, il delitto è rimasto impunito. 

Giovanni Tizian

Oggi Tizian è una firma di punta del quotidiano Domani, autore di molte inchieste sulla criminalità organizzata e di diversi saggi che gli sono valsi più di un premio. Ne cito uno, il premio Giancarlo Siani, giusto per ribadire che è di un giornalista-giornalista che stiamo parlando. Lo raggiungo al telefono e, no, non ha ancora perso il suo accento calabrese. 

Giovanni Tizian, ti ricordi che anni fa abbiamo fondato un gruppo Facebook per i giornalisti precari? 

Sì! 

Pensavamo di essere messi male allora, ma adesso… 

Sicuramente lo stato dell’informazione oggi è peggiorato. Alla crisi economica si è aggiunta quella valoriale, democratica. Precarietà e sfruttamento hanno portato a un allontanamento dal lavoro di approfondimento, prediligendo cose un po’ più semplici e meno rischiose. Raccontare il potere ha delle conseguenze e le vediamo oggi: a seconda dei governi assistiamo a reazioni più o meno scomposte. Puoi affrontarle se sei tutelato e coperto, altrimenti diventa un suicidio. Come pretendere da piccole testate, che non hanno editori forti, un giornalismo che racconti il potere? Quello è martirio, cosa che non vogliamo. 

Giovanni Tizian
In questo momento possiamo parlare di una crisi democratica, senza correre il rischio di esagerare. 

Oggi il potere, in tutte le sue declinazioni, è sempre più allergico al giornalismo d’approfondimento. Se ci si ferma al comunicato stampa o alle veline va bene, se si inizia a scavare arrivano attacchi pubblici o intimidazioni giudiziarie, che oggi si sono moltiplicate. Ormai per ogni cosa ti portano in tribunale. 

Nemmeno la presidente del Consiglio si è fermata davanti all’aula di un tribunale. 

Il 10 luglio inizia il processo contro il mio direttore, per una causa con Giorgia Meloni che non è stata ritirata quando è diventata Presidente del Consiglio. 

Sarà una “giornata particolare”, il 10 luglio ci sarà anche l’udienza del processo Matteo Salvini – ministro e vicepremier – contro lo scrittore Roberto Saviano.

Perfetto [scherza, ndr]. Quando parlo con i colleghi inglesi o tedeschi e faccio loro l’elenco dei ministri che hanno intentato causa al Domani, e non solo, rimangono sconvolti. Per loro non esiste che un ministro faccia causa a un giornale o a un giornalista, ci sono le repliche e altri strumenti. Il potere ha molti strumenti per ribattere a un giornale.

Giovanni Tizian
In questa situazione, un festival come Trame diventa ancora più prezioso. Quale miglior strumento dei libri per approfondire, per scrivere e leggere la complessità? 

Il libro è un’opera in cui ci si prende del tempo, è naturalmente legato all’approfondimento. Con Trame abbiamo cercato di ampliare a temi come migranti, sanità, giovani e minori, informazione, memoria delle stragi. Questo perché il fenomeno mafioso non è slegato dal resto. È una causa di altri fattori come lo sfruttamento, l’assenza del lavoro, l’assenza di diritti.

Dentro la complessità e la memoria, nell’anno del suo centenario, non poteva mancare Giacomo Matteotti. Cos’hanno in comune il fascismo e la mafia? 

Innanzitutto il tratto dell’arroganza del potere e della prepotenza. Soprattutto il fatto che hanno sostituito il sistema dei diritti con una diffusa clientela fondata sui favori. Questi tratti dei due sistemi criminali si sono spesso incrociati e anche oggi si incontrano. Nella Capitale o a Milano molti personaggi che hanno militato nell’eversione di destra oggi li troviamo vicini alla ’ndrangheta o alla mafia romana. In Calabria abbiamo figure come Delle Chiaie o Franco Freda. Dico questo per ribadire che quando si parla di mafia non è possibile farlo parlando solo dei clan.

trame festival 3

È un sistema più complesso che riguarda moltissime altre cose, come l’assenza di lavoro, la memoria delle vittime e delle stragi, alcune dinamiche politiche del nostro Paese che in certi momenti hanno deciso la storia del Paese. Quella di Matteotti è stata una battaglia di libertà in un momento in cui c’era l’affermazione di un regime. In certi territori le organizzazioni mafiose funzionano come un regime: impongono la loro legge disprezzando la dignità umana, i diritti universali e imponendo il loro modo di vivere. 

Che poi il regime mafioso è il regime autoritario per eccellenza. 

Esattamente. Sono due modelli di autoritarismo assolutamente sovrapponibili, se vogliamo, anche nell’affarismo spregiudicato. Quindi riguardano alcuni valori che si sono affermati sul mercato, che sono quelli della furbizia e della prevaricazione sul più debole. Fanno parte di un unico racconto che ha a che fare con un fenomeno criminale molto diversificato. 

Per l’edizione di quest’anno avete scelto di mettere al centro la memoria. Perché? 

Da quando sono direttore, abbiamo iniziato con Resistere nel 2021, siamo passati attraverso l’anniversario del 1992 [anno delle stragi, ndr] e il Mediterraneo. Adesso abbiamo scelto “A futura memoria” perché, secondo me, ha senso fermarci a riflettere sullo stato dell’antimafia, sullo stato della lotta alla mafia e anche su alcuni processi che stanno cambiando il Paese, che hanno a che fare con l’interpretazione dei fenomeni mafiosi e con letture spesso vecchie che non funzionano più. Poi, c’è anche un modo di fare antimafia un po’ innocuo. 

Il fenomeno mafioso non è slegato dal resto. È una causa di altri fattori come lo sfruttamento, l’assenza del lavoro, l’assenza di diritti

Spesso la memoria è mera “memoria di archiviazione”, una sorta di collezione di fatti, storie, biografie che ahimè mancano di slancio, sono incapaci di sollecitare reazioni, risposte, azioni… 

Trame è innanzitutto un luogo di confronto di idee, non sempre uguali. Perché solo dal confronto possono nascere idee, progetti e modalità nuovi. Anche per questo, grazie a Nuccio Iovine, presidente della fondazione Trame, abbiamo creato una rete di festival che si occupano di antimafia e lo abbiamo chiamato Piazze connection, per ragionare sul futuro dell’antimafia, dopo gli scandali che hanno dato un colpo alla credibilità del sistema. Parleremo anche di questi scandali.

Noi non nascondiamo i problemi, vogliamo affrontarli perché conosciamo l’importanza dell’antimafia. E la memoria è parte fondamentale di questo percorso. Le storie delle vittime, dei familiari, di chi resiste, creano un patrimonio comune di memoria che servirà alle nuove generazioni. La sfida è anche e soprattutto questa: coinvolgere e provare a diffondere queste storie, nella speranza che continuino a essere tramandate e quindi a essere un patrimonio comune. 

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