14 Dic 2023

Accordo storico o flop colossale? Come è andata Cop 28 – #849

Ieri è finita Cop 28 e fra le molte grida di giubilo, si alza un coro di scettici. Ma quindi? È stato un accordo storico o un flop colossale? Cerchiamo di capirci qualcosa, anche grazie a un contributo di Sergio Ferraris. Parliamo anche di attivisti climatici a processo e della morte di Massimo Scalia, uno dei padri dell’ambientalismo italiano. 

Nella mattinata di ieri a Dubai si è conclusa la Cop 28 e devo dire che più di altre volte il risultato è oggetto di interpretazioni diverse per non dire opposte. Ieri pomeriggio – se siete iscritte/i l nostro gruppo Telegram lo saprete perché avrete ricevuto una piccola anticipazione – Il Guardian titolava in modo abbastanza trionfante “Dopo 30 anni di attesa, l’accordo Cop28 affronta l’elefante nella stanza”, mentre il suo principale editorialista ambientale, George Monbiot, su X, parlava di “fallimento storico” e “Un passo avanti verso il collasso dei sistemi terrestri” e ripubblica un tweet di qualche giorno fa in cui afferma che “Il sistema della COP è fallito. Completamente e fatalmente fallito”.

Ma andiamo con ordine. Dopo due settimane di negoziati intensi e a volte convulsi, in cui spesso sembrava difficile riuscire a raggiungere un accordo vero e proprio, alla fine l’accordo è arrivato abbastanza in fretta, e anche in questo caso, un po’ come era successo nella prima giornata con l’accordo sul fondo Loss and damage, il risultato sembra essere frutto di una abile strategia negoziale del Presidente della Cop, Sultan Al Jaber, che ha giocato sul tempo.

Quando nella sala plenaria è stata annunciata l’approvazione dell’accordo, c’è stata una certa confusione perché molte parti pensavano che ci sarebbe stato un dibattito sul testo, che era stato distribuito ai singoli Paesi per essere esaminato solo quattro ore prima della sua approvazione.

In particolare, l’Alleanza dei piccoli Stati insulari, che rappresenta 39 nazioni, e che era stata particolarmente critica nei confronti della bozza circolata, non era neppure presente in aula al momento dell’adozione dell’accordo, poiché era ancora impegnata a coordinare la propria risposta. 

Ma che cosa prevede questo accordo firmato ieri mattina da oltre 190 nazioni di tutto il mondo? E soprattutto si tratta di un accordo storico che segnerà la fine definitiva di gas, petrolio e carbone? Oppure, si chiede l’inviata del Guardian a Dubai Fiona Harvey “sarà un ulteriore passo sulla strada dell’inferno?”

Il testo approvato è noto come global stocktake, “bilancio globale”, perché è il testo in cui per la prima volta i Paesi delle nazioni unite fanno il punto su come stanno andando le azioni di contrasto alla crisi climatica globale e provano a riaggiustare il tiro. 

È un documento di una ventina di pagine il cui contenuto provo a riassumervi leggendovi l’elenco dei punti principali:

a) Triplicare la produzione di energia rinnovabile a livello globale e raddoppiare il tasso medio annuo globale di miglioramenti dell’efficienza energetica entro il 2030; Quindi più energia da rinnovabili e più efficienza energetica (forse non conoscono il paradosso di Jevons ma vabbé).

b) Accelerare gli sforzi verso l’eliminazione graduale dell’energia prodotta dal carbone;

c) Accelerare gli sforzi a livello globale verso sistemi energetici a zero emissioni nette, utilizzando combustibili a zero e a basse emissioni di carbonio ben prima o entro la metà del secolo;

d) Abbandonare (transitioning away, no phase-out) i combustibili fossili nei sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere net-zero emission entro il 2050 in linea con la scienza;

e) Accelerare le tecnologie a zero e basse emissioni, comprese, tra l’altro, le energie rinnovabili, il nucleare, le tecnologie di abbattimento e rimozione come la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio, in particolare nei settori difficili da abbattere, e la produzione di idrogeno a basse emissioni di carbonio;

f) Accelerare e ridurre sostanzialmente le emissioni diverse dal biossido di carbonio a livello globale, comprese in particolare le emissioni di metano entro il 2030;

g) Accelerare la riduzione delle emissioni derivanti dal trasporto stradale impiegando varie modalità, anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture e la rapida diffusione di veicoli a zero e a basse emissioni;

h) Eliminare gradualmente, quanto prima possibile, i sussidi inefficienti ai combustibili fossili;

Il motivo per cui in tanti parlano di “accordo storico” è che il punto d) “ Abbandonare (transitioning away, no phase-out) i combustibili fossili nei sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere net-zero emission entro il 2050 in linea con la scienza”.

Perché è la prima volta che un documento ufficiale di una Cop invita i Paesi ad avviare un’eliminazione de facto dei combustibili fossili. Già, sembra incredibile vero? Eppure nessuno lo aveva mai scritto nero su bianco. Dobbiamo smettere di estrarre e bruciare combustibili fossili. È questo l’elefante nella stanza di cui parla il Guardian, che finalmente si è avutpo il coraggio di additare.

E non è stato semplice: sempre il Guardian riporta che, ad esempio, “La Russia ha lavorato dietro le quinte per ostacolare i progressi e lo farà ancora di più l’anno prossimo, quando la Cop si terrà a Baku, in Azerbaigian. Questo accordo, come tutti gli accordi multilaterali delle Nazioni Unite, è fragile e i produttori di petrolio potrebbero cercare di fare marcia indietro l’anno prossimo.

Hanno lavorato così duramente per far fallire l’accordo perché si rendono conto che non si tratta solo di parole, come insistono alcuni critici. L’accordo avrà un impatto sul mondo reale, nelle decisioni prese da investitori, banche, istituzioni finanziarie, governi e aziende private”.

E ancora: “Può sembrare incredibile, ma ci sono voluti 30 anni di vertici sul clima quasi annuali per arrivare a un accordo che includesse indicazioni chiare sul futuro dei combustibili fossili”.

Quindi, ecco, questo documento ha il merito di menzionare almeno il problema. Ora, dobbiamo chiederci: è sufficiente? E qui vengono i problemi. Perché tutto diventa molto più fumoso e il documento stesso non traccia una strada chiara e contiene molte potenziali scappatoie. Sergio Ferraris, giornalista ambientale fra i più esperti e preparati che abbiamo in Italia (nonché fra i prossimi docenti della nostra scuola di giornalismo ambientale, costruttivo e digitale in partenza nella primavera 2024), mi ha mandato un commento a caldo sulla faccenda, che vi faccio ascoltare.

Audio disponibile nel video / podcast

Le impressioni di Sergio non sono certo isolate. Vi ho letto in apertura il commento di George Monbiot, vi leggo qualche altro contributo. Lo scienziato Bill Hare di Climate Analytics afferma: “Nel complesso, il testo sembra una grande vittoria per i Paesi produttori di petrolio e gas e per gli esportatori di combustibili fossili” perché non vi è “Nessun impegno a eliminare gradualmente i combustibili fossili,  Nessun impegno a raggiungere il picco delle emissioni entro il 2025 ed è presente un riferimento alla cattura del carbonio, che apre la porta a false soluzioni su larga scala. 

Omar Elmawi, Africa Movement Building Space: “Proporre una transizione dai combustibili fossili può sembrare un passo nella giusta direzione, un barlume di speranza in mezzo al caos. Tuttavia, non sottovalutiamo le abili tattiche dei giganti dei combustibili fossili e dei paesi petroliferi. Essi camufferanno abilmente i loro prodotti come combustibili “di transizione”, soprattutto negli angoli più vulnerabili del nostro mondo. Tuttavia, dobbiamo riconoscere quanta strada abbiamo fatto. Persino i giganti dei combustibili fossili e i petrolstati, un tempo inflessibili, sono ora testimoni dell’inevitabile: un mondo libero dalla loro morsa tossica”.

May Boeve, direttore esecutivo di 350.org: “Il potere dei popoli ci ha spinto alle porte della storia, ma i leader si sono fermati di fronte al futuro di cui abbiamo bisogno. È frustrante che 30 anni di campagne siano riusciti a far inserire la “transizione dai combustibili fossili” nel testo della Cop28, ma è contornato da così tante scappatoie che è stato reso debole e inefficace”.

Insomma, la sensazione che mi rimane è quella di un passetto, incerto e claudicante, spacciato per una soluzione definitiva, un traguardo storico. Di nuovo risuona la domanda: se questo è il massimo che possiamo sperare di ottenere, ha ancora senso affidarci a questo tipo di processo? È riformabile? Se siete abbonati/e potete ascoltarvi le riflessioni, ancora validissime, che ci condivise Sergio Ferraris alla fine di Cop 27, lo scorso anni, in una delle prime puntate di INMR+. 

Vi suggerisco anche di leggere l’articolo di George Monbiot, a cui staranno fischiando le orecchie, che avanza alcune ipotesi su come riformare il sistema delle Cop, ad esempio proibendo l’ingresso ai lobbysti, instaurando anche dei patti ulteriori vincolanti fra paesi, introducendo il voto a maggioranza e così via.

Sempre a tema clima, segnalo anche, da L’Indipendente, che “Quindici attivisti del gruppo ambientalista Ultima Generazione ieri sono entrati nelle aule giudiziarie, alcuni nel carcere di Civitavecchia, altri al Tribunale di Bologna. Sono stati tutti colpiti da misure cautelari per aver effettuato pacifiche azioni di disobbedienza civile. A Civitavecchia sono stati convalidati gli arresti di 12 persone detenute in carcere da lunedì, che restano accusate di violenza privata (è caduta invece l’imputazione per attentato alla sicurezza dei trasporti) per aver bloccato un tratto della A12. 

Per loro è stato emesso l’obbligo di dimora. A Bologna, invece, il giudice ha accettato la proposta di rito abbreviato richiesta dalla difesa insieme a materiale probatorio e sono stati ascoltati gli attivisti Ettore, Mida e Silvia, che il 3 novembre hanno bloccato la tangenziale insieme a 10 altri colleghi e sono stati arrestati per violenza privata aggravata e danneggiamento. Il processo è stato rinviato all’udienza del 18 gennaio per la discussione finale e la sentenza.”

Due giorni fa, il 12 dicembre, è morto Massimo Scalia, a 81 anni. Uno dei padri dell’ambientalismo italiano. Scalia era un docente di fisica e matematica a la Sapienza di Roma, ed era, come scrive Rinnovabili.it, uno che la politica l’ha fatta davvero. Da dentro e da fuori.

Il suo nome è legato alle battaglie contro il nucleare degli anni Ottanta, è stato tra i fondatori di Legambiente – allora la Lega per l’Ambiente – e anche dei Verdi. C’era la mano di Massimo Scalia nelle leggi del 1991 su fonti rinnovabili e risparmio energetico, così come c’era Massimo Scalia alla presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle “ecomafie”. 

Inoltre, studiava la teoria dei sistemi dinamici ed è stato uno dei pionieri della riflessione sul cambiamento climatico come fenomeno che determinava un passaggio all’instabilità. Negli ultimi anni, aveva lavorato con Giorgio Parisi, nella commissione scientifica sul decommissioning degli impianti nucleari.

Rieccoci con il consueto appuntamento La giornata di ICC. Oggi Daniel Tarozzi ci racconta di quella che potenzialmente è e sarà la principale novità di ICC per il 2024, un progetto bello grosso e dall’impatto profondo. La nostra scuola di giornalismo ambientale, costruttivo e digitale. 

Adesso Daniel, che è anche direttore della scuola, ci racconta meglio tutti i dettagli, poi vi dico anche la mia sul perché è così importante avere una scuola del genere. 

Grazie Daniel, davvero penso che sia fondamentale oggi cogliere la sfida della complessità, del raccontarla rendendola comporensibile, masticabile, ma non predigerita. Dare ai lettori strrumenti di comprensione e riflessione, di pensiero critico. Credo che il ruolo del giornalista oggi sia anche questo e per farlo servono tanti, decine, centinaia di giornalisti e giornaliste pronti ad accettare questa sfida. 

Se pensi di essere la persona giusta, partecipa al webinar di domani!

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