18 Dic 2023

Costituzioni in bilico, fra Cile e Italia – #851

In Cile si è votato ieri un referendum per la nuova costituzione, che doveva sostituire quella in vigore, retaggio della dittatura di Pinochet, con un testo ancora più conservatore. Scopriamo come è andata e cosa ci dice il risultato. Parliamo anche di quella italiana di costituzione, e di come la tutela degli animali selvatici non stia funzionando, della giornata internazionale dei migranti condita dall’ennesima tragedia nel Mediterraneo centrale e della festa dei FdI Atreju, a cui ha partecipato anche Elon Musk.

Ieri in Cile si è votata la nuova costituzione. Se avete una sensazione di deja-vu ci sta, perché si è votata la nuova costituzione anche lo scorso anno. Solo che i due testi non potevano essere più diversi. Ora vi dico anche come è andata questa seconda votazione, ma prima vi riepilogo come ci si è arrivati. 

Un lungo articolo del NYT ripercorre la turbolenta storia recente della Costituzione cilena, e del Cile in generale: “Il voto cileno – scrive l’inviato Jack Nicas – è il culmine di un’impresa durata quattro anni per adottare una nuova Costituzione che a un certo punto è stata salutata come un modello per la governance democratica in tutto il mondo – e ora è un’illustrazione di quanto la democrazia sia davvero caotica”.

Tutto inizia con le enormi proteste del 2019, innescate da un aumento di 4 centesimi delle tariffe della metropolitana, che hanno lasciato parti di Santiago distrutte, più di 30 civili morti e 460 manifestanti con gravi traumi, soprattutto agli occhi per via dei proiettili di gomma sparati dalla polizia.

Da quelle manifestazioni sono nate tante cose. L’attuale presidente Gabiel Boric, il presidente più giovane della storia del Cile, era uno dei leader di quelle proteste. E poi è nato un processo partecipato molto lungo, durato 4 anni, per riscrivere la costituzione che è un retaggio della dittatura di Pinochet. C’è stato un referendum nazionale – con il 78% di voti favorevoli – per sostituire l’attuale Costituzione.

C’è stata poi un’assemblea costituzionale composta da outsider politici, per lo più di sinistra e di estrema sinistra, molti indigeni, che ha redatto un testo di 388 articoli che avrebbe sancito più di 100 diritti, il maggior numero di qualsiasi carta nazionale nella storia, tra cui il diritto alla casa, all’istruzione, all’accesso a internet, all’aria pulita, ai servizi igienici e all’assistenza “dalla nascita alla morte”.

Solo che dopo tutto questo processo, la carta redatta è stata respinta in modo schiacciante in un referendum nazionale. Il 62% dei cileni ha respinto la proposta. A quel punto i movimenti di sinistra, fin lì molto attivi si sono sgonfiati e, come scrive ancora il giornalista “gran parte dell’opinione pubblica divenne disillusa e disimpegnata”.

Fu creato un nuovo Consiglio costituzionale e pochi mesi dopo, i candidati di destra conquistarono due terzi dei 51 seggi del nuovo Consiglio. Molti erano membri dell’emergente Partito Repubblicano cileno di estrema destra, che generalmente si oppone all’aborto e al matrimonio omosessuale e parla con nostalgia degli anni di Pinochet.

Parte così un secondo processo per riscrivere la costituzione: il Congresso nomina un gruppo di 24 esperti, la maggior parte dei quali avvocati, che hanno redatto un nuovo testo, composto da 216 articoli, antitetico al precedente. Se la vecchia proposta, quella bocciata lo scorso anno, tutelava gli ecosistemi e sottraeva al mercato buona parte del patrimonio naturale, la nuova sosteneva un approccio di governo favorevole al mercato, garantendo al settore privato un ruolo di primo piano in settori come l’istruzione e la sanità e vincolando il Cile a un sistema di sicurezza sociale privato che è stato ampiamente criticato perché fornisce pensioni misere, nonché a un sistema di assistenza sanitaria basato sulle assicurazioni che spesso rende le cure più costose per le donne, gli anziani e le persone con condizioni preesistenti.

Il nuovo testo apriva anche a leggi che favoriscono o perlomeno consento il diritto alla obiezione di coscienza istituzionale, il che significa che le cliniche potrebbero rifiutarsi di praticare aborti e le aziende potrebbero teoricamente invocare le loro convinzioni religiose per rifiutare servizi a certi gruppi, come le coppie gay o i transgender. C’era anche una modifica considerata antiabortista, che poteva aprire a leggi ancor più conservatrici. Insomma, un testo persino più conservatore rispetto a quello attuale, e completamente antitetico in ogni aspetto rispetto al testo votato nel referendum dello scorso anno. 

Ok, sì, ma quindi com’è andata? Be’, non è passata nemmeno questa. Il “rechazo” ha vinto con circa il 55% dei voti. Con la differenza che in questo caso, pur con il voto obbligatorio cileno, un bel po’ di persone, 350mila, non sono andate a votare, contro le 100mila che non erano andate la prima volta. A indicare il fatto che comunque c’era una maggior disillusione nell’aria. 

Ora, cosa ci dice tutto questo processo? Come ha affermato Felipe Agüero, politologo dell’Università del Cile che ha studiato l’evoluzione del Paese dalla fine della dittatura di Pinochet nel 1990, questo processo “È stato il nostro modo turbolento di fare i conti con il lavoro incompiuto della transizione alla democrazia”.

Sia la sinistra che la destra, quando hanno avuto la possibilità di scrivere finalmente una nuova Carta, hanno evitato il compromesso e hanno invece scritto testi quasi completamente basati sulla loro visione del mondo”.

Ora, personalmente non avrei avuto dubbi su quale delle due costituzioni scegliere, ma penso che sia giusto che nessuna delle due sia passata. La Costituzione dovrebbe essere, lo dice la parola stessa, un elemento su cui si basa l’identità di una nazione. Sono gli accordi di base di una gigantesca organizzazione con milioni di abitanti che chiamiamo nazione. E gli accordi di base si prendono assieme. Se qualsiasi dei due testi fosse passato, avrebbe tagliato fuori una buona metà della popolazione che non si sarebbe sentita riconosciuta in quel testo. 

Di costituzione in costituzione, in Italia c’è stato un convegno organizzato da WWF e Lav alla Camera dei deputati su Costituzione e animali selvatici. Ne parla Dante Caserta sul manifesto. Se ricordate, ne abbiamo parlato diverse volte anche qui, a inizio 2022 il parlamento ha approvato una modifica alla costituzione, all’art. 9 della Costituzione, in cui introduce un principio fondamentale: “la Repubblica, anche nell’interesse delle future generazioni, tutela l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali”. Principio rafforzato dalla modifica dell’art. 41 che ha posto l’ambiente quale parametro di riferimento dell’attività economica, sia pubblica che privata.

Un momento storico, che però è rimasto fin qui molto sulla carta (anche se quella con la C maiuscola). Perché, come hanno ricordato nel convegno del 13 dicembre, nei 22 mesi trascorsi dalla riforma, il Governo e il Parlamento hanno approvato una serie di provvedimenti che si pongono in aperto contrasto con i nuovi principi costituzionali. 

Leggo dall’articolo: “Dal cosiddetto emendamento «caccia selvaggia» che nella Legge Finanziaria dello scorso anno ha consentito la caccia a tutte le specie (anche quelle protette), ovunque (compresi parchi cittadini e aree protette) e tutto l’anno (al di fuori di qualsiasi calendario venatorio), alla ricostituzione filo-caccia del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale con conseguente marginalizzazione dell’Ispra e fino alla legge di conversione del DL «Asset» con norme finalizzate a rendere più difficile nei tribunali amministrativi la difesa della fauna, si è messo in atto un progressivo smantellamento di alcuni pilastri della protezione degli animali selvatici con gravi ripercussioni anche su salute umana e sicurezza pubblica”.

Una dinamica, peraltro, riscontrabile anche in numerose misure regionali, a partire dai provvedimenti di abbattimento di lupi e orsi, dall’approvazione di calendari venatori illegittimi o dalla deregulation dei controlli sui richiami vivi. Un atteggiamento che ha destato la preoccupazione persino della Commissione europea che ha attivato, nel solo 2023, ben due procedure EU Pilot contro l’Italia, entrambe per violazioni di norme sovranazionali in tema di tutela della fauna selvatica.

E all’orizzonte si profilano ulteriori pericoli, primo fra tutti l’autonomia regionale differenziata che rischia di accentuare la tendenza delle Regioni a occuparsi della materia ambientale in maniera disomogenea e parcellizzata, assecondando istanze e pulsioni di gruppi d’interesse.

Insomma, quello che doveva essere, con l’inserimento in Costituzione, l’inizio di una tutela diversa, più accurata, della fauna selvatica sembra aver sortito l’effetto opposto. Ora, non credo che questa recrudescenza abbia qualcosa a che fare con la modifica costituzionale, ma di sicuro mostra una scarsa consapevolezza da parte di parte della classe politica. Il punto è che il crollo della biodiversità è, fra i 9 limiti planetari individuati dallo Stockholm resilience center il processo che appare maggiormente fuori controllo. 

Salvaguardare le specie selvatiche non è un interesse specifico di qualcuno, è uno dei pilastri su cui si basa l’esistenza della vita sulla terra per come la conosciamo, inclusa quella della nostra specie. Farne una questione politica, ideologica, di difesa di questa o quella lobby, è indice di, appunto, mancata comprensione dei meccanismi alla base degli ecosistemi. Personalmente, penso che se le vogliamo che le cose cambino dobbiamo impegnarci a spoliticizzare queste battaglie. Non cercare appoggi politici o maggioranze da una parte o dall’altra ma far passare il messaggio che sono questioni trasversali, che riguardano tutti. Non hanno colore. 

Oggi, 18 dicembre, è la giornata mondiale dei migranti, e purtroppo è adombrata dall’ennesima tragedia in mare. Due giorni fa, sabato, almeno 61 migranti sono morti sabato nel naufragio di un gommone al largo delle coste della Libia. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), l’agenzia dell’ONU che ha riportato la notizia, il gommone trasportava 86 persone, tra cui c’erano donne e bambini.

Il gommone era partito dalla Libia e si trovava alla deriva almeno da giovedì 14 dicembre e fin da quel giorno l’area di mare in cui si trovava il gommone era stata sorvolata da diversi aerei di Frontex, l’agenzia di frontiera dell’Unione Europea, e la Guardia Costiera italiana aveva diramato un’allerta segnalando la presenza di un gommone al largo delle coste libiche. Il gommone è rimasto alla deriva fino a sabato quando a causa del mare grosso, con onde alte fino a tre metri, si è ribaltato.

I superstiti, 25 in tutto, sono stati riportati in Libia da un rimorchiatore. Quello di sabato è stato uno dei più grossi naufragi di quest’anno avvenuti al largo delle coste della Libia. 

Ultima notizia del giorno, è un’altra notizia che ha tenuto e sta tenendo banco molto sui giornali di questi giorni è la festa di FdI, Atreju, a cui hanno partecipato molti personaggi famosi, fra cui persino Elon Musk. 

Nato come festival politico-goliardico della destra giovanile Azione giovani, che era il movimento giovanile di Alleanza Nazionale, il festival si è via via istituzionalizzato di pari passo con l’ascesa politica della sua ideatrice, Giorgia Meloni.

Se siete fan della storia infinita e magari non simpatizzate per l’attuale governo questa cosa potrebbe innervosirvi ma sì, il nome Atreju è proprio un omaggio al protagonista della Storia infinita, perché a un certo punto la destra ha deciso che la cultura Fantasy è di destra.

Comunque, a far parlare del festival quest’anno sono stati soprattutto gli ospiti, su cui c’è stato un notevole salto di qualità. Fra gli altri, il primo ministro britannico Rishi Sunak, il primo ministro albanese Edi Rama, il leader dell’estrema destra spagnola Santiago Abascal ed Elon Musk. 

Musk, che poi si è fermato in un colloquio privato con Meloni, è stato probabilmente l’ospite più chiacchierato. È arrivato come una rockstar e sul palco, su cui è salito con il figlio piccolo (uno dei suoi 11 figli) in braccio per incitare gli italiani a fare più bambini e per difendere la libertà di pensiero contro ‘il virus Woke’, ovvero un movimento molto attivo negli Usa, ultraprogressista, per poi salutare con il pugno chiuso congedandosi poi al grido di ‘w gli umani’.

Non ho visto il discorso di Musk, ne leggo solo quello che riportano i giornali, ma devo dire che sono rimasto sbalordito nel leggere che, fra le altre cose, ha accusato gli ambientalisti di spandere terrore e “far perdere la speranza” sulla crisi climatica (e questo pure pure) e di “demonizzare” petrolio e gas. E su questo, boh!

E poi ha fatto leva su alcuni degli argomenti cari alla platea: no all’immigrazione illegale, lotta alla crisi demografica, la tirannia del politicamente corretto ed un Europa burocratica e iper normativa. Insomma, una roba abbastanza demagogica e un po’ banale, che onestamente non mi aspettavo da un personaggio magari discutibile ma sicuramente eclettico come Musk. 

Audio disponibile nel video / podcast

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