19 Dic 2023

Da Gaza all’Ucraina, due guerre “intrecciate” – #852

Torniamo a parlare della situazione a Gaza e di quella in Ucraina, osservando anche come i due conflitti si intrecciano, in qualche forma. Parliamo anche della deforestazione che continua a calare in Amazzonia, sotto Lula e del consumo di carbone mondiale che invece sembra destinato a toccare un nuovo record. 

Torniamo a parlare di guerra a Gaza e in Ucraina. Come sappiamo e ripetiamo spesso, esistono al mondo circa 60 conflitti in corso, anche se i giornali ne ignorano 58. Noi cerchiamo in questo di distinguerci dall’agenda setting dei media mainstream, cercando di portare informazione anche in territori meno noti e discussi del globo, ma non possiamo fare a meno di seguire le vicissitudini di Gaza e Ucraina, perché è pur vero che in questo istante, questi due conflitti, pur molto diversi fra loro, sono quelli che più degli altri rischiano di produrre una escalation globale, quelli su cui anche le superpotenze si misurano e si posizionano. 

Quindi, cerchiamo di capire cosa succede. A Gaza, il conflitto fra l’esercito israeliano e Hamas continua a combattersi principalmente sulla pelle dei civili palestinesi, in buona parte bambini, con le vittime dall’inizio del conflitto che ormai sfiorano le 20mila solo nella parte palestinese, per via dei bombardamenti e degli attacchi israeliani. 

Questa vera e propria strage di civile, pur iniziata come risposta ad un attacco terroristico atroce da parte della milizia palestinese hamas, ha assunto giorno dopo giorno dimensioni piuttosto sproporzionate, al punto che molti governi e organizzazioni inizialmente a fianco del govenro di Israele hanno iniziato a smarcarsi. Ieri l’Ong l’ong ‘Human Rights Watch’- di base negli Usa – in un rapporto diffuso a Gerusalemme, ha affermato che Il governo israeliano “sta usando la fame dei civili come metodo di guerra nella Striscia di Gaza occupata, il che è un crimine di guerra” “Le forze israeliane – ha aggiunto il rapporto – stanno deliberatamente bloccando la fornitura di acqua, cibo e carburante, impedendo volontariamente l’assistenza umanitaria, radendo al suolo aree agricole e privando la popolazione civile di beni indispensabili alla sua sopravvivenza”.

E in questi giorni si stanno moltiplicando gli appelli istituzionali a una nuova tregua o a un cessate il fuoco. Sempre ieri è stato il turno di Rishi Sunak, premier inglese, che ha dichiarato: “E’ chiaro che troppe vite di civili sono andate perdute e nessuno vuole vedere questo conflitto durare un giorno più del necessario. Israele ha ovviamente il diritto di difendersi da quello che è stato un terribile attacco terroristico perpetrato da Hamas, ma deve farlo in conformità con il diritto umanitario”. 

Anche l’alto rappresentante Ue Josep Borrell, così come i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito hanno sottolineato negli ultimi giorni come sia inaccettabile il numero di civili uccisi. 

Un articolo di ieri sul post, fa presente un aspetto che può sembrare marginale, ma che nel medio lungo periodo può invece avere un grosso impatto sull’abitabilità della striscia. Ovvero: dato che proprio per via del blocco israeliano alle importazioni da settimane nella Striscia di Gaza c’è scarsità di carburante, per riscaldarsi e cucinare gli abitanti della Striscia hanno iniziato a usare la legna degli alberi.

Come ha raccontato una donna che vive a Rafah, nel sud della Striscia, al Guardian: «tagliamo ogni albero che troviamo, per sopravvivere».

La situazione è particolarmente grave per le centinaia di migliaia di sfollati arrivati nel sud della Striscia dopo gli intensi bombardamenti dell’esercito israeliano nella parte settentrionale e centrale con il 70 per cento degli sfollati nel sud della Striscia che usa la legna per cucinare. E, in assenza della legna – perché gli alberi iniziano a scarseggiare in alcune zone – viene usata la spazzatura, nonostante le conseguenze negative sulla salute di chi inala i fumi di materiali come plastica e metalli.

Nella Striscia di Gaza non esistono foreste, se non di piccolissime dimensioni, il territorio è piuttosto desertico, mentre ci sono molti ulivi, usati per la produzione di olio, e non si capisce se anche gli ulivi vengono abbattuti per fare legna. Di certo molti abitanti stanno tagliando gli alberi delle aiuole pubbliche, o quelli che crescono spontaneamente nelle periferie delle città. Persino gli alberi che si trovano nei cimiteri, mentre altri stanno bruciando i volantini che l’esercito israeliano lancia sui quartieri che sta per attaccare con un bombardamento aereo.

Se a Gaza la situazione è questa qua, tutto attorno proseguono i posizionamento strategici dei vari eserciti del mondo, con il Mar Mediterraneo che è diventato un po’ un crocevia sempre più trafficato di sottomarini, portaerei e altre imbarcazioni militari. In questo scenario, come racconta Gianluca Di Feo su Repubblica, “La Marina di Mosca cerca di inserirsi e due giorni fa il sottomarino “Ufa” ha varcato Gibilterra e si dirige verso la base siriana di Tartus. Si tratta di uno dei battelli più moderni della classe Kilo, armato con missili a lungo raggio Kalibr. Ha una propulsione convenzionale, con anche un motore elettrico particolarmente silenzioso, cosa che gli permette di sfuggire alle ricerche in profondità.

Nel frattempo, le rotte del commercio si affievoliscono, per paura di attentati e attacchi. Come racconta Filippo Santelli su la Repubblica, molte aziende “Dalla danese Maersk all’italo-svizzera Msc”, fino alle compagnie di navigazione cinesi Cosco, Oocl ed Evergreen Marine  stanno abbandonando la rotta che passa dal Canale di Suez, stretto per cui per cui passa il 12% del commercio mondiale, per paura degli attacchi degli Huthi yemeniti, gruppi di ribelli sciiti filo-iraniani. Fra l’altro mi chiedo se questo blocco, assieme a quello del canale di panama dovuto all’estrema siccità, non darà la spallata definitiva alla globalizzazione. Ma questo è un discorso molto più ampio.

La situazione è molto diversa in Ucraina. Federico Petroni su Limes fa a pezzi la strategia americana in Ucraina e dipinge una situazione abbastanza difficile. Scrive: “L’offensiva ucraina è stata un completo fallimento per l’amministrazione Biden. L’operazione doveva servire non a vincere la guerra ma a convincere Putin che non può vincerla e a negoziare. Ha avuto l’effetto opposto: gli ha mostrato che una via per vincerla esiste.

L’esercito di Kiev non è in grado di prevalere su un nemico ben trincerato, non ha abbastanza soldati e l’Occidente non può produrre le munizioni che gli servono. L’aiuto dei suoi alleati vacilla: al Congresso americano si dibatte se interrompere le spedizioni di armi e in Europa proliferano i veti sull’ammissione nell’Ue dell’Ucraina e sulle forniture finanziarie.

L’amministrazione Biden non era mai stata completamente entusiasta dell’offensiva. Ma avendo delegato agli ucraini la definizione degli obiettivi, ha finito per accettare la volontà di andare all’attacco.

L’esito è impietoso. La fallita operazione ha significativamente indebolito l’esercito ucraino. Ha diviso la dirigenza di Kiev. Ha azzerato il morale della nazione attaccata, anche se ancora poco più della metà degli ucraini continua a voler combattere.

Ha poi mostrato l’inadeguatezza della dottrina Nato ai conflitti odierni. Troppo nuova per la guerra di trincea. Troppo vecchia per il vasto uso dei droni, che tutto vedendo tutto possono far colpire. Ha confermato ai rivali dell’America che quest’ultima non ha le risorse industriali per combattere un nemico alla pari. Ha alimentato il dissenso popolare e politico verso gli impegni internazionali.

Di fronte a questi fattori, il Cremlino può pensare che un cedimento del fronte avversario sia ragionevole. Per aspettare una per nulla improbabile vittoria di Trump alle elezioni di novembre 2024. Per arrivare a un negoziato da posizione di forza. Per imporre i propri obiettivi – immutati da inizio invasione secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. O addirittura per attendere che un colpo di Stato a Kiev installi un regime costretto alla resa”.

L’articolo, poi, sempre con il taglio molto tecnico e strategico della rivista, immagina i possibili scenari lato Usa. “Washington potrebbe semplicemente smettere di inviare armi all’Ucraina. L’amministrazione Biden potrebbe essere costretta a farlo se il Congresso non approva le forniture per il 2024. A quel punto Kiev sarebbe obbligata alla resa. Sarebbe un modo per forzarla a negoziare con la Russia, ma da sconfitta”.

Ovviamente questa decisione avrebbe conseguenze catastrofiche, sia in chiave elezioni presidenziali 2024, perché l’amministrazione Biden ha scommesso troppo del proprio capitale su questo conflitto. Sia nel distruggere la credibilità degli Stati Uniti e della sua propria egemonia. Per questo l’esecutivo Biden è aperto a quasi qualunque compromesso con l’opposizione per approvare i fondi. Ma l’opposizione è aperta al compromesso?

L’articolo fa varie ipotesi, per concludere che se anche l’opposizione repubblicana, che ha la maggioranza alla camera, concedesse di inviare nuove armi all’Ucraina, l’obiettivo non sarebbe riprendere territorio, bensì evitare un cedimento del fronte ucraino e uno sfondamento dei russi. Cioè evitare che Kiev si arrenda. Un palliativo, dunque. Una decisione simbolica. 

Per questo gli Stati Uniti – continua il pezzo più avanti – stanno chiedendo agli ucraini di cambiare tattica. Di trincerarsi a loro volta, di adottare una postura difensiva, di fortificare le linee difensive come fatto dai russi, di allontanare le truppe dal fronte per farle riposare e per addestrarle meglio, ciò che i tempi stretti dell’offensiva non hanno permesso di fare. Una linea che però non trova unanime il governo di Kiev. Il che riaprirebbe la divisione fra Washington e Kiev, perché Zelenski invece vorrebbe fare azioni simboliche e eclatanti per dare morale alle sue truppe e agli alleati.

In conclusione, il fallimento dell’offensiva ha reso più probabili negoziati a condizioni molto svantaggiose alle aspettative di Washington e soprattutto di Kiev. Quindi, se L’esercito non avanza, e se anche i russi non dovessero più riuscire ad avanzare, si aprirebbe il cosideetto scenario coreano, cioè la creazione di una terra di nessuno che potrebbe fungere da linea di armistizio. Gli americani immaginano questo scenario da mesi, se non di più. Ma dipense appunto se gli uscraini riusciranno a difendersi.

A pesare, per gli SUa – conclude l’articolo – è soprattutto il fatto che in qualità di superpotenza fino a poco fa egemone, siano presenti e sovraesposti fra fronti tutti prioritari: Europa, Indo-Pacifico, Nord America, ora anche Medio Oriente. E sono costretti a inedite scelte dolorose, controvoglia, prese per costrizione e non per pianificazione. 

In tutto ciò, mi resta la sensazione, che ormai è più di una sensazione, di un conflitto combattuto sulla pelle degli ucraini (ma anche dei giovani soldati russi mandati a morire), con decine di migliaia di morti, anche civili, che forse potevano essere evitati se si fosse stati un po’ più realisti fin dal principio sui possibili esiti del conflitto. 

Cambiamo radicalmente argomento. Arriva l’ennesima bella notizia che riguarda la deforestazione in Brasile, che continua a scendere per l’ottavo mese consecutivo. I dati, pubblicati dall’Istituto nazionale di ricerca spaziale del Brasile, e raccontati in un articolo de L’Indipendente, evidenziano come a novembre il disboscamento sia stato pari a 201 chilometri quadrati, con una perdita cumulativa che negli ultimi 12 mesi ammonta a 5.206 chilometri quadrati, il 51% in meno rispetto alla cifra annotata durante lo scorso anno nello stesso periodo. 

Da gennaio 2023 la deforestazione ha raggiunto i 4.977 chilometri quadrati, segnando una riduzione importante rispetto allo scorso anno. Certo, la superficie di foresta continua quindi a diminuire, ancora preda di aziende del legname e delle materie prime che la abbattono, ma il ritmo è fortemente sceso grazie alle nuove misure di protezione messe in campo dal governo brasiliano, primo passo verso un’inversione di tendenza che ora appare possibile; anche alla luce dell’impegno del presidente Lula di stroncare del tutto le organizzazioni imprenditoriali e criminali che operano nel disboscamento illegale della foresta entro il termine del mandato.

Certo, non è tutto rose e fiori e i problemi non mancano. “Secondo la Protezione civile brasiliana, quest’anno una delle più gravi siccità mai registrate ha colpito l’Amazzonia, causando innumerevoli danni. I fiumi si sono prosciugati e le foreste sono morte, creando condizioni ideali per la diffusione degli incendi. La siccità ha avuto un forte impatto anche sui mezzi di sussistenza e alcune comunità sono addirittura rimaste isolate, mentre l’inquinamento atmosferico si è intensificato e la sicurezza alimentare è stata compromessa”. 

Inoltre, mentre la deforestazione nella foresta amazzonica è diminuita, ha continuato ad aumentare nel Cerrado, una savana tropicale a sud e a est dell’Amazzonia, obiettivo anch’essa dell’espansione agricola in Brasile. Inutile sottolineare come in un quadro tanto grave la protezione del principale polmone verde del Brasile, e del mondo intero, diventi irrinunciabile.

I passi che il governo sta compiendo sono comunque non banali: Lula ha messo la lotta alla deforestazione in cima alle sue priorità, e oltre all’aumento dei controlli, sono state istituite sei nuove aree protette per le popolazioni indigene, per un totale di oltre 620.000 ettari, in cui le attività estrattive sono vietate e gli indigeni hanno il pieno diritto di svolgere attività tradizionali. 

Alla COP28, da poco conclusasi, Lula ha chiesto a gran voce che tutti i Paesi si adoperino per aiutare il Brasile a salvare quello che è un patrimonio del Pianeta, chiedendo in particolare ai Paesi ricchi di finanziare la conservazione delle foreste. Norvegia e Germania hanno già contribuito al Fondo per l’Amazzonia creato a questo scopo. Insomma, non male.

Brutte notizie arrivano invece sul fronte del carbone. Secondo le stime della Iea, nel 2023 l’uso del carbone a livello mondiale toccherà il suo record storico, battendo il dato dello scorso anno. 

In particolare, l’utilizzo del carbone crescerà dell’8% in India e del 5% in Cina. Questo avviene perché nei due paesi è aumentata la domanda di elettricità a fronte di una scarsa produzione di energia idroelettrica. Non basterà dunque il calo che faranno registrare sia gli Stati Uniti, sia l’Unione europea, pari a circa il 20%.

I dati emersi dalla ricerca dell’Iea assumono contorni ancor più negativi considerando che non è prevista una diminuzione dell’impiego della materia prima se non nel 2026, quando l’espansione della capacità rinnovabile sarà cresciuta a tal punto da farlo calare del 2,3% rispetto al 2023 anche in assenza di politiche che incentivino il ricorso all’energia pulita più di quanto non lo facciano quelle attuali.

Secondo l’Iea la Cina metterà in atto più della metà dell’espansione mondiale delle fonti rinnovabili del prossimo triennio, causando un calo della domanda interna di carbone nel 2024 e un plateau fino al 2026.

Ma lo stesso non faranno India e sudest asiatico, e questo rallenterà notevolmente l’abbandono del carbone. Insomma, con questi ritmi siamo a una distanza siderale rispetto a quanto previsto dagli accordi di Parigi.

Audio disponibile nel video / podcast

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