15 Apr 2024

Iran – Israele: l’attacco, la reazione, che succede adesso? – #914

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Dall’Iran è partito un attacco di droni e missili contro Israele, perlopiù neutralizzati. L’attacco era una risposta al bombardamento del consolato iraniano a Baghdad, ma adesso il governo d’Israele promette a sua volta una risposta militare. Nel frattempo la diplomazia è al lavoro, Biden convoca il G7 e si riunisce il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in una riunione d’emergenza. Le domande che tutti, immagino anche voi, si stanno facendo sono: come siamo arrivati fin qui? E adesso che succede? Proviamo a rispondere a entrambe. 

La notizia del weekend l’avrete già sentita tutti, è quella dell’attacco iraniano a Israele, ma sono altrettanto convinto che abbiate un sacco di domande non risposte in testa. Tipo, se siete persone ansiose: “che succede adesso?”, o se avete un piglio più analitico: “come mai Israele aveva attaccato l’ambasciata iraniana scatenando la reazione iraniana?” E se siete persone più pane al pane vino al vino: “ma son tutti scemi?”

Ecco, visto che INMR è un format inclusivo rispetto alle indoli dei suoi ascoltatori, proviamo per quanto possibile a rispondere a tutte queste domande, o almeno ad abbozzare dei ragionamenti come sempre a partire da articoli usciti in questi giorni.

E lo facciamo facendo una roba un po’ alla Nolan, giusto per restare umili, ovvero partendo dai fatti più recenti e andando all’indietro sui piani temporali. Quindi, vi riassumo gli ultimi fatti.

Sabato è stata la giornata in cui dall’Iran sono partiti gli attacchi, promessi, contro Israele. Prima, in mattinata un’unità delle Guardie rivoluzionarie, una potente forza militare iraniana, ha abbordato e sequestrato una nave portacontainer legata a Israele nello stretto di Hormuz, all’imbocco del Golfo Persico. Alcuni uomini si sono avvicinati alla nave in elicottero, e si sono poi calati dall’alto su una pila di container sul ponte dell’imbarcazione, sequestrando infine l’equipaggio di circa 25 persone. Equipaggio di cui pare non faccia parte nessun cittadino israeliano, mentre è israeliana la proprietà della compagnia MSC, che fa riferimento al gruppo Zodiac, del miliardario israeliano Eyal Ofer. 

Ma questo era solo il preludio all’attacco vero e proprio che si è compiuto nella serata di sabato, quando dall’Iran è partito un grosso attacco con più di 300 tra droni, missili da crociera e missili balistici sul suolo di Israele. I droni sono stati quasi tutti intercettati dai sistemi di difesa israeliani, in combinazione con le forze aeree di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna mentre i missili sono entrati solo in piccola parte e i danni sono stati tutto sommato contenuti: è stata lievemente danneggiata una base militare israeliana e non ci sono stati morti ma solo alcuni feriti, la maggior parte in modo lieve.

All’annuncio dell’attacco nel parlamento iraniano è partita la festa, mentre domenica il leader israeliano netanyahu ha promesso a sua volta vendetta, mentre il Presidente americano Biden gli ha chiesto di evitare reazioni militari e di procedere con la diplomazia, convocando anche un G7 d’emergenza. Nel frattempo, si sono moltiplicati gli appelli alla cautela da parte delle Nazioni Unite così come della chiesa. 

Ok riavvolgiamo un po’ il nastro, torniamo al 1 aprile. Perché come vi accennavo l’attacco iraniano è stato a sua volta una risposta a un altro attacco, avvenuto appunto il 1 aprile, che ha distrutto una sede del consolato dell’Iran a Damasco, in Siria. Attacco attribuito a Israele – anche se il governo israeliano non l’ha mai ufficialmente rivendicato – e che ha causato la morte di almeno 7 persone fra cui un alto esponente dei pasdaran iraniani.

Ne abbiamo già parlato, di questo attacco, ma quello che non riuscivo a capire era: perché. Mi spiego: di punto in bianco – almeno apparentemente – l’esercito israeliano lancia un attacco aereo che rade al suolo il consolato iraniano a Damasco. E già mezz’ora dopo tutti a chiedersi, e con tutti intendo soprattutto Netanyahu, Biden, e giù di lì: aiuto, chissà cosa farà adesso il regime iraniano in risposta a questo attacco. Si rischia l’escalation, Biden che assicura di essere pronto a difendere Israele. Sì, va bene. Ma quindi perché? Che senso ha fare un attacco diretto all’Iran, piuttosto gratuitamente, e poi gridare aiuto aiuto l’escalation?

Mi sono interrogato diversi giorni su questo fatto senza trovare una spiegazione, se non quella – che però mi sembrava un po’ assurda – che il governo israeliano volesse in realtà proprio provocare un’escalation. Poi come al solito mi è venuto in aiuto Limes. 

Solo che adesso dobbiamo riavvolgere ancora un po’ il nastro del tempo e andare ancora un po più indietro, per capire in quale contesto si inserisce l’attacco israeliano a Damasco. Che è un contesto di una rete diplomatica fittissima all’opera sottotraccia, di nascosto, per cercare di tenere la situazione sotto controllo. Una situazione in cui in realtà – ma questo è sempre avvenuto – tutti parlano con tutti freneticamente. 

L’articolo di Limes in questione si chiama proprio “Perché Israele ha colpito l’ìIran a Damasco” e ricostruisce questa rete. Provo a farvi un riassunto, anche se è veramente un intreccio difficile da riassumere. Anche se ci vorrà un po’.

Secondo la ricostruzione di Limes, a febbraio, gli Stati Uniti hanno intensificato le trattative con l’Iran per ridurre la scala del conflitto mediorientale, sperando di raggiungere un’intesa regionale prima delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. E questi negoziati stavano dando alcuni risultati su due dei territori in cui va in atto lo scontro indiretto fra Usa e Iran: ovvero la Siria e l’Iraq.

In Iraq gli attacchi delle forze irachene filo-iraniane contro le basi statunitensi si sono fermati a metà febbraio, e in compenso gli Stati Uniti hanno promesso di cominciare a discutere del ritiro delle truppe americane dal Paese (perché sì, in Iraq ci sono ancora 2500 marines). 

In parallelo sono ripresi anche i colloqui fra i diplomatici americani e il presidente siriano Bashar al-Assad. Qui sul piatto c’è la richiesta americana di liberare alcuni cittadini americani in carcere ma soprattutto di ridurre la presenza politica e militare iraniana in Siria. In cambio, Washington sarebbe disposta a ritirare le proprie truppe dal Nord-Est e dall’Est della Siria (perché sì, al momento ci sono circa 30.000 soldati statunitensi sparsi in Siria, e da quando è iniziata la guerra a Gaza gli Stati uniti hanno inviato migliaia di truppe aggiuntive e navi da guerra) e anche a ridimensionare le forze curdo-siriane, che gli Usa hanno armato e stanno continuando ad armare. 

Insomma, almeno a parole gli Stati Uniti sembrano pronti a sacrificare la loro presenza in Siria e Iraq se anche l’Iran è disposto a fare lo stesso. Non si sa se il governo iraniano sia disposto a fare lo stesso, perché quella presenza militare gli consente un accesso indiretto a Israele e all’Arabia Saudita, accesso su cui si basa tutta la strategia di deterrenza dell’Iran.

In parallelo a questa trattativa Usa-Iran, ce n’è un’altra in corso, ancora più inattesa, fra Hezbollah, ovvero il partito religioso e paramilitare libanese alleato dell’Iran (ma con una sua indipendenza) che ha avviato appunto un canale diplomatico abbastanza nascosto con il governo degli Emirati Arabi Uniti. 

Emirati Arabi Uniti che a loro volta sono alleati di Israele, e anche se i rapporti fra i due paesi si sono raffreddato dopo il 7 ottobre, l’alleanza in qualche forma rimane. Il governo emiratino quindi avrebbe chiesto a Hezbollah di limitare il suo atteggiamento minaccioso nei confronti di Israele. E ne avrebbe approfittato anche per aumentare la propria presenza politica, diplomatica e finanziaria in Libano.

Hezbollah dal canto suo avrebbe negoziato il rilascio di alcuni prigionieri libanesi negli Emirati (che è sempre il motivo più superficiale, per non dire la scusa, per sedersi al tavolo delle trattative) ma avrebbe anche negoziato un ruolo maggiore nella politica interna libanese, che potrebbe crescere di pari passo con la presenza degli Emirati, e poi avrebbe fatto questo incontro anche per tenere sotto controllo la situazione ed evitare l’escalation nella regione, che sarebbe distruttiva per l’organizzazione, in attesa di vedere cosa succede a novembre con le elezioni Usa.

Ultimo tassello del puzzle, poche settimane prima di questi incontri, a Beirut, capitale del Libano, c’era stato un vero e proprio summit fra inviati dei (sempre) Hezbollah, dei pasdaran iraniani, e dei vertici di Hamas e della Jihad islamica palestinese, nonché i rappresentanti degli huthi in Yemen. Ovvero, in pratica, un incontro di tutti gli attori di quello che viene chiamato “asse della resistenza” capeggiato dall’Iran. 

E pare che in questo incontro i rappresentanti dell’Iran abbiano indicato ai propri alleati di mantenere la pressione militare sui vari fronti, senza però esasperare le linee di scontro con i rivali israeliani, statunitensi e sauditi. Perché era in atto un negoziato su scala regionale.

Ecco, questo è il quadro, mi rendo conto che è molto complesso, ma ricapitolando, Usa e Iran si parlano per – diciamo – ridurre le rispettive presenze in Siria e Iraq, Hezbollah e Emirati si parlano per mantenere la situazione sotto controllo e l’Iran dice ai suoi alleati di non esagerare. E in questo intreccio complicatissimo, arriva l’attacco israeliano a Damasco al consolato iraniano. 

Che Limes legge come un messaggio rivolto proprio ai negoziati in corso. Leggo dall’articolo: “Si può ipotizzare che qualcosa nelle trame e sottotrame negoziali non stesse andando per il verso giusto dalla prospettiva israeliana. E che il raid su Damasco sia servito per inviare un messaggio chiaro di insoddisfazione rispetto al corso delle trattative”. 

Insomma, al governo israeliano forse non stavano bene alcune delle trattative in corso e secondo la tesi dell’articolo questo messaggio era un modo per farlo presente. Sembra assurdo, se si pensa che nei bombardamenti muoioni persone, ma questo tipo di operazione è – forse – una sorta di linguaggio in codice per inviare un messaggio. 

Ora, che questa sia la spiegazione o no, è comunque una modalità rischiosa. Perché a fianco di questa dinamica ce ne sono altre che hanno a che fare con le strategie di deterrenza, con la postura internazionale, e con la politica interna dei vari paesi. La deterrenza è quell’idea di mantenere una sorta di pace fra due Paesi rivali basata sulla reciproca consapevolezza che uno può colpire l’altro. Solo che la deterrenza si può trasformare facilmente in escalation, se appunto l’uno colpisce l’altro, perché a quel punto l’altro, per mantenere il gioco, deve colpire a sua volta.

Poi appunto c’è quella che in geopolitica viene chiamata postura internazionale: ovvero, se il governo dell’Iran presenta al mondo il proprio paese come un paese temibile e minaccioso, beh, se poi qualcuno lo attacca devono reagire, anche solo per mantenere quel tipo di postura, sennò si smonterebbe il bluff. E poi c’è la questione della politica interna perché un governo che si mostra “molle” verso l’esterno poi presta il fianco ad attacchi interni (e sappiamo che in Iran, il malcontento interno, soprattutto dei e delle giovani, è molto alto).

Quindi insomma, per tutti questi motivi si sapeva che dall’Iran sarebbe arrivata una risposta. Che però se ci fate caso a andate un po’ sotto la scorza delle notizie, è una risposta tutto sommato misurata. È sufficiente per poter dire di aver attaccato Israele, ma non era intenzionata a far male. Tutte le armi utilizzate, dai droni, ai missili da crociera, sono armi lente e facilmente intercettabili. I missili balistici un po’ meno, ma comunque volendo l’Iran avrebbe potuto attaccare in maniera molto più violenta. Invece non lo ha fatto. E fra l’altro, subito dopo l’attacco, nemmeno mezz’ora dopo, da Teheran è arrivato un comunicato che diceva, per noi la ritorsione è finita qui. Della serie, “siamo pari”.

Ora però la domanda è: che farà il governo israeliano? Perché tutti i discorsi su deterrenza, postura internazionale, politica interna valgono anche per Israele. E allora vedete come è facile che il giochino sfugga di mano. E infatti ieri sera il gabinetto di guerra israeliano ha promesso una forte reazione militare. E fonti israeliane hanno fatto sapere che il governo ha preso la decisione di rispondere, aggiungendo solo “Dobbiamo ancora decidere con quanta forza”.

Nel frattempo Biden ha raccomandato prudenza e convocato un G7 che a suo avviso darà una risposta diplomatica, mentre ieri sera si è svolta anche una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La macchina diplomatica è al lavoro, dietro le quinte, mentre sul palco si gioca al gioco della guerra. 

Devo dire che è davvero una roba strana. È davvero una roba scema. Prigionieri usati come scusa per sedersi ai tavoli negoziali, bombardamenti usati come messaggio per dire che qualcosa non ci sta bene. E poi questa escalation militare che sembra una rissa fra bulli, in cui è importante mantenere l’onore, il rispetto, e fare la voce un po’ più grossa dell’altro. Anzi, non è che sembra, è una rissa fra bulli. È  esattamente la stessa dinamica, se non ché ci sono in ballo milioni di vite e chissà cos’altro. Ma come dice un amico, la realtà è frattale, e non c’è da sorprendersi se quello che avviene su una scala molto piccola avvenga in maniera simile su una scala molto grande. 

Spesso quando parliamo di guerra, ci sentiamo impotenti. Eppure, c’è sempre un piccolo pezzetto di scelta che possiamo fare, iniziando ad esempio a praticare la nonviolenza nella nostra vita quotidiana. Non servirà forse a bloccare istantaneamente un conflitto, eppure fare quel pezzetto, e magari cercare di ispirare in altri un cambiamento simile è comunque qualcosa. E un qualcosa i cui effetti sono imprevedibili. 

Questo per dire che se da un lato è importante essere consapevoli che un cambiamento individuale non è probabilmente sufficiente a cambiare il mondo, dall’altro raccontarsi che “tanto a che serve, io da solo non cambio niente”, è una delle tante scuse per non cambiare ed è uno dei pilastri su cui regge il sistema. Non sarà sufficiente, ma intanto facciamolo.

E questo ragionamento si può fare a 360°, su praticamente ogni aspetto della società. Ecco, tutto questo pippozzo perché è uscita una nuova puntata di A tu per tu, che parla dell’impatto del web e di come ridurre le propria impronta digitale. Ce lo presenta Daniel Tarozzi in un contributo audio.

Audio disponibile nel video / podcast

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