29 Mag 2024

Netanyahu ha spiato e minacciato la Corte penale internazionale per 9 anni – #940

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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Un’inchiesta del Guardian svela i tentativi del governo Netanyahu, anzi di Netanyahu in persona, di controllare, intercettare e intimidire i vertici della Corte penale internazionale, nell’ultimo decennio. Vediamo meglio cosa emerge. Parliamo anche della lettera di un ex funzionario di Biden sempre la Guardian che svela un’altra conseguenza particolare, dell’aggressione israeliana a Gaza, del progetto del ponte sullo stretto che è letteralmente illegale, della gaffe del Papa sulla “frociaggine” nei seminari, della lista degli impresentabili alle europee stilata dalla Commissione antimafia e infine di sicurezza in città per le donne, di neolitico in Sardegna e di tante altre notizie su Italia Che Cambia.

Il Guardian ha pubblicato ieri una inchiesta esclusiva, frutto di un’indagine condotta dal quotidiano inglese assieme alle riviste israeliane +972 e Local Call. Indagine che ha rivelato come Israele abbia orchestrato un’operazione segreta durata quasi un decennio per ostacolare le indagini della Corte Penale Internazionale sui presunti crimini di guerra commessi dai leader israeliani. 

L’operazione, descritta come una “guerra” contro la CPI, comprendeva una serie di azioni di sorveglianza, hacking e pressione diretta contro i funzionari della CPI, tra cui l’attuale procuratore Karim Khan e la sua predecessora, Fatou Bensouda.

Vediamo meglio cosa rivela l’inchiesta. In pratica, secondo quanto rivelato, le agenzie di intelligence israeliane, tra cui lo Shin Bet, che sarebbe l’agenzia di spionaggio nazionale israeliana, l’Aman, ovvero la direzione dell’intelligence militare e la divisione di Cyberspionaggio Unità 8200, avrebbero intercettato per un decennio comunicazioni telefoniche, messaggi e email dello staff della CPI. Tutto ciò sotto la supervisione di Netanyahu e dei suoi consiglieri per la sicurezza nazionale.

Queste intercettazioni fornivano al primo ministro Netanyahu informazioni in anticipo sulle intenzioni della corte. Netanyahu viene descritto come “ossessionato” da queste intercettazioni, voleva sapere tutto ed ha supervisionato personalmente i tentativi di fare pressione sulla corte, che includevano anche minacce dirette e tentativi di diffamazione contro l’ex procuratore Bensouda. 

Un episodio particolarmente inquietante ha visto due uomini non identificati consegnare una busta contenente denaro e un numero di telefono israeliano alla casa di Bensouda, in quello che è stato interpretato come un tentativo di intimidirla e farle sapere che sapevano dove abitava.

Inoltre, l’indagine ha rivelato che Yossi Cohen, l’allora direttore del Mossad (ovvero i servizi segreti israeliani), ha avuto incontri segreti con Bensouda, durante i quali ha cercato di dissuaderla dall’investigare su Israele, passando da tentativi amichevoli a minacce velate riguardo alla sua sicurezza personale. Cohen ha persino coinvolto il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila, in uno di questi incontri.

E non finisce qui. La sorveglianza israeliana si estendeva anche alle ONG palestinesi e agli individui che fornivano informazioni alla CPI. Le operazioni includevano l’hacking delle email di gruppi come Al-Haq (un’organizzazione non governativa palestinese per i diritti umani) e l’installazione del software spyware Pegasus sui telefoni di alcuni dipendenti delle ONG e funzionari dell’Autorità Palestinese.

Gli sforzi di Israele includevano anche incontri segreti con i funzionari della CPI per cercare di argomentare contro la giurisdizione della corte sui territori palestinesi. Tuttavia, queste riunioni, che coinvolgevano alti avvocati e diplomatici israeliani, non sono riuscite a prevenire la decisione del procuratore Bensouda di aprire un’indagine completa nel 2021.

Il successore di Bensouda, Karim Khan, ha inizialmente trattato l’indagine con cautela, ma gli eventi del 7 ottobre, con l’attacco di Hamas a Israele e la successiva risposta israeliana a Gaza, hanno portato a un’escalation. E Khan, forse lo ricorderete, ha recentemente annunciato di voler richiedere mandati di arresto per Netanyahu e altri alti funzionari israeliani, segnando una svolta significativa nel conflitto legale tra Israele e la CPI. Ha accusato Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant di responsabilità per crimini come sterminio, fame e negazione di aiuti umanitari.

Fra l’altro, quando Khan ha annunciato di voler richiedere i mandati di arresto contro i leader israeliani e di Hamas, ha lanciato un messaggio che lì per lì era apparso piuttosto criptico: “Insisto che tutti i tentativi di ostacolare, intimidire o influenzare impropriamente i funzionari di questo tribunale devono cessare immediatamente”.

Khan non ha fornito lì per lì dettagli specifici su quali fossero questi tentativi di interferire. Oggi forse è un po’ più chiaro. Detto ciò, è una roba grossa. Vi dico la verità, non è una roba che mi sconvolge giornalisticamente, nel senso che mi potevo aspettare cose del genere, intercettazioni, anche se ecco, le intimidazioni dirette e i tentativi di fare pressione sono robe molto pesanti. Però è una roba grossa, che uscendo in questo momento non potrà non avere un peso nell’isolare ulteriormente il governo Netanyahu a livello internazionale. Perché dovrà per forza di cose esserci una risposta politica, a livello internazionale, anche da parte degli alleati di Israele.

E su questo segnalo anche un’altra notizia interessante sempre sul Guardian. In realtà più che una notizia è una lettera, di un funzionario, anzi di un ex funzionario ebreo dell’amministrazione Biden. Appena dimessosi. Che denuncia che da ebreo non poteva più lavorare per un’amministrazione che finanziava lo sterminio dei palestinesi. 

Vi voglio leggere un passaggio di questa lettera perché mi ha fatto molto riflettere su un aspetto a cui non avevo mai pensato. È un passaggio un po’ lungo, ma penso significativo. Leggo: “Questo (ovvero l’aggressione israeliana su Gaza) non rende nessuno più sicuro – né i palestinesi né gli ebrei. So cosa significa temere l’aumento dell’antisemitismo. Sono terrorizzato – lo sento ogni giorno. Ma sono certo che gli ebrei non siano meglio protetti da uno sforzo bellico, approvato dagli Stati Uniti e condotto in nome della sicurezza ebraica, che promuove un genocidio di un intero popolo collettivamente definito come “nostro nemico”. In effetti, fare degli ebrei il volto di una campagna genocida non fa altro che metterci ancora più a rischio.

La sicurezza dei palestinesi e degli ebrei non è opposta. In realtà, sono profondamente intrecciate. Il presidente Biden non lo riconosce. Rifiuta di chiedere un cessate il fuoco duraturo, di mettere fine all’assegno in bianco offerto a Israele, di garantire un rilascio diplomatico degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, di porre fine all’assedio di Gaza e di lavorare per abolire il sistema di apartheid che si estende attraverso la Terra Santa. Per questo motivo, in questo momento, il mio ex capo è la persona che mi fa sentire più insicuro come ebreo americano.

In questo momento, trovo conforto nel lavoro degli organizzatori che chiedono di essere ascoltati. Sono stato ispirato dalle comunità sicure create da coalizioni di attivisti ebrei e palestinesi che lavorano insieme, insieme al coro di voci – inclusi studenti, lavoratori sindacali, elettori degli stati in bilico, insegnanti, artisti, leader religiosi, scrittori, militari e, sì, oltre 500 membri dell’amministrazione Biden – che hanno condannato il genocidio. 

Ciascuna di queste voci ha parlato in accordo con la mia fede ebraica. Ci sono lezioni da imparare dalla nostra fede e dalla nostra storia, mentre vediamo la stessa disumanizzazione che ha colpito la mia comunità ora ricadere su un’altra. Ogni giorno, vedo foto di persone sfollate a Gaza, e mi ricordano la memoria della mia famiglia di cari uccisi nella Shoah – che, a sua volta, mi ricorda la Nakba: la tragedia che si è verificata nel 1948 quando la società palestinese è stata distrutta e circa 700.000 palestinesi sono stati sfollati dalla loro terra per la formazione dell’Israele moderno. Shoah e Nakba significano la stessa cosa in ebraico e in arabo: catastrofe.

Mi sono dimesso mercoledì 15 maggio – il 76° anniversario della Nakba – perché non potevo più servire un presidente che si rifiuta di fermare un’altra catastrofe.

Ora al di là della denuncia forte e comprensibile dell’operato dell’amministrazione Biden, mi colpisce questo fatto, che politiche estremiste da parte del governo ebraico in realtà mettono in pericolo gli ebrei, non li rendono più sicuri. Come al solito, di fronte alle atrocità, non vince mai nessuno.

Allora, partiamo da questa notizia di Repubblica, comunque interessante. In pratica parrebbe che il Ponte sullo stretto, in fin dei conti, non si possa fare. Sia illegale. 

Il perché lo spiega, appunto su Repubblica, Alessia Candito, che racconta come “A norma di legge il Ponte sullo Stretto non si può fare. Sul versante calabrese la struttura ricade per intero nella fascia di non edificabilità stabilita nel 2015 all’esito degli approfondimenti avviati dall’Ispra sulle faglie attive in Italia. A dimostrarlo, uno studio firmato dall’ingegnere Paolo Nuvolone presentato oggi in consiglio comunale aperto a Villa San Giovanni e che a breve sarà formalmente depositato dall’amministrazione alla commissione ministeriale Via”.

“Una sconfessione totale delle rassicurazioni della Stretto di Messina spa, che con l’ingegnere Pietro Ciucci meno di due settimane fa assicurava “i punti di contatto con il terreno dell’opera di attraversamento, sulla base degli studi geosismotettonici eseguiti, sono stati individuati evitando il posizionamento su faglie attive”. In realtà, le mappe allegate alla relazione del Comune di Villa San Giovanni dimostrano esattamente il contrario.

I punti di ancoraggio, il pilone, il pontile e gli svincoli previsti ricadono esattamente nell’area di totale inedificabilità indicata per legge. E per non lasciare spazio a interpretazioni o dubbi, l’opera – per come prevista da progetto – è stata sovrapposta alla ricostruzione grafica su foto aerea delle faglie presenti con annessa “zona rossa””.

Insomma, in pratica alcuni punti essenziali del Ponte, per come è stato progettato, ricadrebbero in una zona di totale non edificabilità, dove non si può costruire niente, per legge, perché l’Ispra (che sarebbe l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha riscontrato un rischio sismico molto molto elevato. 

E come specifica più avanti l’articolo, “Non si tratta di un consiglio ma di un imperativo categorico fissato per legge per evitare tragedie come il terremoto dell’Aquila. Il devastante sisma, che ha provocato più di 300 morti, ha avuto origine da una faglia attiva, quella di Paganica, che si è improvvisamente svegliata devastando il territorio, densamente urbanizzato e mai messo in sicurezza”. 

Peraltro, la norma in questione è precisa, dettagliata, possibile che la Stretto di Messina l’abbia bellamente ignorata? Come è possibile che nel progetto si dica che i pilastri e i punti di ancoraggio evitano di poggiare su fagli attive, come dimostrato dall’analisi geosismotettonica, quando la suddetta analisi dimostra invece il contrario?

Ed ecco che si fa strada un’ipotesi, che non mi stupirebbe, vista la cialtroneria che mi pare caratterizzi ogni aspetto di questo progetto. Ricorderete forse che il progetto originale era del 2011. L’analisi di Ispra che ha evidenziato quella zona come zona rossa a totale inedificabilità è del 2015. Quindi nel 2011 questo progetto sarebbe stato regolare, oggi no. 

Non è che gli elaborati relativi al rischio sismico sono stati presi e copia-incollati uguali uguali dal progetto del 2011 senza che nessuno si preoccupasse di aggiornarli, o perlomeno di controllare che nel frattempo non fossero usciti studi aggiornati su quel territorio? Possibile? Io credo di sì, anzi, mi spingerei a dire, molto probabile. 

C’è questa questione di cui parlano tutti i giornali, ovvero le dichiarazioni di Papa Francesco. Il “frociaggine-gate” potremmo definirlo. In pratica il Papa avrebbe, secondo varie fonti riportate da tanti giornali diversi, detto nel corso di un incontro a porte chiuse che si è svolto la scorsa settimana con l’assemblea della Conferenza episcopale italiana, anzi avrebbe consigliato ai vescovi italiani di non ammettere in seminario persone dichiaratamente omosessuali, pur nel rispetto di tutte le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale, aggiungendo una battuta sul fatto che nei seminari già c’è molta “frociaggine”. 

Una uscita che a quanto pare ha fatto sobbalzare anche i presenti. 

Il papa poi si è scusato attraverso il portavoce vaticano Matteo Bruni dicendo che “non ha mai inteso offendere o esprimersi in termini omofobi” e “rivolge le sue scuse a coloro che si sono sentiti offesi”.

“Papa Francesco”, ha detto Bruni in risposta alle domande dei giornalisti, “è al corrente degli articoli usciti di recente circa una conversazione, a porte chiuse, con i vescovi della Cei. Come ha avuto modo di affermare in più occasioni, “Nella Chiesa c’è spazio per tutti, per tutti! Nessuno è inutile, nessuno è superfluo, c’è spazio per tutti. Così come siamo, tutti”. Il Papa non ha mai inteso offendere o esprimersi in termini omofobi, e rivolge le sue scuse a coloro che si sono sentiti offesi per l’uso di un termine, riferito da altri”.

Le smentite però, di fatto confermano che il fatto è avvenuto, non negandolo. La versione della Santa Sede è che la scelta del termine sia stata involontaria, dettata dalla scarsa padronanza dell’italiano di Francesco, ma comunque mi sembra indice di un rapporto ambivalente della Chiesa con l’omosessualità, di cui anche Papa Francesco è in qualche modo simbolo, un Papa progressista, che si è distinto per delle aperture importanti anche alla comunità LGBTQ+, ma che comunque si trascina dietro il retaggio di secoli di storia fatta di oppressione verso gli orientamenti sessuali e le identità di genere non standard.

Il tutto, è forse legato anche al fatto che la narrazione interno-esterna della chiesa abbian teso a legare anche i casi di pedofilia interni al vaticano con l’omosessualità, una verisone che però cozza un po’ con le tante testimonianze di bambine e donne molestate. Comunque, è un caso destinato probabilmente a sgonfiarsi nel giro di poco, ma che comunque ci dice qualcosa sui limiti della chiesa a superare il proprio passato, persino nella figura di un papa estremamente progressista.

Torniamo alla nostra rubrica elettorale di avvicinamento alle elezioni europee. Innanzitutto: grazie per le tante proposte di nome della rubrica. Alcune devo dire davvero degne di nota, al punto che ho l’imbarazzo della scelta. Una menzione particolare per Io non m’Eurassegno (che suona molto portoghese), Eu non mi rassegno, Io non mi rassegno in Europa. 

Oggi vi do una notizia più specifica. Ovvero che la commissione antimafia ha presentato una lista degli impresentabili fra i nostri candidati alle europee. Ovvero personaggi, sette candidature che per motivi diversi sono risultate in violazione del Codice di autoregolamentazione. 

I sette cosiddetti “impresentabili” sono Angelo Antonio D’Agostino (Forza Italia-Noi moderati), Marco Falcone (Forza Italia-Noi moderati), Alberico Gambino (Fratelli d’Italia), Filomena Greco (Stati Uniti d’Europa), Luigi Grillo (Forza Italia-Noi moderati), Antonio Mazzeo (Partito democratico) e Giuseppe Milazzo (Fratelli d’Italia). 

In pratica la Commissione ha passato al setaccio i candidati alle europee riscontrando in queste sette persone delle irregolarità. Che vuol dire irregolarità? Vuol dire che sono a processo per qualcosa, accusati di reati vari, che vanno da corruzione, a bancarotta fraudolenta e cose così. Ora, è un elenco che non ha un valore legale vero e proprio, nel senso che i partiti non sono obbligati a togliere dalle liste questi candidati, e plausibilmente non lo faranno. però ecco, magari è un’indicazione per noi su chi NON votare.

Il nostro direttore Daniel Tarozzi commenta gli articoli più interessanti usciti ieri e oggi su Italia che Cambia.

Audio disponibile nel video / podcast

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