6 Feb 2024

Parigi, passa il referendum contro i SUV – #873

A Parigi un referendum ha confermato la proposta della sindaca Anne Hidalgo di far pagare parcheggi salatissimi ai Suv. Intanto in Europa molti dei partiti verdi sono in crisi profonda. parliamo anche degli incendi in Cile e delle elezioni presidenziali a El Salvador, che hanno riconfermato con una specie di plebiscito Bukele.

Si parla molto di città 30 qua da noi, ma come abbiamo detto più volte, ci sono città in Europa che hanno fatto questo passaggio già anni fa. È il caso ad esempio di Parigi, che è stata una delle prime capitali mondiali ad adottare questo paradigma che rivoluziona la mobilità urbana, introducendo il limite di 30km/h in ampie zone e in generale ripensando la mobilità per favorire quella sostenibile, le aree pedonali, i marciapiedi larghi, il verde pubblico e le piste ciclabili, con l’idea di creare una città più vivibile, più a misura di essere umano e meno di automobile. 

Ecco, in questo senso, è interessante andare a vedere cosa succede adesso a Parigi e cosa pensano i parigini, che inizialmente erano piuttosto critici rispetto a questa novità. L’occasione ce la fornisce una notizia, riportata da parecchi giornali. Domenica a Parigi si è tenuto il referendum cittadino su una proposta della giunta cittadina di triplicare le tariffe di parcheggio per suv, ovvero i modelli di auto più pesanti, ingombranti e inquinanti, da applicare agli automobilisti non residenti: hanno partecipato 78.121 elettori e il 54,55 per cento di loro ha votato in favore della proposta, che quindi è passata. 

Il primo dato da notare quindi è che l’affluenza è stata molto bassa, con solo il 5,68 per cento degli aventi diritto che è andato a votare.

Adesso che succede? Succede che parcheggiare un’auto di grandi dimensioni costerà quindi 18 euro l’ora in centro (dal 1° all’11° arrondissement) e 12 euro l’ora nel resto della città. Le nuove tariffe sarebbero valide per i veicoli più pesanti di 1,6 tonnellate, con motore termico o ibrido, e per tutti quelli più pesanti di 2 tonnellate, veicoli elettrici inclusi. Sia in Francia che in altri paesi, i SUV sono da tempo tra i veicoli più venduti: si stima che la quantità a Parigi sia aumentata di circa il 60 per cento in poco meno di cinque anni, passando da 108mila a 170mila (il 15 per cento del totale di circa 1,15 milioni di veicoli privati presenti).

La sindaca di Parigi Anne Hidalgo, del Partito Socialista, si è detta contenta del risultato. La proposta rientrava in un esteso piano approvato dalla sua amministrazione per disincentivare l’utilizzo delle auto. Era stata anche promossa, oltre che da gruppi di attivisti, da molti residenti che si erano lamentati per il traffico intenso nelle strade secondarie, la mancanza di spazi verdi e la scarsa sicurezza per i pedoni. 

L’aumento comunque non riguarderà i residenti, e una serie di categorie come i professionisti che parcheggiano nelle loro zone autorizzate, i tassisti che sostano nei posteggi dedicati, gli artigiani, le persone che lavorano nel settore sanitario e quelle con disabilità. Secondo l’azienda specializzata in analisi dei dati del settore automobilistico AAA Data, le automobili che al momento girano per Parigi e che dovranno pagare una tassa più elevata sono circa 130mila, il 15 per cento del totale.

Ora, cosa ci dice questo voto? Mi piacerebbe dire che ci dice che i e le parigine sono contrari ai Suv. Ma la verità è che a) si tratta di un campione troppo poco rappresentativo e b) non riguardava i residenti. La cosa che possiamo dedurre è che ai parigini, perlopiù, non interessa granché la questione dei Suv. Soprattutto di quelli altrui. Poi possiamo chiederci se ha valore un referendum del genere con questi numeri, ma questo è un altro discorso.

Comunque il fatto che non ci sia stata una levata di scudi cittadina, forse – ma ditemi se sto peccando di wishful thinking – possiamo leggerlo come un avallo della politica complessiva della sindaca Anne Hidalgo e del suo progetto di città 30. Cioè: anche a Parigi l’opposizione di destra ha provato a gridare alla guerra alle auto e a scatenare allarmismo, ma evidentemente non ha funzionato granché. A me sembra un dato interessante. Poi non lo so, tirate le vostre somme. 

Ho trovato due articoli interessanti che riguardano i Verdi, in generale, come movimento politico mondiale, e la loro situazione attuale. Il primo è un pezzo del Post che descrive la crisi dei verdi, ovunque. 

Leggo: “Le proteste degli agricoltori che nelle ultime settimane sono state organizzate in molti paesi europei riflettono un più consistente calo di consensi per le politiche legate alla sostenibilità ambientale: più o meno dall’inizio della guerra in Ucraina, che ha innescato fra le altre cose un aumento dei costi dell’energia e ha contribuito all’aumento dell’inflazione, sempre meno europei ritengono che il cambiamento climatico sia uno dei problemi più urgenti da affrontare. 

Secondo l’ultima rilevazione dell’Eurobarometro, un sondaggio annuale commissionato dall’Unione Europea, la preoccupazione nei confronti del cambiamento climatico è inferiore a quella nei confronti dell’inflazione, della migrazione e della stabilità politica interna.

Negli ultimi 12 anni c’è stato un unico momento in cui il cambiamento climatico era in cima alle preoccupazioni degli europei, secondo l’Eurobarometro: la primavera del 2019. Le ultime elezioni europee si tennero proprio in quel periodo, e diversi partiti affiliati con il Partito dei Verdi europei ottennero percentuali notevoli e in certi casi insperate. Nell’attuale parlamento europeo il gruppo parlamentare dei Verdi conta 72 seggi ed è il quarto più numeroso dietro a Popolari (centrodestra), Socialisti (centrosinistra) e Liberali (centro).

Nel prossimo parlamento, a meno di sorprese, il gruppo perderà parecchi seggi. Secondo una recente stima di Politico basata su una media degli ultimi sondaggi realizzati nei 27 paesi dell’Unione, i Verdi perderanno circa un terzo dei propri seggi. Una stima di fine gennaio dell’European Council on Foreign Relations (ECFR) invece prevedeva una riduzione più contenuta, intorno ai 10 seggi. Nessuno, al momento, ritiene che i Verdi possano invece guadagnare seggi.

Alle difficoltà trasversali legate a una maggiore diffidenza sui loro temi storici, diversi partiti Verdi stanno attraversando un periodo complicato nel proprio paese. Il partito Verde storicamente più forte in Europa, quello tedesco, è lontano dal 20 per cento che ottenne alle elezioni del 2019 ed è in calo costante da circa due anni: al momento è dato intorno al 14 per cento, probabilmente risentendo della scarsa popolarità del governo di cui fanno parte.

In Francia alle scorse elezioni europee i Verdi ottennero un sorprendente 13,48 per cento, un anno e mezzo fa aderirono al cartello di sinistra NUPES, che però nel frattempo è stato di fatto sciolto. Si presenterano con una lista autonoma alle europee e si stima che riusciranno ad eleggere 8 membri, 4 in meno rispetto al 2019.

In diversi paesi del Sud Europa i partiti Verdi continuano a faticare parecchio, per via di una sensibilità sulla transizione ecologica meno sviluppata rispetto ai paesi del Nord. Alle ultime elezioni politiche in Grecia, nell’estate del 2023, si sono presentati due partiti Verdi, ma in tutto hanno ottenuto meno dell’uno per cento dei voti e non sono nemmeno riusciti a entrare in parlamento. In Italia da un paio d’anni i Verdi hanno una collaborazione stabile con Sinistra Italiana ma da allora galleggiano intorno al 3-4 per cento.

Gli unici due paesi in cui un partito Verde potrebbe aumentare i propri consensi rispetto al 2019 sono Spagna e Lituania. In Spagna il cartello di sinistra Sumar ha fatto capire che dopo le elezioni europee del 2024 potrebbe aderire al gruppo parlamentare dei Verdi europei, mentre in Lituania il nuovo partito dell’ex primo ministro Saulius Skvernelis si giocherà il secondo posto dietro al Partito Socialdemocratico, e ha già annunciato di avere aderito al Partito europeo dei Verdi.

Tutto ciò ovviamente potrebbe avere delle ripercussioni molto concrete per la composizione del prossimo parlamento Ue, e a cascata sulla legislazione europea in materia ambientale! Un loro eventuale ridimensionamento li renderebbe meno centrali e decisivi in caso di voti in bilico. Cosa che potrebbe succedere spesso, dato che in base ai sondaggi di oggi il prossimo parlamento europeo sarà estremamente frammentato e potrebbe non avere una netta maggioranza.

Intanto apprendo da GreenReport a Lione si sono riuniti i rappresentanti dei 30 partiti Verdi europei riuniti e hanno approvato il manifesto comune dell’European Green Party, “Courage to Change”, per la campagna elettorale delle europee e la prossima legislatura del Parlamento Europeo.  I Verdi europei si sono dati 11 priorità  e la 12esima priorità, verrà scelta dai cittadini.

Nel loro manifesto di 55 pagine, i Verdi europei presentano le proposte rivolte ai milioni di persone che voteranno alle prossime elezioni europee e negli 11 temi prioritari spiegano come la lotta agli eventi meteorologici estremi vada di pari passo con la tutela del tenore di vita e la creazione di posti di lavoro verdi. Il manifesto chiede un Fondo per la transizione verde Ue pari all’1% del PIL Ue all’anno per finanziare infrastrutture e industrie verdi in tutta Europa. Per prevenire la povertà energetica, i Verdi introdurranno una Garanzia Energetica per mantenere accessibile il consumo energetico delle famiglie. I Verdi prevedono anche un Biglietto Europeo per il Clima per i trasporti pubblici in tutta Europa.

Mi ha colpito che nel manifesto è presente anche un punto sull’antifascismo, e mi sono chiesto, ma perché? Capisco che quello che sto per dire farà storcere il naso a parecchi, ma le tematiche ambientali dovrebbero davvero essere trasversali. E chissà, magari anche in questa politicizzazione ideologica sta parte del motivo per cui i partiti verdi stanno regredendo, in un momento in cui i venti di guerra, come da tradizione, spingono le destre e i nazionalismi ad avanzare. 

Ora, io sono indubbiamente antifascista, ma preferisco avere dei fascisti o dei neonazisti ecologici, che dei fascisti fan dei suv, del petrolio e degli allevamenti intensivi. Perché mentre noi ci divertiamo con le nostre divisioni ideologiche, la CO2 in atmosfera se ne frega abbastanza, così come l’inquinamento delle acque e dell’aria. 

Detto ciò, le idee delle persone restano per me un mistero insondabile. Nel senso che a seconda di come viene somministrato un sondaggio, del momento della giornata, delle parole scelte, può emergere tutto e il contrario di tutto. Io non so dire quanto siano preoccupate le persone in generale per il clima, quello che noto è che sicuramente sono più divise sul clima. Meno sensibili? Più sensibili? I più giovani sono credo più sensibili rispetto anche solo a pochi anni fa. Non so, prendiamo questi sondaggi con le pinze.

Intanto il Cile è attraversato da tremendi incendi che stanno causando morti e devastazione nella regione di Valparaíso, nel centro del Paese. Al momento il bilancio è di 112 vittime, mentre 1.400 pompieri e 1.300 soldati e volontari stanno lottando contro circa quaranta roghi ancora attivi.

Come ha affermato il Servizio nazionale di prevenzione e risposta ai disastri, riportato su Internazionale, “Le fiamme hanno distrutto ventiseimila ettari di vegetazione e vari complessi residenziali”. Purtroppo, come ha avvertito il presidente Gabriel Boric, “il bilancio è destinato ad aggravarsi”. Boric era in visita a Quilpué, vicino a Viña del Mar, dove sono stati registrati tutti i decessi. Ci sono infatti centinaia di persone risultano disperse.

“Per fortuna da oggi le condizioni meteorologiche sono più favorevoli al controllo degli incendi”, ha affermato la ministra dell’interno Carolina Tohá, riferendosi a un fenomeno tipico della costa del Pacifico che produce cielo coperto, forte umidità e temperature più basse.

Il capo della diplomazia europea Josep Borrell ha affermato sul social network X che l’Unione europea è “pronta a dare una mano in questo momento difficile”, aggiungendo che “questi incendi ci ricordano quant’è importante agire contro la crisi climatica”.

La settimana scorsa nel centro del Cile e nella capitale Santiago sono state registrate temperature vicine ai quaranta gradi. L’ondata di caldo dovrebbe ora estendersi all’Argentina, al Paraguay e al Brasile.

Nel weekend si è votato a El Salvador, e ieri sono arrivati i risultati ufficiali. Anche se a dire il vero, non ce n’era troppo bisogno di aspettarli. Il verdetto infatti era abbastanza scontato: Nayib Bukele, il leader carismatico, populista, mezzo matto del Paese sarebbe stato rieletto con un fiume di voti. E così è stato, con oltre l’85% delle preferenze.

Come racconta Carlo Renda su HuffPost, “Non c’è stato un solo momento in cui Nayib Bukele non abbia avuto la certezza che sarebbe stato nuovamente eletto presidente di El Salvador. Non si è certo spaventato del divieto costituzionale di secondo mandato, che ha aggirato col sotterfugio di prendersi una licenza di sei mesi prima delle presidenziali e col concorso di giudici costituzionali compiacenti.

Eletto per la prima volta nel 2019 presidente del più piccolo paese dell’America centrale, Bukele è diventato il leader politico più popolare al mondo grazie alla guerra senza quartiere alle maras, le bande criminali che hanno insanguinato El Salvador per decenni. E non si è minimamente preoccupato delle critiche di chi lo accusa di non rispettare i principi della democrazia, i diritti umani e le libertà civili. 

Illuminante in tal senso il vicepresidente Felix Ulloa, candidato insieme a lui, intervistato dal New York Times: “A chi dice che la democrazia viene smantellata, la mia risposta è sì. Ma non la smantelliamo soltanto, la eliminiamo e la sostituiamo con qualcosa di nuovo”, perché il sistema democratico salvadoregno era “marcio, corrotto, assetato di sangue”, ha “avvantaggiato solo i politici corrotti e ha lasciato il paese con decine di migliaia di persone assassinate”. D’altra parte, da star dei social, Bukele ci ha sempre scherzato su, cambiando ogni tanto il suo status su X (Twitter), da “dittatore di El Salvador” a “dittatore più cool del pianeta” a “re filosofo”.

L’articolo racconta molto approfonditamente la storia di Bukele, ve lo consiglio perché è molto interessante. Io mi limito a qualche dato significativo: “A marzo 2022 ha dichiarato lo stato d’emergenza per sradicare le bande criminali da El Salvador. Quando il Parlamento, controllato dalle opposizioni, ha avuto esitazioni nel finanziamento del suo piano di lotta alla criminalità, Bukele non ha esitato a intimidirli, dando ordine alla polizia e all’esercito di entrare nell’Aula. Ha sostituito tutti i giudici della Corte Suprema e il procuratore generale di El Salvador.

Quando le maras hanno minacciato di uccidere a caso la popolazione in risposta alla dichiarazione dello stato d’emergenza, Bukele ha reagito minacciando a sua volta di affamare i prigionieri delle bande criminali ed è andato avanti senza pietà: 75mila arresti, anche arbitrari, con molti casi accertati di maltrattamenti, torture e morti in carcere. 

Nel frattempo il tasso di omicidi di El Salvador è passato da 106,3 per 100mila abitanti del 2015 a 2,4 nel 2023. E oggi la popolazione salvadoregna segue il suo presidente perché quel pugno duro ha ridotto drasticamente gli assassini, le rapine, le estorsioni, che tormentavano la vita quotidiana. Ora si può uscire in strada, perfino di notte, raccontano, i negozianti non devono continuamente pagare il pizzo alle maras. 

L’articolo non ne parla ma Bukele è anche il presidente che ha riconosciuto il bitcoin come moneta ufficiale, e voleva costruire Bitcoin city sulle pendici di un vulcano. Anche se tutta la questione del bitcoin non ha avuto molto seguito, al momento, e solo pochi salvadoregni la utilizzano. 

Comunque, devo dire che questa notizia mi ha colpito perché mostra come un presidente dittatoriale, con manie di grandezza galoppanti, in sprezzo dei diritti umani e libertà individuali, e probabilmente passando sopra anche a decine o centinaia di persone innocenti, sia riuscito però a rendere El Salvador un paese vivibile, dove le persone non hanno più paura ad uscire di casa. È riuscito laddove la democrazia aveva fallito. È qualcosa che un po’ mi preoccupa, un po’ mi fa riflettere.

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