30 Apr 2024

Le enormi proteste delle università Usa pro-Palestina: “sembra il ’68” – #922

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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Nelle università statunitense sono esplose da diverse settimane delle proteste enormi, paragonabili a quelle contro la guerra in Vietnam del ‘68, che non accennano a fermarsi. Studenti e studentesse ma anche docenti protestano contro il massacro di civili che si sta compiendo a Gaza e contro l’appoggio o perlomeno l’avallo che l’amministrazione americana, e in parte le stesse università, stanno dando al governo israeliano. Parliamo anche, di nuovo, del caso Vannacci, con un ringraziamento particolare ad Aldo Giannuli poi scoprirete perché, e infine del revisionismo storico dei libri di testo in atto da anni in India, che sta trovando nuova spinta.

Sta succedendo un gran casino nelle università americane, un’ondata di proteste e manifestazioni molto molto forti pro Palestina e contro l’appoggio del governo americano a Israele, con tanto di almeno 900 arresti solo negli ultimi 10 giorni. 

900 arresti è la stima che fa il Washington Post in un articolo che descrive in maniera abbastanza oggettiva e dettagliata, mi pare, quello che sta succedendo. Come sottolinea il giornale, si tratta della più grande risposta della polizia all’attivismo universitario degli ultimi anni. 

Per darvi un’idea della scala di quello che sta succedendo pensate che un altro articolo, questa volta del Guardian, afferma che siamo di fronte a “quello che è forse il movimento studentesco più significativo dai tempi delle proteste contro la guerra del Vietnam nei campus alla fine degli anni ’60”.

E la risposta delle forze dell’ordine è altrettanto poderosa. Leggo sempre dall’articolo del Guardian: “Il ronzio degli elicotteri sopra Washington Square Park a New York lunedì ha anticipato l’arrivo del gruppo di risposta strategica (SRG), la divisione della polizia di New York specializzata nell’anti-terrorismo e nelle proteste politiche, che ha proceduto all’arresto di più di 120 studenti e membri del corpo docente della New York University che stavano sfilando sul marciapiede del campus al ritmo del canto: “Israele bombarda, la NYU paga, quanti bambini hai ucciso oggi?”

E quella dell’Università di NY è solo una delle tante proteste. Quindi, vediamo meglio cosa sta succedendo nelle università americane. Vi faccio un riassunto di quello che ho letto in vari articoli di questi giorni, non ve li cito tutti ma li trovato sotto Fonti e articoli. In pratica le proteste sono montate a partire dall’inizio dell’offensiva israeliana a Gaza seguita agli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Via via che si delineavano i contorni di un vero e proprio massacro di civili, le Università americane sono diventate teatro di proteste via via più partecipate, che mettevano assieme studenti e parte del corpo docenti. In tutto si sono registrate proteste in ben 55 campus universitari, con modalità molto diverse fra loro. E via via che crescevano le proteste, sono cresciute anche le controproteste e gli scontri con i sostenitori delle politiche di Israele e del suo diritto alla difesa. In alcuni casi tutto si è mantenuto sui binari della protesta civile, in altri casi è degenerato, sia per via di proteste particolarmente accese sia per via della decisione, molto criticata, di alcuni rettori di l’intervento delle forze dell’ordine.

Oltre alla situazione di New York, sabato la polizia ha fatto irruzione in molti campus usando irritanti chimici e taser per disperdere gli studenti. A Boston la polizia ha arrestato circa 100 persone  con post sui social media che mostrano forze di sicurezza in tenuta antisommossa e agenti che caricano tende sul retro di un camion.

Ma che cosa vogliono gli studenti? E perché le reazioni sono state così veementi? Come spiega un articolo su Valigia Blu a firma di Martino Mazzonis, “Oltre a manifestare, gli studenti chiedono che le università smettano di investire in società collegate a Israele o che partecipano in qualche forma al suo sforzo bellico – non si parla qui di ricerca, ma della gestione delle finanze di queste università private che gestiscono quote non indifferenti di capitale. 

La richiesta di disinvestire/boicottare è un ricordo dei boicottaggi nei confronti del Sudafrica dell’apartheid e delle campagne ambientaliste che hanno fatto pressione e ottenuto che diverse università smettessero di investire in azioni di multinazionali degli idrocarburi. Naturalmente si tratta di un atto perlopiù simbolico, perché per quanto ricche, le università USA non sono in grado di condizionare l’andamento delle azioni di un grande gruppo industriale.

Ovviamente, il caos nelle università, riverbera su tutta la società americana, una società già estremamente spaccata e frammentata. E credo che questa sia anche la chiave in cui leggere un utilizzo apparentemente sè propositato della forza. La frattura fra i sostenitori di Israele e i sostenitori dei palestinesi è ormai una enorme frattura sociale ed è anche una frattura generazionale: tutti i sondaggi evidenziano che i primi sono tendenzialmente anziani, mentre chi sostiene la Palestina è in media molto giovane (tant’è che le proteste sono scoppiate nelle università). 

Come racconta l’articolo di Valigia Blu: “In entrambi gli schieramenti convivono punti di vista diversi, toni estremi al limite dell’antisemitismo o dell’islamofobia, toni ragionevoli di angoscia per quanto capita ai palestinesi a Gaza e in Cisgiordiana, e di preoccupazione per parenti e amici in Israele. Da parte di entrambi gli schieramenti si assiste anche a una manipolazione e deformazione del messaggio dell’altra parte”. Manipolazione che però è stata lamentata soprattutto dagli studenti. Ad esempio gli studenti della Columbia Uv hanno protestato contro chi li ha definiti antisemiti scrivendo in un comunicato: “Siamo frustrati dalle distrazioni dei media che si concentrano sugli atteggiamenti di alcuni individui che non ci rappresentano. Siamo cristiani, ebrei, musulmani, atei e rifiutiamo fermamente qualsiasi forma di odio e ci opponiamo ai tentativi dei non studenti di colpire la nostra solidarietà”. 

Ovviamente tutta questa storia, nell’anno delle elezioni presidenziali, non può non diventare una faccenda politica. L’imbarazzo del Partito Democratico è evidente, anche perché le università e gli arabo-americani rappresentano buona parte del bacino elettorale democratico e questo ovviamente è un problema per Biden. 

La sinistra sandersiana (quella più socialista, diciamo) sostiene le proteste, i repubblicani chiedono che vengano silenziate e i democratici stanno un po’ qua un po’ là. E questa ambiguità dell’amministrazione Biden sia nella gestione del conflitto che nella gestione interna delle proteste non giova certo dal punto di vista elettorale. 

Al netto della questione politica, è interessante vedere come il dissenso esploda ciclicamente all’interno della società americana. La domanda però che mi faccio è: questa cosa spesso viene letta come una cosa positiva, un buon indicatore di salute di una società. La spaccatura sociale però mi sembra talmente ampia e pervasiva da rendere difficile immaginare una sorta di superamento. 

È anche vero che spesso la storia ci ha mostrato spaccature e incomunicabilità intergenerazionale, pensiamo appunto proprio al 68 e alle enormi divisioni sociali che hanno caratterizzato gli anni successivi in buona parte del mondo occidentale.  E sono finite con vincitori e vinti, i vincitori (anzi i più scaltri fra i vincitori) che sono diventati la nuova classe dirigente e i più scaltri fra i vinti che sono rientrati dalla finestra. Però comunque tutto ciò ha generato un cambiamento sociale molto rapido. Ci sono alcune similitudini fra la società americana attuale e quella del 68, mi pare. Ma non conosco il paese abbastanza a fondo da poter dare giudizi troppo certi. Quindi ecco, sono un po’ confuso sulla lettura da dare questo fenomeno. Ditemi pure la vostra.

Torno al volo, ma proprio al volo, sul caso Vannacci di cui parlavamo ieri perché è successa una cosa  curiosa. Curiosa in senso bello. Aldo Giannuli, che è un accademico, politologo, storico e saggista molto conosciuto e seguito ha fatto una live in cui parla del caso Vannacci e parte proprio dalla puntata di ieri di INMR e risponde alla domanda che mi facevo sul fatto che parlare di Vannacci, anche parlarne male, non facesse in fin dei conti il gioco di Vannacci in base alla regola bene o male purché se ne parli.

A parte che ringrazio davvero il prof. Giannuli che non ho idea di come sia approdato a questi lidi, per i complimenti e per aver invitato le persone a seguire INMR, ma qui ne parlo oltre che per bullarmi pubblicamente di ciò anche per riassumervi molto superficialmente e indegnamente quello che spiega. 

Ovvero che a suo avviso parlare di Vannacci sarebbe cosa buona e giusta perché la sua candidatura sarebbe in realtà un clamoroso autogol di Salvini e un grosso problema per la Lega e per il governo (quindi in fin dei conti un’ottima notizia – al punto che la live in questione si chiama Forza Vannacci, insisti!) per ben 3 motivi:

  1. Con Vannacci la Lega si inimica interi gruppi sociali che lo stesso Vannacci attacca frontalmente, che almeno in parte potrebbero coincidere anche con l’elettorato della Lega;
  2. La sua candidatura allontana gli elettori moderati
  3. La sua candidatura crea spaccature sia all’interno del partito che della coalizione di governo

Quindi il prof Giannuli prevede un flop elettorale della Lega alle prossime elezioni europee e mi invita ad offrirgli un caffé qualora la sua profezia si avverasse. E vi dirò, in generale sarei felice di offrire un caffé al prof Giannuli, ma ecco in una evenienza come quella sarei doppiamente felice quindi rilancio con un caffé doppio. Crepi l’avarizia.

Spostiamoci in India dove forse, come ricorderete, sono in corso le elezioni per rinnovare il parlamento e di conseguenza il governo. Dico sono in corso, e lo saranno ancora per un po’ perché quelle indiane sono fra le elezioni più lunghe e complesse al mondo, durano circa un mese e mezzo, si vota in maniera scaglionata e quindi i risultati si avranno i primi di giugno.  L’attuale ministro conservatore Narendra Modi è favoritissimo, ma oggi vi parlo di India per un altro motivo. Perché un articolo di AltrEconomia a firma di Maria Tavernini racconta un fenomeno in realtà abbastanza costante nell’ultimo decennio ma che ha trovato nuova spinta e che è piuttosto preccupante: ovvero un’ondata di revisionismo storico che sta investendo i libri di testo, ad opera del fondamentalismo hindu.

In pratica il Consiglio nazionale indiano per l’istruzione e la ricerca, da un po’ di tempo, sta apportando alcune modifiche a come alcuni eventi della storia indiana vengono riportati sui libri di testo. L’ultimo episodio è una modifica nella narrazione di un fatto specifico ma anche molto significativo: la demolizione della moschea Babri Masjid ad Ayodhya nel 1992. 

Questa moschea, eretta nel XVI secolo, fu distrutta da una folla di fanatici hindu in un atto che ha segnato profondamente la storia contemporanea indiana, scatenando violenze settarie su vasta scala. Tuttavia, nel contesto attuale, l’Ncert ha scelto di “aggiornare” questa parte della storia secondo gli “ultimi sviluppi politici”, focalizzandosi sul movimento che ha portato alla costruzione di un tempio hindu nel sito della moschea demolita, piuttosto che sull’atto di distruzione stesso.

Questo cambio riflette una tendenza di revisionismo storico, oliato proprio dal governo Modi, che mira a sostituire la pluralità religiosa e culturale del passato dell’India con una narrazione centrata sull’identità hindu.

E questo episodio di modifica dei libri di testo non è isolato. Già in precedenza vi sono stati tentativi più o meno riusciti di cancellare o minimizzare le tracce delle dinastie Moghul, spesso etichettate nei testi come “invasori” e non più come parte integrante della tessitura storica dell’India. 

D’altronde, che i manuali scolastici di storia siano un campo di battaglia e un’arma nelle mani dei nazionalismi è cosa nota, e gli esempi non mancano, dalla Russia, alla ex-Jugoslavia, dalla Cina al Medio Oriente.

In questo caso l’operazione che sta sotto a questa serie di episodi è chiamata “saffronizzazione”, dal color zafferano dell’induismo- dei manuali di storia. Ed è una delle linee di forza su cui si muove appunto il BJP, il Partito del Popolo Indiano di Modi. Considerate che il partito di Modi nasce a sua volta, almeno come matrice ideologica, dalla Rss, una formazione politico-militare liberamente ispirata dalle politiche razziste e naziste europee nei cui ranghi ha militato anche il premier Narendra Modi. E che individuava nei valori dell’induismo e della sua contrapposizione all’islamismo il carattere principale dell’identità indiana. 

Quindi fin dall’inizio, appena arrivato al potere, il Bjp si è occupato dell’epurazione di accademici e studiosi dai vertici degli istituti nazionali che si occupano di educazione, ricerca, archeologia e storia. E dal 2001, la coalizione guidata dal Bjp è passata alla modifica dei manuali di storia. Inizialmente rimuovendo alcune riflessioni o passaggi ritenuti offensivi dal punto di vista religioso. E poi passando a modificare avvenimenti e ricostruzioni.

Insomma, questa tendenza è abbastanza affermata nell’attuale leadership indiana, tuttavia come nota l’articolo, dopo dieci anni di governo a guida Bjp, sembra aver trovato nuovo impulso, coadiuvata dall’appoggio che media, autorità e una schiera di sedicenti storici danno a queste tesi. Ovviamente una ulteriore vittoria schiacciante di Modi alle elezioni potrebbe ulteriormente rafforzare questo fenomeno.

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