15 Dic 2023

Roma, l’inceneritore delle polemiche – #850

A Roma si parla da un po’ di un nuovo inceneritore che dovrebbe sorgere a Santa Palomba, ma sul suo impatto e utilità ci sono pareri discordanti e un bel po’ di proteste in corso. Parliamo anche della mappa dei luoghi idonei per ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari pubblicata dal governo e delle novità su due contestati accordi per la gestione dei flussi migratori, quello fra Italia e Albania e quello fra Regno unito e Ruanda.

Da diversi mesi si parla dell’inceneritore a Roma fortemente voluto dalla giunta Gualtieri. Non ne abbiamo mai parlato fin qui su INMR, ma il tema merita di certo un approfondimento e visto che fra l’altro una nostra abbonata, Diana, oltre a segnalarci la questione nella chat Telegram dedicata a abbonati/e e nell’incontro live che abbiamo fatto ieri, ci ha fornito diverso materiale per approfondire, direi che è giunto il momento. 

Vi faccio un po’ il riassunto della situazione. L’inceneritore/termovalorizzatore è un progetto fortemente voluto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, è un elemento su cui ha puntato molto in chiave elettorale dicendo che avrebbe risolto la situazione dei rifiuti a Roma, che è oggettivamente una situazione molto complicata. 

Fra l’altro Gualtieri da maggio 2022 è anche commissario straordinario per il Giubileo (del 2025) e può per questo esercitare competenze assegnate alla Regione, fra cui quella di predisporre e adottare il piano di gestione dei rifiuti di Roma Capitale. Infatti formalmente l’inceneritore è stato pensato e progettato per gestire i rifiuti in eccesso previsti per il Giubileo, anche se l’attivazione dell’impianto, se si farà, è prevista in realtà per l’anno successivo, nel 2026, e andrà a regime solo nel 2028. Ma sono dettagli.

Comunque, la questione ha sollevato da subito un coro di favorevoli e contrari, ed è andata incontro all’opposizione politica soprattutto del M5S, a una serie di ricorsi in sede giudiziaria. Si è anche formato fin da subito un comitato di cittadini/e molto attive in particolare a Santa Palomba, il comune a pochi chilometri da Roma individuato come sede dell’impianto.

Fin qui però gli esposti dei cittadini non hanno avuto seguito. A luglio scorso il Tar ha respinto il ricorso del Tar ha respinto i ricorsi di diversi comitati di cittadini di Santa Palomba (fra cui anche la nostra abbonata Diana) contro la realizzazione dell’impianto. I cittadini sostenevano che la decisione di Gualtieri fosse, lo dico male, fuori dal suo dominio, perché appunto il termovalorizzatore non incide sulla gestione dei flussi di rifiuti legati al giubileo. I giudici hanno respinto il ricorso perché “destituito di fondamento”.

Vi do qualche informazione in più sull’impianto e sullo stato dell’arte, poi passiamo al commento. La gara d’appalto è stata aperta poche settimane fa, il 17 novembre. Secondo Gualtieri l’impianto avrà una potenza energetica prevista di 67,6 Megawatt al netto dell’autoconsumo,e sarà dotato di un impianto per la cattura della CO2.

La gara d’appalto ha un valore totale stimato di quasi 7,5 miliardi di euro. L’inceneritore  sarà realizzato con il sistema del project financing, quindi diciamo mix pubblico-privato con una partecipazione pubblica al 49 per cento del totale. I costi stimati per la realizzazione sarebbero di 700 milioni di euro.

Ultimo elemento: c’è un ricorso anche al Consiglio di Stato contro l’impianto, sul quale è attesa una sentenza a breve. 

Ora, gli elementi di dibattito sull’inceneritore di Santa Palomba sono diversi, e su diversi livelli. C’è il piano specifico legato a questo impianto e al suo impatto ambientale. Secondo il sindaco Gualtieri sarà un impianto “sul modello di quello di Copenaghen, basato sulla migliore tecnologia per il recupero energetico, il riciclo delle ceneri, il controllo delle emissioni. Un inceneritore “green” per intenderci (sì, lo so che è una contraddizione in termini, ma vi racconto come è stata raccontata).

Secondo i comitati invece ci sono alcune caratteristiche poco chiare e poco green, tipo il fatto che la canna fumaria relativamente bassa immetterebbe le i fumi di scarico all’altezza dei colli albani retrostanti. 

Oppure, c’è il nodo della viabilità, più volte sollevata dal neo presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che pur essendo favorevole all’opera insiste sul rischio di congestionare la via Ardeatina con il transito dei mezzi destinati all’impianto.

Poi ci sono domande più ampie, sul senso più generale di impianti di incenerimento dei rifiuti, soprattutto in un momento storico in cui dobbiamo muoverci verso sistemi di economia circolare. Costruire un inceneritore comporta un impiego enorme di materie prime ed energie, e per stare in piedi dal punto di vista economico ha bisogno di un flusso costante di rifiuti. Cosa succederà quando auspicabilmente la produzione di rifiuti calerà drasticamente? Che fine faranno tutti questi impianti già oggi sottoutilizzati?

Comunque, visto che abbiamo praticamente in casa una espertissima di rifiuti, Manuela Leone founder di New Circular Solutions e attivista di Zero Waste, le ho chiesto di raccontarci più nel dettaglio la situazione e spiegarci un suo punto di vista sull’impianto.

A te Manuela.

Audio disponibile nel video / podcast

Ogni tanto, nonostante ben due referendum, nel nostro paese si torna a parlare di nucleare. Il paradosso in tutto ciò è che l’Italia non ha ancora capito come e dove stoccare le scorie nucleari della sua brevissima avventura con le centrali nucleari, dismesse ormai da trent’anni. 

Ieri, come riporta il Sole 24 Ore, dopo anni di attese, studi e polemiche, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la tanto attesa mappa delle aree idonee per costruire un deposito nazionale delle scorie nucleari, la Cnai. 

Nel complesso sono indicati 51 siti, concentrati in 5 zone su 6 Regioni: 10 in Basilicata (5 nel Materano e 5 nel Potentino), 4 fra Basilicata e Puglia, 21 in Lazio (nel Viterbese), 5 in Piemonte (nell’Alessandrino), 1 in Puglia (a Gravina), 8 in Sardegna (2 nell’Oristanese e 6 nel Sud Sardegna), 2 in Sicilia (nel Trapanese). 

L’Italia da decenni deve realizzare un deposito nazionale delle scorie nucleari, lo prevedono le norme Ue. I suoi rifiuti radioattivi oggi sono in Francia e Gran Bretagna (quelli più pericolosi) o sono sparsi in depositi poco sicuri. Nel 2003 il governo Berlusconi provò a costruire la discarica a Scanzano Jonico in Basilicata, ma dovette rinunciare per la rivolta dell’intera regione. Nel 2021 la Sogin, la società pubblica per lo smantellamento degli impianti nucleari, che dovrà costruire e gestire la discarica, ha pubblicato una prima Carta dei siti potenzialmente idonei, individuati sulla base di criteri di sicurezza: lontananza da centri abitati, da corsi d’acqua e falde, da zone sismiche, da aree agricole e altro.

Su questi siti è stata avviata una consultazione pubblica con i Comuni e cittadini, e si è arrivati alla lista definitiva di 51 aree, la Cnai (Carta nazionale delle aree idonee). Il problema è che nessuna delle località indicate nella mappa si è dichiarata disponibile ad ospitare la discarica. In compenso, alcuni Comuni non compresi, primo fra tutti Trino Vercellese (dove già esisteva una centrale), si sono candidati a prendersi il deposito. Questo porterebbe sul territorio contributi pubblici milionari, oltre a 4.000 occupati nel cantiere per 4 anni e a 700-1.000 nella gestione.

Facciamo qualche considerazione. La prima cosa che mi balza all’occhio è che escluso il Piemonte tutte le località individuate sono da Roma in giù, o nelle isole. Insomma, il Sud Italia finisce per essere nuovamente con ogni probabilità il monnezzaio di un progresso venuto male e deciso altrove. 

Poi, il governo ha inserito la possibilità dei comuni di autocandidarsi, se non sono stati selezionati nell’elenco dei luoghi idonei. Che a me sembra un’assurdità. la mappa dei luoghi idonei dovrebbe contenere tutti i luoghi idonei. Se un comune non è presente in quell’elenco, si vede che non è idoneo. Quindi se un comune non idoneo decide di rischiare di stipare scorie nucleare altamente pericolose perché si fa ingolosire dai lauti contributi va bene? Io ho qualche dubbio.

Infine, ribadisco, questi dibattiti e questa impasse è relativa alle scorie di impianti chiusi al più tardi nel 1990. Che sono ancora in giro da qualche parte. Dovremmo ricordarcene quando a qualcuno torna in mente la brillante idea di aprire nuove centrali.

Nei giorni scorsi sono arrivate due notizie che riguardano l’immigrazione, e in particolare i piani del governo italiano e inglese, piuttosto folli, per gestire i flussi migratori. 

Partiamo dall’Italia. Forse ricorderete l’accordo Italia-Albania per costruire dei centri dic smistamento in suolo albanese, ma di responsabilità italiana, come se fossero degli exclave, in cui rinchiudere gli immigrati irregolari, ma solo se maschi e maggiorenni. Una procedura abbastanza lacunosa, che avrebbe previsto che le imbarcazioni che trasportano migranti facessero la spola fra Italia e Albania, facendo scendere alcune persone da una parte, altre dall’altra.

L’accordo era stato firmato, l’Ue aveva dato il suo benestare, dicendo che essendo l’Albania un paese extracomunitario non poteva intervenire, ma a bloccare il tutto ci ha pensato la corte costituzionale albanese. Che con una sentenza ha difatto bloccato almeno per il momento l’accordo. 

Leggo da un articolo di Alessandra Ziniti su la Repubblica: “Rinunciare alla sovranità nei due territori che il premier Edi Rama ha offerto all’Italia per la realizzazione di centri di accoglienza per migranti è un atto che avrebbe dovuto essere preventivamente autorizzato dal presidente della Repubblica. Si basa su questa contestazione il ricorso presentato dalle opposizioni al governo di Tirana, col quale è stato bloccato in extremis l’accordo che oggi avrebbe dovuto essere ratificato dal parlamento. E invece no.

La Corte costituzionale albanese, in extremis, ha sospeso la procedura parlamentare e, dunque, anche l’applicazione del protocollo. Tutto bloccato quindi fino a dopo il 18 gennaio “quando la Suprema corte di Tirana prenderà in esame nel merito uno dei due ricorsi presentato dall’opposizione. I giudici avranno tre mesi di tempo per depositare il loro verdetto. Quindi ecco, che sia temporanea o definitiva, di sicuro il progetto subirà una battuta d’arresto che intralcia i piani del governo che voleva questi centri già pronti e operativi prima della prossima estate, quando i flussi migratori si fanno più consistenti. 

In Inghilterra invece ieri il parlamento ha approvato la proposta di legge del governo per trasferire in modo forzato i richiedenti asilo in Ruanda, in Africa orientale, mentre la loro richiesta viene valutata nel Regno Unito. Forse vi ricorderete questa storia, perché ne abbiamo parlato spesso. È un pallino del governo di Rishi Sunak, che ha puntato molto sull’approvazione di questa legge e si gioca un bel po’ di credibilità. Tant’è che nonostante la legge sia stata in precedenza bocciata da alcuni tribunali e dalla Corte supremainglese e dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, il suo governo ci riprova. 

La legge su cui si è votato ieri, spiega il Post,  ha riproposto il piano con alcune modifiche che dovrebbero impedire che venga bloccato nuovamente dai tribunali. Il voto di ieri era considerato una delle sfide più grandi per il governo di Rishi Sunak, in carica dall’anno scorso, perché serviva anche a misurare il suo consenso nel Partito Conservatore, che è molto indietro nei sondaggi rispetto agli avversari Laburisti. 

La proposta era stata criticata sia dai Conservatori più moderati (che contestavano i costi e il rispetto dei diritti umani) sia da quelli più radicali (che invece volevano che venissero incluse delle misure per impedire che i richiedenti asilo potessero ricorrere in appello contro il proprio trasferimento) ma alla fine ha ottenuto l’approvazione con 313 voti a favore e 269 contrari.

L’articolo del Post, nello spiegare la legge in questione, cita anche un fatto che non sapevo, ovvero che un accordo analogo con il Ruanda era già stato in vigore fra il 2013 e il 2018 fra il governo ruandese e quello israeliano. In quell’occasione, il Ruanda Aveva respinto verso i loro paesi di origine diverse persone che avevano presentato richiesta d’asilo in Israele, e quello era stato uno dei motivi per cui la Corte Suprema aveva bocciato il piano dei trasferimenti.

Come dicevamo, si tratta di un piano fortemente criticato. E non solo per l’aspetto più lampante, ovvero le probabili violazioni dei diritti umani delle persone migranti, ma nel dibattito inglese anche per i costi che genera: il governo britannico ha già pagato al governo ruandese l’equivalente di 160 milioni di euro e il piano dovrebbe costare quasi 200mila euro a migrante. Vedremo se questa nuova versione approvata ieri supererà il muro dei tribunali che fin qui hanno fermato i piani del governo inglese.

Siamo in conclusione, oggi è il nostro caporedattore Francesco Bevilacqua a raccontarci la giornata di ICC.

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Oggi è venerdì, quindi esce anche la nuova puntata di INMR Sardegna, presentata da Alessandro Spedicati, che ce la racconta in un minuto.

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